GRANDI E PICCOLI PRODUTTORI

Bibite e soft drinks, oro in lattina
Il mercato vale due miliardi
Nuova vita per i gusti vintage

MILANO

IL COMPARTO del beverage è complesso. Il Belpaese, per tradizione e abitudini, va forte sulle acque minerali – che fanno parte di questo comparto e continuano a tirarlo a livello di volumi –, ma meno su bibite gassate, tè freddi, succhi di frutta e soft drink in generale. La crisi dei consumi e l’attenzione salutista all’alto contenuto di zuccheri in molti prodotti ha di fatto cambiato il volto al mercato, costringendo le aziende più importanti a puntare su bevande sugar free.

SI CALCOLA che in dieci anni, dal 2006 al 2016, le vendite abbiano perduto il 19,43%. Tanto che, alcuni giorni fa, Assobibe, l’associazione confindustriale che raggruppa i produttori di bevande analcoliche, ha lanciato un grido dall’allarme. L’Italia risulta agli ultimi posti per consumi in Europa – 38,8 litri di soft drink a testa contro una media Ue di 67,1 litri – e questo continua a ripercuotersi sul fatturato, di poco inferiore ai 2 miliardi. Il 2016, in particolare, è stato un anno difficile, anche se nei primi 6 mesi del 2017 si è registrata una lieve inversione di tendenza. Uniche bevande in crescita le cosiddette energy drink, dall’elevato contenuto di caffeina, molto gradite dai teenager e dalla fascia di consumatori 30-40enni. I produttori hanno chiesto di abbassare la tassazione di questi prodotti, l’Iva al 22% è una delle imposte più alte d’Europa, spiega Assobibe. Eppure, nonostante i consumi non altissimi se paragonati ai paesi anglosassoni, l’Italia ha saputo inventare o interpretare al meglio le bevande analcoliche. Non ci sono solo i colossi del beverage, Coca-Cola, Pepsi e Nestlé (che ha in mano il marchio Sanpellegrino) in testa. Oggi – dove molti consumatori sono disposti a spendere qualche euro in più per alzare la qualità di ciò che bevono – si assiste ad un ritorno significativo di sapori ‘antichi’ e molte aziende cavalcano un nuovo successo.

È IL CASO, ad esempio, della cedrata Tassoni. Nel 1956 l’azienda che ha sede a Salò (fondata nel 1793), nella riva bresciana del lago di Garda, fece evolvere il suo sciroppo in una bevanda analcolica frizzante, dolce e acidula, di colore giallo limpido e aromatizzata al cedro. Nasceva la cedrata, prodotto di punta di un marchio che, negli ultimi anni, sotto la guida dell’ad Elio Accardo, ha investito molto su distribuzione e promozione, ideando nuovi prodotti dall’appeal vintage. Attualmente escono ben 200mila bottigliette al giorno dall’impianto di Salò, il fatturato supera gli 11 milioni di euro e si punta all’export: il primo mercato è la Corea del Sud, ma ci sono anche Russia e Stati Uniti.

CHINOTTO, gazzosa e aranciata sono tra le frecce nell’arco di Lurisia. L’etichetta piemontese (Acque Minerali srl) è partecipata da Farinetti di Eataly, dalla famiglia Invernizzi e dal fondo private equity IdeA Taste of Italy (che fa capo in ultimo al gruppo De Agostini), vuole raddoppiare il fatturato (che attualmente è di circa 22 milioni). E, per farlo, punta a continuare l’espansione che la vede già presente in 42 Paesi, dalla Cina agli Stati Uniti passando per l’Australia. Oltre a continuare a imbottigliare l’acqua delle fonti omonime, Lurisia lancerà in primavera 5 nuovi prodotti di linea Bio, per poi estendere il biologico a tutte le sue bevande ‘classiche’. A dicembre, Acque Minerali ha acquistato il 70% di Rey Soda di Boffalora Ticino, un suo fornitore. Solo da ufficializzare, poi, l’ingresso nel cda di Andrea Guerra, presidente esecutivo di Eataly ed ex manager Luxottica.

 

L’uomo è ciò che mangia
di DAVIDE GAETA

IL CREDITO AGRARIO VUOLE NUOVE REGOLE

RAGIONARE in tema del credito in agricoltura e, più in generale, della disponibilità di risorse e di prodotti finanziari specifici per il sistema agroalimentare è sempre di grande utilità; anche perché è notorio che l’impresa si muova oggi in un contesto complesso e mutato rispetto al passato. Cresce la competitività e l’incertezza legata alla variabilità che caratterizza i prezzi sia nei mercati interni sia internazionali. Si riducono profondamente le risorse di sostegno pubblico. In una parola cresce l’esposizione al rischio. Spesso il credito, negli anni, ha svolto una funzione «meta-finanziaria», motivata da logiche non finanziarie ma politiche. Ora è bene che l’analisi ritorni a considerazioni strettamente economiche. Si sa come, negli anni, il rapporto tra l’impresa agricola e l’accesso al capitale di rischio sia davvero cambiato. In passato era disciplinato da normative che stabilivano in modo rigido le modalità di erogazione e specifiche ed uniche erano le Banche agricole, che erano autorizzate a tale attività. Le norme prevedevano un credito agrario speciale, tra credito di esercizio, distinto a sua volta in conduzione e dotazione, e credito di miglioramento. Solo gli Istituti di credito speciale potevano concedere crediti al settore. L’obiettivo era dunque politico e rappresentava uno strumento vero e proprio di tutela con tassi agevolati molto ridotti degli interessi e addirittura aiuti in conto capitale. Le logiche erano molto lontane dalle condizioni di merito economico-finanziario.

IL SISTEMA normativo mutò profondamente agli inizi degli anni ’90, quando si aprì a valle, diventando un credito di filiera e aperto a tutti gli istituti di erogazione. Conseguenza di ciò si perse la specializzazione operativa sia degli strumenti finanziari destinati al settore sia del personale specializzato all’interno delle banche. Anche il percepito strategico del mondo del credito nei confronti del sistema agricolo in quegli anni mutò. Al di fuori dei finanziamenti a contributo pubblico molte banche ritennero il settore di poca importanza. Sbagliando, associarono all’agricoltura l’idea di una ridotta redditività e il rischio d’insolvenza. L’introduzione di riforme sul capitale quali Basilea 2 e il ‘merito creditizio’ hanno oggi ulteriormente inasprito il dialogo, richiedendo criteri oggettivi per valutare le pratiche di fido. L’impresa si è trovata spesso impreparata rispetto a quegli strumenti organizzativi, amministrativi e contabili che dovrebbero permettere il raggiungimento degli standard minimi che le banche richiedono. Avviene dunque che, dal lato delle banche, si vengano a perdere competenze e si tenda a limitare l’attività di credito collegandola spesso a bandi di finanziamento pubblico. Dal lato delle imprese, invece, non sempre si sia in grado di fornire strumenti informativi adatti, quali bilanci e previsioni contabili, che pur si usano da tempo in altri settori. Eppure sono proprio tali strumenti che sono divenuti determinanti per la valutazione del merito creditizio dell’azienda con il cosiddetto sistema di rating interni. Ecco quindi che una nuova forma di dialogo tra gli attori del sistema diviene decisiva ed urgente.

davide.gaeta@univr.it

 

Di |2018-10-02T09:24:42+00:0006/03/2018|Focus Agroalimentare|