Se nove miliardi sembrano pochi
Il conto salato dei salvataggi

«Ora basta, tocca allo Stato»

Camilla Cresci
MILANO

NOVE MILIARDI, un miliardo in più rispetto ai ricavi realizzati da Intesa Sanpaolo in tutto il 2016. È questo il costo che il sistema bancario italiano ha finora pagato per puntellare i suoi anelli più fragili. Un costo sborsato in un tempo relativamente breve, appena un anno e mezzo, dal dicembre del 2015 a oggi: 3,8 miliardi per le quattro good bank (Etruria, Carife, Banca Marche e Carichieti), fino a 200 milioni per ristorare gli obbligazionisti subordinati di quelle stesse good bank, 700 milioni per alimentare lo schema volontario del Fondo interbancario e 4,2 miliardi per i due fondi Atlante gestiti da Quaestio sgr. Inizialmente gli interventi sono stati interpretati come una strada obbligata per aggirare i veti di Bruxelles sugli interventi pubblici. Solo così infatti il Paese avrebbe potuto evitare gli effetti sistemici di un bail-in che, nell’opinione corrente, avrebbe penalizzato anche i primi della classe alzando il costo della raccolta e diffondendo la sfiducia tra i risparmiatori. Mese dopo mese la lista dei salvataggi si è allungata, diffondendo un crescente disagio in tutto il comparto. Anche perché il quadro congiunturale caratterizzato da tassi a zero e forte pressione concorrenziale non è certo il più propizio per assumersi nuovi oneri in bilancio.

E COSÌ, di fronte all’ipotesi di un nuovo contributo da un miliardo per mettere in sicurezza Bpvi e Veneto Banca, la scorsa settimana l’amministratore delegato di Intesa Carlo Messina ha chiuso categoricamente la porta: «Su queste aziende i privati hanno già perso molti soldi e da dicembre c’è una disponibilità di fondi pubblici per risolvere un problema sistemico. È inaccettabile che si parta dal presupposto, che qualcuno chiede, che si è perso ma che bisogna perdere un altro po’ per consentire l’intervento pubblico», ha spiegato l’ad. Pochi giorni dopo gli ha fatto eco il presidente di Cariplo e dell’Acri Giuseppe Guzzetti: «Le fondazioni non metteranno più un euro in Atlante. Abbiamo già speso 538 milioni e vedremo che fine fanno». Per la verità non è ancora chiaro se la chiusura di banche e fondazioni sia una scelta definitiva o una posizione negoziale che potrebbe ammorbidirsi nel corso del dialogo con il governo.

È CHIARO però che la stagione delle soluzioni di sistema volge al termine. Le recenti parole di Messina hanno del resto riscosso ampi consensi sia nel settore che, più in generale, sui mercati internazionali. «Finora le banche italiane hanno sostenuto due costi molto ingenti – spiega un consulente -. Da un lato ci sono state le contribuzioni immediate che hanno zavorrato il conto economico. Dall’altro ci sono stati i costi prospettici dovuti a una distorsione della concorrenza interna al settore. In sostanza le banche finanziate dal sistema hanno goduto di un vantaggio rispetto alle altre e hanno potuto permettersi politiche commerciali aggressive e forme di azzardo morale». La penalizzazione insomma sarebbe doppia e le grandi banche non sembrano più disponibili a subirla. A meno che ancora una volta la ragion di Stato, addolcita da qualche trattamento di favore, non prevalga sulle ragioni della convenienza economica. Un esito certamente non inconsueto nel sistema finanziario italiano


Banche del futuro La finanza hi-tech lancia offensiva sul credito

MILANO

NEGLI ULTIMI anni le sfide delle banche hanno assunto volti familiari al grande pubblico. Come quello dell’inflessibile madame Danièle Nouy, numero uno della Vigilanza Bce, o del presidente dell’Eba Andrea Enria, o ancora del responsabile della concorrenza europea Margrethe Vestager che sta dando parecchio filo da torcere a Montepaschi e alle due banche venete. Eppure, come i banchieri sanno bene, nel medio termine la sfida principale potrebbe arrivare dal Fintech, cioè dai nuovi servizi digitali che rischiano di disintermediare gli istituti di credito e di sferrare un duro colpo alla redditività del settore. Sul mercato italiano le conseguenze di questa rivoluzione si avvertiranno probabilmente solo tra qualche anno, anche se già oggi si stanno affacciando soggetti alternativi al credito tradizionale. Uno di questi è la piattaforma Ipagoo, sviluppata dal londinese Orwell Group, che ha lanciato i suoi servizi in Regno Unito, Francia, Spagna e Italia. Funzionando come una banca retail digitale, Ipagoo consente ai clienti di aprire conti correnti nei Paesi in cui opera e velocizzare le operazioni di pagamento.

L’IDEA DI BASE dei fondatori Franco Mignemi e Carlos Sanchez è quella di abbattere le frontiere del mercato bancario europeo, che oggi rallenta anche operazioni semplici. Un vantaggio non solo per i privati, ma anche per le aziende che spesso hanno bisogno di concludere in tempi rapidi operazioni di cash management e di tesoreria. Il tutto senza trascurare la sicurezza che Ipagoo monitora con sofisticati algoritmi. Da questi pochi elementi è facile comprendere quale possa essere il potenziale della piattaforma e, soprattutto, prevedere il suo effetto sul sistema bancario tradizionale. Non bisogna dimenticare che la start up promossa da Mignemi e Sanchez è soltanto uno dei volti dell’offensiva del Fintech. Solo per restare in Italia negli ultimi anni si sono affermate aziende come la società di consulenza online MoneyFarm o il servizio di mobile payment Satispay e molte altre start up stanno muovendo i primi passi. Il vantaggio non consiste soltanto nell’alto livello di innovazione tecnologica, ma anche nella struttura di costi leggera che consente di fare concorrenza al sistema bancario. Il rischio di una parziale o completa disintermediazione è concreto al punto che qualche settimana fa il presidente di Consob Giuseppe Vegas ha lanciato l’allarme: «Per individui e imprese si aprono nuove vie di accesso al capitale di credito e a quello di rischio. Si tratta di un’occasione imperdibile per un sistema, come quello italiano, basato sulle piccole e medie imprese. Il fenomeno è destinato a esplodere nel giro di pochi anni». Non bisogna dimenticare che l’altro punto di forza del Fintech è rappresentato dalla minore pressione regolamentare a cui è sottoposto. «La rete del Fintech – ha spiegato Vegas – si muove in una sorta di limbo regolamentare, che ne favorisce l’azione. Esattamente il contrario di quanto avviene nel tradizionale settore creditizio, appesantito da una massiccia regolamentazione, stratificata nel tempo». Difficile dire se e come si uscirà dal Far West. Di certo i vantaggi sono tutti dalla parte del Fintech.

Camilla Cresci