L’oro torna a brillare
Un export da record
«Nuovi posti di lavoro»

Letizia Magnani

DOPO ANNI di crisi il mondo dell’oro torna a brilla- re. È questa la notizia che emerge dall’Osservatorio del settore orafo-gioielliero di Vicenzaoro, diffuso in concomitanza con il salone del gioiello italiano, che si è chiuso da poco a Vicenza. La crisi non è del tutto superata, mette in guardia Federorafi, ma gli indicatori tornano positivi. Aumentano le esportazioni (+14%) del settore, con un trend in linea col dato dell’export italiano, a dimostrazione che il made in Italy piace e che il sistema è ripartito. Se l’Italia, nel settore oro, gioielli preziosi e bigiotteria, è stata la prima esportatrice al mondo, per quantità, oggi il dato è inferiore rispetto a dieci anni fa (80, 100 tonnellate contro le oltre 400), ma a cambiare è il riconoscimento della creatività tricolore. Vincono il design e la qualità. Secondo Ieg, infatti, nei primi 9 mesi del 2017 aumentano le esportazioni e i fatturati (+ 6,2%). In valore assoluto il fatturato italiano dell’export ha sfiorato a settembre 2017 quota 5,2 miliardi di euro, +13% rispetto al 2016. Il gioiello italiano di qualità è particolarmente richiesto negli Usa e in Russia, ma anche nei nuovi mercati del lusso, come l’India. Molti i problemi da affrontare, come le politiche doganali e l’e-commerce, ma internazionalizzazione e qualità volano. I tre distretti dell’oro, Alessandria, Arezzo e Vicenza, dopo stagioni in nero, possono ricominciare a respirare. Questo quanto conferma Licia Mattioli, ad della Mattioli Spa, vicepresidente nazionale di Confindustria con delega all’export ed esperta di gioielli.

I dati dell’Osservatorio sembrano incoraggianti?

«È un buon momento per il made in Italy. Chiuderemo il 2017 con un record di esportazioni, parlo del dato complessivo, sfiorando i 430 miliardi di euro, e il gioiello non si sottrae a questa logica. Il sistema Paese è ripartito».

Cos’è cambiato?

«Di certo abbiamo capito che occorreva riposizionarci e lo abbiamo fatto puntando su gioielli con un valore aggiunto di design, manifattura e creatività. Un tempo esportavamo di più in termini di peso, ora portiamo all’estero prodotti ad alto valore aggiunto».

Di chi è il merito?

«Del sistema Italia, che, per la prima volta, ha fatto un piano strategico. Intanto sono aumentate le risorse statali sulla promozione dell’export, passando in 4 anni da 20 a 200 milioni di euro. Poi sono aumentate le missioni all’estero: lo si deve al buon lavoro di Carlo Calenda e con lui di tutto il sistema. Per la prima volta, le ambasciate si sono messe a disposizione del made in Italy nel mondo».

E per tornare al settore del gioiello e dell’oro?

«In questo momento c’è una grande collaborazione fra Vicenzaoro e il mondo orafo, è una novità positiva. Insieme si può fare di nuovo squadra; naturalmente il merito è anche di Federorafi».

Se dovesse mettere in evidenza una tendenza, quale sarebbe?

«Vanno i gioielli di bassa e alta gamma. È venuto a mancare il gioiello intermedio, un po’ perché non c’è più la classe media e poi perché i giovani, i millennials, esprimono nuove tendenze di consumo. Da un lato, quindi, il gioiellino da portare tutti i giorni e, dall’altro, il gioiello della vita».

Parliamo di occupazione: è un settore appetibile per i giovani?

«Ne avremo davvero bisogno, non tanto di giovani in quanto tali, ma di tecnici preparati. Mi riferisco a designer, disegnatori cad e tecnici altamente specializzati, come incastonatori e campionisti orafi. Mancano queste figure nel nostro settore, come in quello della moda. Sarebbe davvero auspicabile se ci fosse una spinta maggiore verso la formazione di figure specializzate».


CesenaFiere La nuova Macfrut ha grandi ambizioni

CESENA

UNA FIERA di appena 17mila metri quadri con un fatturato da 6 milioni di euro e un utile netto costante che supera i 150mila euro annui? A Cesena è possibile. E a rendere realizzabile questa prospettiva, che oggigiorno sembra incredibile con la crisi dei piccoli quartieri fieristici in tutta Italia, è soprattutto il marchio Macfrut, il filone d’oro made in Romagna, che CesenaFiera ha deciso di spostare nei padiglioni di Rimini per permettergli di espandersi. E così ha fatto. Oggi Macfrut occupa 55mila metri quadri di fiera a maggio. «Ma non abbiamo assolutamente finito qui – promette Renzo Piraccini, presidente e ad di CesenaFiera – Nel giro di non molti anni potremmo anche raddoppiare. Spesso siamo i primi in Italia a non avere fiducia, perché c’è scarsa propensione a vendere in un mercato globale. Ma ci stiamo attrezzando e noi abbiamo filiere come quelle dei kiwi, delle mele o delle pere che hanno ottime prospettive nel mondo».

MA NON È SOLO la polpa e la buccia a decretare il successo di Macfrut. Spesso sono gli ingranaggi, le lame e i motori rombanti: «Non dobbiamo pensare a Macfrut come fiera di solo prodotto ortofrutticolo. Noi siamo i più grandi esportatori globali di macchine per la lavorazione dell’ortofrutta». Quindi Macfrut cresce ed è pronta ad espandersi. E cosa rimane a Cesena, ora che è orfana della sua più importante esposizione? Non si può dire che ci si annoi. «Nel 2017 sono state organizzate, grazie alle risorse che arrivano da Macfrut, 18 fiere e ben 73 eventi. Così abbiamo trovato un punto di equilibrio tra pubblico e privato (ora la proprietà è rispettivamente 40 e 60% ndr) e anche tra l’anima locale e quella globale».

LA CITTÀ ha i suoi eventi quasi tutti i weekend, che generano indotto e attrattiva. E nel frattempo Macfrut sbarca nelle fiere di Shanghai, dove si sta organizzando un evento per novembre, oppure al Cairo, dove invece sarà a dicembre. La sintesi perfetta del concetto di Glocal.

Saverio Migliari


Più eventi e nuovi spazi
Bologna si fa grande
«Fatturato a 200 milioni»

Simone Arminio

BOLOGNA

OBIETTIVO: 200 milioni di fatturato in cinque anni. «Per realizzarli – delinea Gianpiero Calzolari, presidente di BolognaFiere – puntiamo alle acquisizioni e alla crescita per linee interne». Linee interne che, nel caso dell’expò bolognese, soprattutto grazie a Cosmoprof, si estendono in gran parte del mondo.

Calzolari, acquisire, nel mondo fieristico italiano, finora è significato sostanzialmente ‘scippare’ i saloni ai vicini di casa. Non si è ancora chiusa la guerra tra città?

«Credo che quella stagione sia ormai conclusa. Resta una sana competizione, che è ben diverso dal farsi la guerra inutilmente».

Crescerete ancora in verticale allora, come testimonia l’ultima acquisizione della padovana GiPlanet?

«Potranno sommarsi nel tempo altre operazioni simili, ma secondo una logica che non punti solo ai volumi di fatturato ma al miglioramento della qualità dei servizi che oggi siamo in grado di offrire».

Alle acquisizioni si aggiunge un piano di ampliamento del quartiere bolognese, anche tramite nuovi terreni, che a sua volta va a sommarsi a un restyling già in atto. Ma ha ancora senso, in anni di contrazione, insistere sui metri quadrati?

«Ha un senso per la nostra fiera, che necessitava da troppo tempo di quei lavori, e per la città che ci ospita, perché una fiera come tutte le altre imprese ha il dovere di portare ricchezza al territorio».

La crescita di BolognaFiere è avvenuta finora soprattutto all’estero, specie con Cosmoprof, che alle edizioni italiana, cinese e americana oggi aggiunge un’edizione indiana e molte altre partnership nel mondo. Non si rischia di disperdere la partecipazione?

«Il successo ottenuto finora da Cosmoprof ha avuto ottimi ritorni anche su Bologna. La speranza – finora ben riposta – è che se un espositore o un visitatore ha apprezzato l’edizione cinese del nostro salone della cosmesi, decida di partecipare anche a quello bolognese, che è il primo al mondo in termini di numeri. Ma anche per questo, in parallelo alla crescita all’estero, deve viaggiare il rinnovo del quartiere bolognese».

Come vanno i lavori in corso?

«Sono cominciati subito dopo il Cersaie, li monitoriamo in tempo reale, e abbiamo già scongiurato i primi inconvenienti di percorso».

Scongiurato anche il rischio di intralciare i saloni che verranno?

«Il rispetto estremo della tempistica serve proprio a questo: tutto deve collimare e funzionare alla perfezione, perché al centinaio di persone a lavoro per il restyling presto si sommeranno le centinaia di persone a lavoro per gli allestimenti delle prossime fiere. Ma è tutto sotto controllo, sono fiducioso».

Parlando di saloni, cosa si aspetta per il futuro?

«La crescita procederà lungo i filoni ormai consolidati: cosmesi, editoria, edilizia, automotive. A questi filoni si aggiungono i nuovi ambiti che dimostrano una buona reattività. Mi riferisco a Marca, il salone sul private label che si è appena concluso, o a Zoomark, il salone del mondo degli animali, che ha fatto registrare una crescita a doppia cifra e perciò ben promette per il futuro».

A proposito di automotive: il Motor Show è rinato, ma al contempo continua a essere in deficit. In più rimarrà orfano della celebre Area 48 per le gare, dove sorgerà un nuovo padiglione. Il dibattito su un probabile trasferimento a Modena in questi giorni infiamma. Qualcosa è già stato deciso?

«Il Motor Show non è intoccabile. Si può spostare, ma è una fiera di proprietà di BolognaFiere e lo rimarrà. Il problema dell’Area 48 esiste, come esiste quello della scarsa contribuzione delle case automobilistiche che incide negativamente sul bilancio finale. Stiamo ragionando su come affrontare le due questioni e sul tavolo ci sono svariate ipotesi, su cui ho un approccio riservato, visto che i prossimi mesi saranno quelli delicati della costruzione dei rapporti commerciali in vista dell’edizione 2018. Che, questo posso assicurarlo, si farà e sarà targata BolognaFiere».


Risiko del settore L’holding regionale è ancora un miraggio

BOLOGNA

OBIETTIVO ormai noto, quello della Regione Emilia-Romagna di associare le proprie fiere regionali una sola holding. Bologna, Rimini e Parma insieme per affrontare unite le sfide dell’internazionalizzazione e la concorrenza di Milano. Sotto quest’egida nel 2016 era stato eletto alla presidenza di BolognaFiere Franco Boni, già presidente di Fiera di Parma. Linea che anche l’attuale presidente Calzolari ha ribadito fin dall’insediamento. Nel frattempo, però, Rimini si è unita con Vicenza ed è nata Italian Exibition Group (Ieg), ora al secondo posto in Italia, dopo Milano. Fine del progetto di holding regionale? Lorenzo Cagnoni (nella foto), già presidente di RiminiFiere e oggi di Ieg, ha ribadito di voler cercare «la fattibilità del progetto di aggregazione con Bologna». Ma ha anche aggiunto: «Se non si potrà fare in tempi utili cercheremo altre strade». In quel caso, Ieg guarderebbe a Verona. «Le fusioni – aggiunge Calzolari – sono processi che non si risolvono in pochi giorni. Il nostro perimetro di crescita rimane quello regionale, ma dove si creassero le opportunità in Italia e all’estero, le coglieremmo».

Simone Arminio