GIUSEPPE CASTAGNA

Banco Bpm: Castagna accelera la pulizia
«Ora l’obiettivo è migliorare il rating»

Davide Nitrosi
MILANO

GIUSEPPE CASTAGNA è un banchiere con una vocazione letteraria. Avete presente «Viaggio in Italia» di Guido Piovene? Per Banco Bpm, di cui Castagna è ad, quel viaggio è un road show nei territori (domani fa tappa a Lucca). «Parliamo con le istituzioni locali, con le imprese e con i nostri colleghi; spieghiamo quello che abbiamo fatto e quale può essere la strada per non perdere l’occasione della ripresa in atto», racconta Castagna.

La banca come sintesi del Paese?

«Mi spiego con un esempio. Nelle settimane precedenti alla formazione del governo, Banco Bpm ha visto scendere il numero delle operazioni fatte con la clientela. L’incertezza blocca il sistema produttivo e la banca ne risente subito. Fortunatamente la situazione sembra si stia riprendendo».

Resta la volontà di ripartire?

«Banche e imprese sanno di avere un’opportunità enorme per ricominciare. E quando banche e imprese partono, la politica e le istituzioni possono operare con maggiore efficacia perché il sistema torna a girare».

L’ultimo timore sono i dazi americani. Impatteranno sull’Italia?

«Il rischio esiste. Gli imprenditori italiani operano ovunque e un blocco del genere rischia di creare problemi non compensati dai dazi reciproci. Trump però ci ha abituato a questo genere di annunci. Vedremo cosa succederà realmente».

I principali operatori di mercato concordano nel prevedere per Banco Bpm ricavi per 4,5 miliardi e un utile di 500 milioni. Sono previsioni credibili?

«Il consensus è positivo così come l’andamento dell’utile netto dei primi tre mesi 2018. Come sempre, molto dipende anche da fattori esterni e variabili macro, quali l’evoluzione dello spread che tutti ci auspichiamo possa attestarsi su livelli più bassi e il superamento dell’incertezza delle ultime settimane».

È presto per parlare di dividendo?

«Il raggiungimento degli obiettivi di quest’anno consentirebbe questa opportunità. La strategia della banca è comunque anche quella di migliorare l’asset quality, alleggerendo i crediti deteriorati in portafoglio e creando ulteriori opportunità. Il mix fra redditività e derisking, infatti, dovrebbe portare a un re-rating del titolo. Il discorso non è quanto guadagniamo, ma piuttosto come vogliamo investire i nostri profitti. Vedremo quindi più avanti quale decisione assumere sui dividendi».

Il piano èambizioso,13miliardi di riduzione di npl in 3 anni.

«Sì, tenuto conto anche del fatto che fino a pochi mesi fa il piano era di 8 miliardi. Stiamo effettuando un’accurata pulizia sul fronte crediti, valorizzando la redditività della banca e concludendo operazioni straordinarie rilevanti. Stiamo agendo su tutti i fronti possibili, ma in modo da non penalizzare il conto economico in futuro».

I tempi?

«Siamo abbastanza vicini alla conclusione del piano sul fronte del derisking. L’operazione di riduzione di circa 5 miliardi di npl con lo strumento delle Gacs significa dimezzare in un anno e mezzo i crediti deteriorati. Siamo partiti da 20 miliardi di sofferenze, dopo l’operazione Gacs saremo a 10 e ce ne mancheranno solo 3,5 per completare il piano. Se grazie al mercato sarà possibile cederli prima, tenteremo di farlo».

L’impatto sui risultati economici?

«Nessun impatto sia dai 5 miliardi sia dai futuri 3,5, perché abbiamo fatto un accantonamento in capitale di 1,2miliardi che, grazie ai nuovi principi contabili, è più che sufficiente a completare il piano di dismissioni».

Non ci voleva l’addendum Bce…

«Fissare regole indifferenziate sia per le sofferenze sia per gli incagli può porre dei problemi. Nel nostro paese gli incagli riguardano crediti di aziende vive, in attività, ma che hanno avuto nei 10 anni di crisi momenti di difficoltà. Assimilarle alle aziende in sofferenza, che non sono operative, è la cosa più sbagliata».

Rispondendo a chi le chiedeva se sarete protagonisti di una nuova fase di consolidamento, ha detto che, a fine 2019, non è escluso che si possa pensare a un’aggregazione con istituti della stessa stazza.

«Intanto dobbiamo completare il nostro piano, raggiungere i risultati previsti e, auspicabilmente, avere un rerating del titolo. Dopodiché non c’è alternativa al consolidamento. La nostra operazione ha successo perché abbiamo razionalizzato tutto quello che era razionalizzabile. Per tutto il sistema bancario non vedo un futuro di ricavi che crescono a doppia cifra. Semmai saranno i costi a diminuire a doppia cifra».

Avanti con il risiko bancario?

«Sinceramente ci auguriamo un domani di poter attuare un consolidamento con una banca con lo stesso stato di salute in cui potremmo trovarci noi tra un anno e mezzo e con cui, una volta fatta la fusione, non si debba pensare a ristrutturazioni ma solo a partire subito con un piano».

Questo esclude Mps…

«Non faccio i nomi e cognomi. Oggettivamente, avendo compiuto grandi sacrifici passando sotto la giurisdizione Bce durante la fusione, pensiamo di avere accumulato l’esperienza e la capacità di dialogo necessarie per poter fare il passo successivo. Le banche non si dovrebbero fondere perché vanno male ma perché insieme pensano di poter andare meglio. Pensi al gap che c’è fra le prime due banche di questo Paese e le altre. Non è con piccole acquisizioni che possiamo pensare di avvicinarci alla loro dimensione».

I fondi internazionali hanno cambiato le banche italiane?

«Siamo un sistema globalizzato in cui fiumi di investimenti si riversano dove ci sono opportunità. Le banche italiane oggi sono un’opportunità perché costano poco. I nostri grandi competitor hanno tanti investitori internazionali ma anche un pacchetto di investitori stabili. Ci piacerebbe avere anche noi un piccolo nucleo di imprenditori e investitori istituzionali locali».

Il road show serve a questo?

«Lavoriamo su due fronti: dare al mercato tutte le informazioni e l’attenzione necessaria e, dall’altra, guadagnare la fiducia dal nostro mondo. Penso alle fondazioni locali e agli enti di previdenza che raccolgono il denaro degli italiani. Sarebbe bello che investissero nei motori dell’economia italiana, nelle banche sane».

Nel cuore del Paese sfidate i colossi del credito italiano.

«Nei nostri territori possiamo offrire la stessa qualità di servizi e gli stessi prodotti delle grandi banche ma con una presenza e una vicinanza che non ha paragoni. Siamo bravi come loro ma con un background di relazioni e fiducia tra clienti e banca che non ha eguali»

Di | 2018-06-12T11:07:32+00:00 12/06/2018|Primo piano|