GIURISPRUDENZA E OCCUPAZIONE

Coltivatori ed esercizi commerciali
«Molti posti di lavoro a rischio
con lo stop alla cannabis light»

Luigi Manfredi

MILANO

LA SENTENZA della Cassazione sulla cannabis light ha decretato che vendere i derivati della cannabis rappresenta un reato, aggiungendo «salvo che tali prodotti siano privi di efficacia drogante”.
Con l’avvocato Mario Fusani, cofondatore della law firm GF Legal, affrontiamo un aspetto particolare (al di là delle valutazioni di merito sull’uso della cannabis), l’impatto cioè sul fronte dell’occupazione: coltivatori e titolari degli esercizi i più danneggiati.

Avvocato Fusani, qual è la platea potenzialmente interessata?

«L’impatto di questa decisione potrebbe interessare alcune migliaia di persone”.

Chi è maggiormente coinvolto nella filiera della cannabis?

«Dai coltivatori ai trasformatori, fino agli esercizi commerciali che vendono il prodotto. La maggioranza è rappresentata da piccole imprese, considerato che i gruppi della grande distribuzione pare non si fossero ancora impegnati in questo comparto”.

Quali ammortizzatori sociali possono essere applicabili in caso di chiusura delle attività?

«Rispetto ad alcuni anni fa, la modifica introdotta dal cosiddetto Jobs Act, di renziana memoria, sicuramente permette di applicare alcuni ammortizzatori sociali anche alle piccole imprese (fino al 2015 escluse), che subiranno le conseguenze di tale sentenza”.

In concreto?

«Ad esempio, in presenza dei requisiti di legge, le imprese che occupano più di 5 dipendenti e che appartengono a settori non regolati dalla normativa in materia di integrazione salariale potrebbero usufruire delle prestazioni di fondi bilaterali o di fondi bilaterali alternativi, in presenza di un apposito accordo collettivo, oppure di quelle del FIS, fondo di integrazione salariale, in caso di riduzione dell’orario di lavoro o sospensione dell’attività lavorativa per le cause previste dalla normativa in materia d’integrazione salariale ordinaria o straordinaria”.

In caso di licenziamento?

«In questa eventualità, la Naspi – la vecchia indennità di disoccupazione – dovrebbe essere percepibile anche se l’estrema giovinezza del settore non consentirà di puntare al periodo massimo di 12 mesi di assegno, considerato che il medesimo è proporzionale all’anzianità”.

Dai dipendenti passiamo ai titolari. Sono loro ad essere maggiormente danneggiati?

«Sì. Da questi strumenti saranno infatti esclusi i diretti titolari delle micro aziende che non sono lavoratori subordinati. E ciò vale sia per le imprese agricole familiari, sia per gli esercizi commerciali”.

In ogni caso il futuro immediato sembra segnato dall’incertezza…

«Fatta salva la necessità di attendere il deposito delle motivazioni della Corte, è fin da oggi possibile ritenere che per gli addetti ai lavori del settore (ricordiamo che un’intera filiera industriale si è sviluppata in questi ultimi anni), possa verosimilmente prendere avvio una fase di grande incertezza”.

Le conseguenze?

«L’incertezza determina che, proprio per l’assenza di una chiara interpretazione sui limiti di legittimità rispetto ai contenuti dei prodotti, non possa essere esclusa l’adozione di provvedimenti di carattere drastico, come già accaduto in alcune città italiane, che tuttavia potrebbero essere impugnati in via d’urgenza anche al fine di richiedere una sospensione di tali provvedimenti, rendendo lo spazio di libertà imprenditoriale ancora più confuso e incerto in attesa di un doveroso ed approfondito esame delle motivazioni della Corte di Cassazione”.

Sarà necessario un intervento a livello istituzionale…

«Da un punto di vista sociale, per l’estrema frammentazione del comparto, sarà difficile immaginare una mobilitazione efficace che porti il ministero dello Sviluppo Economico o il ministero del Lavoro ad aprire un tavolo di confronto. Il dubbio consiste nel capire se, in termini sia di ‘popolazione’ sia di durata della mobilitazione, si raggiungeranno dei livelli tali da far muovere l’apparato esecutivo affinché questo intervenga con un ulteriore supporto sul fronte dell’occupazione”.

© RIPRODUZIONE RISE


Il commento di AGOSTINO DI MAIO (*)

LAVORO, MENO NERO
PIÙ DIGNITÀ VERA

SECONDO i dati Istat del 2016 nel nostro Paese il peso dell’economia sommersa è pari al 12,4% del Pil e arriva al 15.6% se consideriamo le persone. In una graduatoria delle peggiori economie (shadow economy) dei 31 Paesi europei, con il nostro 12.9% occupiamo un assai poco dignitoso 14 esimo posto (insieme con Lettonia e Grecia) e siamo più vicini alla pecora nera Bulgaria (19.2%) che non alle virtuose Austria (4.6%) e Svizzera (3.9%). In un Paese con il mercato del lavoro peggiore d’Europa, come diceva Marco Biagi, il cosiddetto ‘decreto dignità’ si è concentrato nel tentativo di ridurre l’incidenza del contratto di somministrazione (oltre che del contratto a termine). Se analizziamo cosa è successo dal 2018 sino a oggi scopriamo che il contratto di somministrazione, che nel primo semestre dell’anno aveva comunque continuato sia pure ritmi via via meno intensi a crescere, è riuscito a mantenere un certo dinamismo. Un dinamismo che, nel 2018, si è tradotto per le casse dello Stato in oltre 2 miliardi di gettito Irpef (oltre 21 in venti anni) e in poco meno di 3 miliardi di versamenti Inps (circa 30 in venti anni).

CONTEMPORANEAMENTE la somministrazione ha continuato a migliorare i propri standard in termini di ore medie di lavoro mensile per addetto e di retribuzione lorda (1.441 euro mensili), come anche di retribuzione oraria, sostanziandosi in una forma contrattuale certamente flessibile ma capace di offrire concrete opportunità di lavoro in termini di volumi pro capite di attività e di garantire condizioni retributive in linea con gli analoghi impieghi nelle forme standard. La somministrazione continua poi a favorire le traiettorie lavorative dei giovani a partire dal primo contratto assoluto di lavoro. Secondo quanto si legge nel documento congiunto del ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal (febbario 2019) il tasso di stabilizzazione è più alto per chi è transitato dalla somministrazione come attestano i valori pari al 18,1% nel caso dei somministrati contro il 13,6% per i giovani assunti per la prima volta con un contratto a termine e i valori molto più bassi per le altre forme di lavoro come il contratto intermittente (8,8%) e le collaborazioni (8,6%).

SECONDO lo stesso ministero lavoro in somministrazione conferma quindi il suo «ruolo di prolungamento e rafforzamento del periodo di prova, che, accompagnato dal supporto nella selezione dei lavoratori condotto dalle agenzie interinali, rende più agevole il transito verso l’occupazione permanente». Il carico di limiti e condizionamenti imposti alla somministrazione dalla nuova normativa si conferma pertanto incongruo alla luce dei fatti anche in relazione allo specifico positivo ruolo che questo contratto ha sempre avuto rispetto ai processi di inserimento occupazionale dei giovani e soprattutto verso le forme di lavoro stabile e di contrasto ad ogni forma di illegalità. Forse è giunto il momento di porre rimedio a questa assurdità.

* Direttore generale di Assolavoro

Di |2019-06-10T14:39:02+00:0010/06/2019|Lavoro|