GIURISPRUDENZA E IMPRESA

Decreto Dignità, sprone al governo
Agenzie per il lavoro in pressing:
«Più occasioni per chi segue corsi»

Claudia Marin
ROMA

IL DECRETO DIGNITÀ è legge: nelle prossime settimane diventerà pienamente operativo. Quali effetti avranno le nuove regole nel mercato del lavoro? «Difficile dirlo – avverte subito Alessandro Ramazza, presidente di Assolavoro, l’Associazione delle Agenzie per il lavoro –. Certo, le causali hanno già dimostrato di non essere un sistema efficace di tutela del lavoratore, quanto un grimaldello che fa la fortuna di alcuni avvocati: verosimilmente aumenterà il contenzioso. Almeno il legislatore ha posticipato la reintroduzione di questo vecchio arnese a inizio novembre. Per il resto non credo ci saranno stravolgimenti. Il clima di incertezza non aiuta e le aziende si stanno attrezzando per evitare danni, chiedendo alle Agenzie un supporto consuleziale».

Cosa, invece, determinerebbe o avrebbe potuto determinare un effetto shock reale nelle assunzioni?

«Vi è un elemento banale e, però, non considerato per la sua enorme portata: la formazione finalizzata. Le Agenzie per il lavoro formano in un anno oltre 240mila persone. In un corso di formazione su due ci sono moduli sul digitale e sulla manifattura 4.0. Almeno un terzo delle persone che frequentano i corsi, poi, deve accedere a una reale occasione di lavoro. Proviamo a immaginare se lo stesso obbligo, domani, riguardasse tutti i soggetti che fanno formazione finanziata. Cambierebbero il sistema formativo, quello di acquisizione e di aggiornamento delle competenze, l’occupabilità dei singoli, la competitività delle aziende e del sistema Paese».

L’avete proposta al governo?

«Sicuro, sottolineando che è una proposta senza costi per i conti dello Stato. Anzi. Ma non è mai troppo tardi per prenderla in considerazione».

Su altri punti sembra che siate stati ascoltati: la versione finale del decreto Dignità contiene correzioni di rotta proprio rispetto al ruolo delle Agenzie per il lavoro.

«Le prime formulazioni del decreto erano tali da rendere quasi impossibile lo sviluppo stesso delle attività da parte delle Agenzie per il lavoro, probabilmente per un difetto di informazione e di valutazione degli effetti che sarebbero derivati dall’equiparazione tra somministrazione di lavoro e lavoro a termine. Le conseguenze sarebbero state molto pesanti per le Agenzie e per i lavoratori ».

Non ci sarebbe stata, insomma, nessuna spinta ad assumere a tempo indeterminato?

«Nessuno assume a tempo indeterminato per obbligo di legge, questo ministro e governo lo sanno bene. Ciò detto, le Agenzie favoriscono da sempre processi di stabilizzazione, negli ultimi anni di più. Le oltre 10mila persone che lavorano nelle nostre filiali hanno contratti stabili, il 10% di tutti i lavoratori in somministrazione (oltre 400mila su base mensile) sono assunti a tempo indeterminato, in un anno effettuiamo attività di ricerca e selezione per le aziende che portano all’assunzione a tempo indeterminato di oltre 52mila persone, per lo più profili medio alti. Dopo aver lavorato con le Agenzie per il lavoro almeno un terzo di persone accede a un lavoro stabile. Il punto, tuttavia, è un altro».

Quale?

«Immaginiamo i contratti di lavoro come un piramide che ha nel vertice alto la forma più tutelante: il contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. La somministrazione di lavoro, se è a tempo indeterminato, coincide con la punta. Se è a termine, è immediatamente sotto. È la forma di occupazione con più tutele, più diritti, più garanzie e con la retribuzione prevista dai contratti nazionali. Scendendo lungo la piramide troviamo il lavoro nelle cooperative (con retribuzioni più basse anche del 20%), le collaborazioni come lavoro autonomo (nessuna garanzia di parità retributiva, né di continuità), il lavoro a chiamata, i tirocini, il lavoro irregolare e quello in nero. Varrebbe la pena di partire dalla parte bassa della piramide ».

Diritto & rovescio di FRANCESCO ROTONDI
MA L’OCCUPAZIONE NON SI CREA PER DECRETO

IN UN MERCATO del lavoro flessibile garantito e tutelato (diverso e opposto dal concetto di precarietà) un ruolo di primo piano è svolto dalle Agenzie per il lavoro (Apl), le aziende che somministrano manodopera alle società che le utilizzano, garantendo il rispetto di tutte le normative di carattere retributivo, assistenziale e previdenziale vigenti. Il nuovo legislatore è andato a riscrivere la normativa di riferimento dell’attività di impresa – attenzione, è di questo che stiamo parlando – intervenendo sul rapporto di lavoro che intercorre tra le Apl e i propri dipendenti assunti per essere somministrati. Come lo ha fatto? Equiparando il contratto di lavoro a termine che si instaura tra datore di lavoro ‘ordinari’ e dipendente a quello che, invece, viene sottoscritto tra Apl e proprio dipendente che altro scopo non ha se non l’invio in missione nelle società utilizzatrici. Qual è il risultato? Quello che scaturisce da qualsiasi operazione che intende assimilare due fattispecie diverse, ossia il fallimento. Con le modifiche introdotte dal Decreto Dignità in tale senso, si ottengono due risultati difficili da desumere all’interno delle slides ministeriali: sotto un primo profilo, al lavoratore somministrato saranno riferibili limitazioni nel suo utilizzo che lo renderanno difficilmente somministrabile; l’altro profilo, invece, riguarda la grave limitazione che viene introdotta in via indiretta, all’attività di impresa che è la ‘somministrazione’.Tale attività viene svolta da numerose aziende che, a loro volta, hanno strutture, organizzazioni e dipendenti che dovranno subire gli effetti della ridimensionata attività grazie ai vincoli posti dal decreto in commento.Volendo riassumere, posso osservare che l’irrigidimento del ricorso al lavoro somministrato avrà quale conseguenze una riduzione dell’invio di lavoratori in missione presso aziende utilizzatrici; eventuale perdita di fatturato per le Apl con conseguente necessità di intervenire sui propri organici; calo dell’occupazione. Non ritengo, infatti, credibile l’ipotesi ex adverso sostenuta secondo la quale, non potendo più utilizzare tale contratti (somministrazione e termine), le imprese procederanno ad assumere a tempo indeterminato. L’amara considerazione è che ancora oggi si crede che si possano creare e mantenere posti di lavoro attraverso le norme, mentre nulla di concreto viene fatto sul fronte delle politiche attive.

*Giuslavorista e avvocato, Co-Fouder LabLaw

Di |2018-09-10T10:52:16+00:0010/09/2018|Lavoro|