GESTIRE I RISPARMI

Capolavori all’incanto,
un investimento che rende
«Cinesi stregati dall’arte»

Francesco Gerardi
MILANO

DICEVA Oscar Wilde che quando i banchieri si trovano a cena parlano di arte, quando si trovano a cena gli artisti, parlano di denaro. La fulminante battuta del genio irlandese in una immagine riesce a riassumere il plurimillenario rapporto tra arte e ricchezza. Dal mondo antico al medioevo, dal Rinascimento alla società contemporanea, artisti e mecenati hanno sempre costituito un connubio quasi inscindibile e, per molti versi, inevitabile, anche se nel sentire comune l’accostamento tra la ‘nobile arte’ e il ‘vile denaro’ è sempre suonato un po’ blasfemo. E se oggi le opere e i loro autori continuano a conquistare l’attenzione dei media, due volte su tre non è certo per le profonde ragioni della divulgazione culturale, relegata per lo più in fondo ai giornali, ma semmai per il clamore delle quotazioni astronomiche di qualche capolavoro battuto nelle case d’asta. Insomma, l’arte mangia e, con buona pace di molti, con l’arte si mangia.

UNA PARTE rilevante di questa relazione economica la giocano gli attori che da sempre alimentano direttamente il mondo dell’arte: figure e istituzioni come i mercanti, le gallerie, i committenti. Ma assai rilevante è il capitolo dell’arte come investimento finanziario. Un caso recentissimo è quello del quadro ‘Ritratto di un artista (Piscina con due figure)’ di David Hockney, venduto dieci giorni fa da Christie’s per la cifra stellare di 90,3 milioni di dollari: il nuovo record per un artista vivente. Ma chi ha sborsato una simile quantità di denaro? «L’acquirente per ora non è conosciuto – spiega Joachim Fels, consulente economico globale di Pimco, la società di gestione internazionale – ma il precedente proprietario era Joe Lewis, un investitore che vive alle Bahamas e che ha fatto fortuna con Soros scommettendo sul crollo della sterlina nel 1992. Lewis non colleziona soltanto arte, ma anche squadre di calcio: è stato proprietario di quote dei Glasgow Rangers e dello Slavia Praga e ora del Tottenham». Fels ha analizzato la storia dei passaggi di proprietà del quadro, concludendone che il mercato dell’arte, in particolare nella fascia più alta, è un termometro della situazione economica e finanziaria, oltre che sociale. E fa quattro esempi: «Gli alti e i bassi del mercato dell’arte seguono di solito il ciclo del mercato finanziario. I volumi e i prezzi hanno raggiunto l’apice nel 2007, prima della crisi del 2008, per poi crollare del 40%, addirittura del 60% nell’arte contemporanea. Tuttavia, proprio come nell’economia, l’arte ha avuto una ripresa nel 2011».

L’ANDAMENTO parallelo tra mercato finanziario e arte è riscontrabile in un secondo punto: «L’aumento della disparità di reddito e di ricchezza tra i ricchi e gli ‘ultra- ricchi’ si riflette nel mercato dell’arte. Le vendite nel mid-level (tra 50mila e 1 milione di dollari), hanno subito un rallentamento, provocando la chiusura di molte gallerie. La fascia alta del mercato, invece, è andata a gonfie vele». Un altro esempio è quello dell’ascesa dell’Asia, soprattutto della Cina: «I collezionisti asiatici sono sempre più importanti. Secondo Christie’s gli acquisti asiatici hanno rappresentato il 30% delle vendite lo scorso anno e sono schizzati del 325% in dieci anni», spiega il consulente. Infine c’è il tema della finanziarizzazione dell’arte: «Sono decollati i prestiti garantiti dalle opere e gli investimenti. Gran parte delle opere che oggi vengono acquistate come investimento finiscono in magazzini di stoccaggio come garanzie per i prestiti», conclude l’esperto.

Di |2018-11-26T16:53:46+00:0026/11/2018|Dossier Economia & Finanza|