FUORI DAGLI SCHEMI

La multinazionale Brazzale
«Chilometro zero? No, grazie
Il made in Italy è il saper fare»

Andrea Bonzi

VICENZA

«IL CHILOMETRO zero? È la morte dell’ecologia». Parola di Roberto Brazzale, imprenditore veneto che guida l’azienda di famiglia, «la più antica casearia d’Italia, attiva fin dal 1784», spiega allo stand allestito per il Cibus 2018. Già da diversi anni, Brazzale cavalca la globalizzazione: «Rivendico la libertà di fare le cose dove riescono meglio, ovunque nel mondo, è la maggiore conquista del nostro tempo – dice –. Ci permette di produrre rispettando l’ambiente, con vantaggi per il consumatore e la collettività».

BRAZZALE ha stabilimenti in tutto il globo (con 700 dipendenti totali): dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Repubblica Ceca (dove, con latte locale, produce il formaggio Gran Moravia) all’Italia. Nelle 20 Formaggerie a marchio tra il cuore dell’impero asburgico e Bejing, serve 1,5 milioni di clienti l’anno. E in Brasile, Brazzale ha lanciato Silvipastoril, ‘la rivoluzione del pascolo riforestato’. «Abbiamo eliminato taglio e trasporto meccanizzato dei foraggi, con grande risparmio di emissioni, ed evitato concimi chimici, perché la fertilità è mantenuta in equilibrio grazie al corretto carico animale per ettaro. Abbiamo piantato a mano 1,5 milioni di alberi, compensando le emissioni del bestiame del gruppo e di tutti gli stabilimenti», insiste l’imprenditore. In un mercato sempre più orientato ai prodotti eco e green, quello della sostenibilità diventa, per l’azienda, anche un elemento di marketing. Una multinazionale che difende la sua visione globale e che in passato ha incrociato le armi (dialettiche) con le associazioni di agricoltori e produttori, che da anni insistono sull’importanza della qualità tricolore.

ECCO, cosa ne pensa del made in Italy? «Guardi – interviene Brazzale – non esiste nessun prodotto che non sia il risultato di una serie di fattori produttivi globali, è solo una delle forme con cui gli italiani cercano protezione e finiscono per creare cartelli». L’obiezione è che, così, si rischia di delocalizzare dall’Italia anche l’agricoltura. «Assolutamente no – ribatte Brazzale –, il nostro è un Paese straordinario, ma non ha risorse sufficienti, non ha gli spazi e i pascoli. Io non intendo il made in Italy come legame con il territorio, ma come know how, come abilità nella trasformazione degli ingredienti. Quella sì, rigorosamente italiana».

 


Dallo zucchero al biometano
La seconda vita dei bieticoltori
«La sfida si vince innovando»

Alberto Pieri

BOLOGNA

UN SETTORE in continua trasformazione, quello della bieticoltura. Lo sa bene Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi, presidente della Confederazione generale dei bieticoltori italiani (Cgbi), nata dall’alleanza tra l’Associazione nazionale bieticoltori (di cui pure Bonaldi è presidente) e il Consorzio nazionale bieticoltori, guidato da Gabriele Lanfredi. Un gruppo che oggi associa ben 5.200 aziende, presenti soprattutto al Centro-Nord, e che ha rivolto il proprio interesse alle possibilità rappresentate da biogas e biometano, in un momento in cui la sostenibilità è la parola chiave per l’industria italiana ed europea.

Presidente, con che finalità nasce la Confederazione?

«La Cgbi riunisce le due associazioni storiche dei bieticoltori, Anb e Cnb: la liberalizzazione del mercato dello zucchero, decisa dall’Europa nel 2006, ha fatto sì che mettessero da parte i diversi punti di vista. Con il crollo della redditività, gli zuccherifici hanno cominciato a chiudere (in Italia attualmente ne sono rimasti 3) le superfici delle coltivazioni si sono ridotte drasticamente, abbiamo messo a punto una realtà diversa con obiettivi diversi, per adattarci al mercato».

Da dove avete iniziato?

«Siamo partiti dalla valorizzazione dei sottoprodotti agricoli rappresentati dalle polpe di bietola surpressate, sfruttando le sinergie e portando avanti i progetti sui biogas, e garantendo approvvigionamenti alla centrale a biomasse di Finale Emilia. Abbiamo 18 impianti e poi c’è Bietifin, un service allargato su circa 160 impianti di biogas. Il sistema Cgbi sta crescendo per fatturato e numero di occupati. Un’altra attività è il servizio di raccolta delle proteoleaginose (soia, colza, girasole), che effettuiamo presso le aziende agricole, dopodiché conferiamo il prodotto agli stabilimenti di trasformazione».

E poi c’è la novità del biometano, su cui puntate forte…

«Il biometano è l’ultimo dei passaggi, si tratta di un prodotto a impatto zero dal punto di vista ambientale, e può rappresentare una certificazione in più per la sostenibilità delle aziende. C’è molto interesse e può aprire un mercato interessante».

Quale sforzo richiede essere presenti in attività apparentemente così variegate?

«La nostra è una ricerca continua. Negli anni abbiamo immesso nel settore diverse decine di milioni di euro per trovare vie nuove per valorizzare i sottoprodotti agricoli».

Che progetti avete in futuro?

«Intendiamo rafforzarci in particolare sul biometano e vorremmo favorire la conversione degli impianti di biogas in biometano. Poi c’è il versante dei servizi: la nostra esperienza sul biogas ci è assolutamente utile anche per quelli legati al biometano. Vogliamo diventare un punto di riferimento per le aziende nel campo della sostenibilità: la piattaforma Agri.Bio.Mobility che presenteremo al convegno di venerdì a Fico Eatalyworld va proprio in questa direzione».

Cosa rappresenta per il gruppo il convegno a Bologna?

«È un appuntamento rilevante, anche perché arriva dopo l’emanazione del decreto biometano e in attesa di definire le misure applicative che risulteranno determinanti soprattutto per le riconversioni degli impianti esistenti. Vogliamo farci conoscere, rivolgerci agli agricoltori e alle aziende, comunicare la nostra visione e le opportunità offerte con il biometano alla luce delle reali condizioni di fattibilità e prospettiva».

 

Il numero uno Cnb «Sostenibilità, un’occasione per il trasporto pubblico e privato»

BOLOGNA

GABRIELE LANFREDI, presidente Cnb e amministratore delegato di Bietifin, fa il punto del settore in vista dell’importante convegno «A tutto biometano» che si terrà venerdì al Centro congressi di Fico Eataly World, a Bologna (inizio ore 9.30). «Tutte le aziende quotate sono orientate a profili di sostenibilità sempre più elevati. La decarbonizzazione è il tema centrale della politica ambientale europea (direttiva sulle rinnovabili Red II) e nazionale (Sen). Nel trasporto merci e nella mobilità pubblica il biometano avanzato rappresenta il principale carburante, da fonti rinnovabili, impiegabile nel breve-medio termine», spiega Lanfredi. È questa la nuova frontiera a cui guarda il gruppo bieticolo Cgbi. «La fattibilità dei progetti dipende anche dalla capacità di valorizzare la trasformazione agricola all’interno della nuova filiera agroindustriale – continua l’ad di Bietifin e presidente di Cnb –, che potrà quindi diventare l’elemento caratterizzante del sistema dei trasporti e contribuire ad accrescere la sostenibilità delle aziende quotate e non».

CGBI LANCIA COSÌ Agri.Bio.Mobility, una proposta di aggregazione ai futuri produttori di biometano (oggi di biogas). Alla piattaforma di scambio, che intende sviluppare progettualità con i protagonisti della nuova filiera, aderiscono già 36 impianti del gruppo bieticolo e di Agripower (gruppo Maccaferri).

«ENTRO L’ANNO contiamo di arrivare a cento, per incidere poi sul parco veicolare soprattutto nel comparto del trasporto pesante. Siamo sorpresi del grande interesse che sta suscitando l’iniziativa. Tale strumento – conclude Lanfredi – è fondamentale per la valorizzazione della produzione agricola e lo sviluppo del comparto».

Di |2018-10-02T09:24:32+00:0022/05/2018|Focus Agroalimentare|