FRESCHEZZE D’ESTATE

Dalla Sicilia l’idea di Agragliette
«Recuperiamo gli scarti di agrumi per creare specialità da gustare»

Francesco Gerardi
MILANO

AGRUMI e Sicilia, un’associazione mentale quasi automatica, un binomio indissolubile che affonda le sue radici nel mito greco delle nozze di Zeus ed Era e che, attraverso una storia plurisecolare, ha lasciato in eredità all’isola un posto di rilievo nella produzione mondiale di questi frutti, ingredienti fondamentali di quasi tutte le più amate bevande e bibite estive. Ma l’oggi ci insegna che la tradizione non può non coniugarsi con l’innovazione e che l’eredità del passato diventa sì un fattore di sviluppo per il futuro, ma solo nella misura in cui riesce a sposarsi davvero con tecnologia e nuovi saperi. Precisamente in questa direzione si muove la call per idee innovative ‘Agrorà innovation’, lanciata sul portale Agrorà nell’ambito del progetto ‘Social farming’ realizzato dal Distretto agrumi di Sicilia, con il contributo non condizionato di Coca-Cola Foundation.

SONO TRE I PROGETTI di impresa premiati come vincitori della call, e il primo in assoluto è il progetto ‘Agragliette’, un’idea di tre giovani neolaureati siciliani, che consentirà di produrre scaglie (agragliette, appunto) dagli scarti di produzione degli agrumi, che potranno poi essere utilizzate dall’industria alimentare e dolciaria. Il progetto è frutto dell’inventiva di Simone Forte (24 anni, laureando magistrale in Biotecnologie agrarie), in team con altre due giovani siciliane, Francesca Campanella e Daniela Trippa, entrambe 28enni laureate magistrali in Scienze e tecnologie alimentari. «L’idea è produrre le agragliette dagli scarti della produzione dei succhi, attraverso un meccanismo di pressione delicata – spiegano Simone Forte e Francesca Campanella –. Il team l’abbiamo formato all’università, dove ci siamo conosciuti e abbiamo studiato un’idea per partecipare alla call del Distretto agrumi. Abbiamo unito le nostre conoscenze, credendoci e mettendoci tanta passione».

LA STRADA verso l’applicazione commerciale è ancora lunga. «L’accompagnamento per far diventare realtà la nostra idea sarà fondamentale – osservano –. Siamo felicissimi e ci auguriamo che Agragliette possa diventare presto la nostra occupazione», hanno aggiunto in coro. Eh sì, perché i ragazzi potranno accedere adesso ai servizi di accompagnamento alla progettazione definitiva e alla ricerca di fonti di finanziamento per concretizzare questa loro idea, tutti servizi messi a disposizione dal Cof&p (Centro orientamento, formazione e placement) dell’università di Catania, da Confcooperative Sicilia e dal Dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e forestali dell’università di Palermo, realtà sottoscrittrici del patto di sviluppo del Distretto agrumi di Sicilia, delle quali il distretto si avvale per la gestione di tutte le fasi della call ‘Agrorà Innovation’.

«IL DISTRETTO agrumi di Sicilia – racconta Federica Argentati, la presidente – conferma la sua attenzione all’innovazione e si farà promotore dei progetti verso le imprese associate, offrendo sostegno sulla costruzione di partnership con le aziende interessate alla realizzazione dei progetti. Ci dà grande soddisfazione l’attenzione e la disponibilità di imprese come Oranfresh nel guardare al futuro». E infatti, l’amministratore delegato di Oranfresh, Salvatore Torrisi, ha offerto la piena disponibilità a supportare e valutare possibili sviluppi. Secondo classificato è ‘Seltz Soda’, per la produzione di una bibita- integratore dal tradizionale seltz limone e sale dei chioschi catanesi. Terzi, i progetti MyBioFruits, agricoltura biologica condivisa per la creazione di una piattaforma digitale per adottare alberi e poi fruire dei frutti freschi e trasformati e Facile Ordinare, piattaforma web per incentivare la formazione di gruppi di acquisto solidale e l’incontro con produttori d’eccellenza.

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
CONSORZI DI TUTELA A RISCHIO CONFLITTO

CI SONO alcuni temi della politica agro-alimentare italiana che si possono definire caldi, nel senso di urgenti e delicati. Altri li potremmo classificare come bollenti; ce ne sono poi alcuni pronti ad esplodere. Chi riassume in sé tutte queste caratteristiche sono i consorzi di tutela delle denominazioni di origine, l’eterna questione, mai risolta, è come debbano essere gestiti al loro interno. Per il peso che ricoprono le denominazioni di origine italiane nel sistema agro-alimentare (con regioni dove pesano per il 50% della produzione sino a filiere dove i prodotti doc superano l’80% del totale), la loro funzione è determinante così come la capacità nel riuscire a gestirle. Ci aiuta a comprendere la loro funzione la definizione che ne dà la legge, in particolare quella del settore vitivinicolo; i consorzi sono libere organizzazioni volontarie tra produttori che svolgono un ruolo fondamentale per la tutela e la salvaguardia delle denominazioni; hanno il compito di rappresentare la denominazione, di promuoverla, di valorizzarla in Italia e nel mondo, di informare il consumatore, di assistere tecnicamente i soci, di valutare la situazione economica per le migliori strategie.

ACCANTO a queste funzioni, diciamo di promozione e marketing e di cura della denominazione, ve ne sono alcune altrettanto delicate quali la vigilanza e tutela della denominazione, nettamente distinta da quella svolta dagli organismi di controllo, per verificare che le produzioni certificate rispondano ai requisiti previsti dai disciplinari di produzione e che non vi siano imitazioni che ingenerino confusione o inganno nei confronti del consumatore. Questa funzione, importantissima, viene svolta sotto il coordinamento dell’ispettorato Centrale come ha recentemente attuato il consorzio di tutela dei vini della Valpolicella doc. I nodi al pettine sono tanti e una nuova norma che consenta di rendere più democratica ed efficace la loro gestione è da troppo tempo rimandata. Quali sono allora le difficoltà che vanno risolte? La prima e principale è figlia dell’individualismo metodologico di molti imprenditori italiani; lavorare in gruppo e condividere dati e strategie è ancora lontano anni luce dalla loro testa. A questa difficoltà si aggiunge tuttavia l’oggettivo problema della rappresentanza e dunque del voto all’interno degli organismi di gestione, assemblea dei soci e consiglio di amministrazione in primis.

CHI COMANDA? Il consorzio non è una società per azioni. Comanda uno strano mix tra voto pro-capite, produzione e deleghe. In altri termini una struttura cooperativa di 3.000 soci può diventare egemone in un consorzio dove sono presenti altri 300 produttori singoli. Non è difficile immaginare quanto complessa diventi la convivenza. Come si conciliano gli opposti interessi? Male. Una norma potrebbe meglio risolvere le conflittualità, specie se ripensasse pesi e bilanciature in sede consortile, regolando la governance con criteri di maggior equilibrio. Un vuoto normativo che chiama in causa l’Unione Europea. Considerando la sua passione dirigista, stupisce che non si occupi di questi problemi che pur sono di interesse pubblico e dunque da regolamentare per tutelare la collettività. Davide.gaeta@univr.ita

Di |2018-07-09T09:49:14+00:0009/07/2018|Focus Agroalimentare|