FORMAZIONE LA NOVITÀ DEI FONDI

Industria 4.0 alla prova del voto
Governo e aziende sognano»
i superammortamenti strutturali

Pino Di Blasio

MILANO

L’ULTIMO ASSIST è firmato dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Che, rispondendo a una domanda del direttore del Sole 24Ore, sui superammortamenti che dovrebbero diventare una ‘defiscalizzazione strutturale’, ha risposto spalancando nuovi orizzonti per il piano «Industria 4.0». « È un’operazione strategica e può diventare strutturale. La defiscalizzazione, a parità di aliquote, quando è permanente permette alle imprese di fare una pianificazione strategica. Nella legislatura che si sta concludendo la detassazione è stata importante ma è stata a tempo. Con un orizzonte temporale di medio termine, c’è spazio e tempo per poter fare una pianificazione di una riduzione permanente di imposte e quindi avere un’efficacia maggiore». Un’apertura di peso, la certificazione che il pacchetto delle misure per innovare la manifattura italiana e per farla approdare nella nuova era, sta funzionando. Lo ha ribadito anche Alberto Dal Poz, da pochi mesi presidente di Federmeccanica, forse il settore che più ha usufruito delle agevolazioni dei superammortamenti di Industria 4.0. «Il piano ha avuto – ha detto Dal Poz – lo straordinario pregio di far volare gli ordinativi delle macchine utensili. Ma bisogna percorrere ‘l’ultimo miglio’ della quarta rivoluzione industriale: un cammino quasi tutto interno alla fabbrica, con gli imprenditori che si mettono in gioco sul fronte della formazione, con investimenti mirati. Si tratta di un passaggio cruciale in grado di rilanciare il comparto manifatturiero e aumentare l’occupazione, soprattutto quella giovanile».

FEDERMECCANICA ha anche elencato i possibili progetti per dare corpo a una formazione professionale 4.0. Non citando solo il modello impiegato dall’associazione dell’industria meccanica, sull’alternanza scuola-lavoro e ribattezzato Trainership. «Non si può più aspettare – ha ribadito Dal Poz -, vanno rilanciati gli istituti tecnici superiori, soprattutto quelli più qualificati, capaci di diplomare periti di alto livello. La nuova industria manifatturiera ha fame di queste figure professionali. Così come ha urgente bisogno di percorsi didattici basati sull’integrazione e lo scambio possibile tra le filiere». Quello a cui pensano gli industriali sono incroci di competenze, tecnici capaci di trovare i comuni denominatori tra automotive e industria aerospaziale, tra agrifood e energia, sfruttando le tecnologie e l’innovazione digitale. E un altro ministro, quello allo sviluppo economico Carlo Calenda, ha buttato sul piatto elettorale, un piano di interventi per 13 miliardi di fondi pubblici «per attivare investimenti innovativi con incentivi fiscali». Un impegno, spalmato in sette anni tra il 2018 e il 2024, per sostenere investimenti privati con il supporto di superammortamenti, iperammortamenti, Nuova Sabatini, e investimenti supportati dal credito di imposta per la ricerca.

QUELLA DI CALENDA è un’operazione di packaging capace di assemblare tutte le misure varate con Industria 4.0: anche in Legge di Bilancio 2018 sono previste importanti agevolazioni, che hanno anche la formazione al centro delle agevolazioni, oltre ai beni strumentali. Tra le novità previste per le imprese il nuovo credito d’imposta, per il 40% delle spese sostenute (importo massimo 300mila euro all’anno), rivolto ai datori di lavoro che investono nella formazione dei dipendenti. Così il cerchio si completa, grazie allo stanziamento di 250 milioni di euro. Assieme alla proroga delle agevolazioni per l’acquisto di beni strumentali, con la possibilità di richiedere anche nel 2018 il super ammortamento, l’iper ammortamento e le agevolazioni Nuova Sabatini. Anche se il superammortamento passa dal 140 al 130% e esclude gli autoveicoli dal bonus, almeno nelle prime fasi della proroga. Lo stato dell’arte è questo: Industria 4.0 è il pacchetto che ha avuto più successo e ha generato effetti moltiplicatori positivi su tanti settori della nostra manifattura. Le elezioni non sembrano aver interrotto il percorso. E il dopo voto potrebbe confermare la bontà del progetto: anche perché è il pacchetto simbolo di un possibile governo delle larghe intese. Visto che piace a tutti.

 

Contro corrente di ERNESTO PREATONI

PROMETTERE LA LUNA EVITANDO LA REALTÀ

I DATI SULLA disoccupazione di dicembre hanno confermato i miei dubbi sulla solidità della ripresa. Giornali e tv si sono fermati alla superficie enfatizzando il fatto che la disoccupazione è calata più del previsto arrivando al 10,8% (dal 10,9% di novembre). Si tratta di un nuovo minimo da agosto 2012 e questo fatto ha strappato parecchi applausi. Purtroppo calano sia i posti (meno 66mila come saldo del mese) sia la qualità del lavoro. Le assunzioni vengono fatte con contratti a tempo determinato e ai lavoratori più anziani. A questo aggiungiamo il fatto che gli indici di fiducia sono in calo diffuso. Di tutte queste cose, però, la campagna elettorale non si occupa. I partiti preferiscono promettere la luna per non occuparsi della realtà. I numeri nella loro crudezza descrivono un Paese messo peggio della narrazione corrente. Non c’è nessuno che dica la verità su quello che ci aspetta. Cinque anni fa, in piena recessione, l’Italia pagava 84 miliardi di interessi sul debito. Il 2017 si è chiuso con una spesa di 64 miliardi a fronte di un debito cresciuto di 300 miliardi.

SENZA l’intervento della Bce avremmo speso 62 miliardi in più di interessi, nella scorsa legislatura. Vuol dire che il rapporto fra debito e Pil sarebbe salito al 140% e il deficit sarebbe stato del 4%. Nei cinque anni della legislatura che si aprirà il 4 marzo l’Italia dovrà emettere titoli di Stato per 1.150 miliardi solamente per rinnovare le scadenze. In realtà saranno molti di più considerando la prevedibile crescita del debito.

PER CAPIRE di che cosa stiamo parlando basterà ricordare che durante la scorsa legislatura il Tesoro ha emesso fra 390 e 420 miliardi l’anno per finanziare le scadenze e i nuovi debiti. Per abbattere il debito servirebbero una ripresa economica robusta e una bella fiammata inflazionistica. Nulla di questo è all’orizzonte: il Pil italiano è lo stesso del 2001 quando nacque l’euro e l’inflazione è tornata a scendere. Questi sono numeri su cui bisognerebbe discutere. Invece i politici preferiscono le chiacchiere da campagna elettorale.

Di |2018-02-07T12:06:10+00:0007/02/2018|Dossier Industria 4.0|