FONDI PENSIONI APERTI

Dalla riforma Dini alla ’quota 100‘
L’incubo di un assegno dimezzato
per under 35 e lavoratori precari

MILANO

IN PENSIONE prima del previsto, ma con un assegno non molto sostanzioso. È la prospettiva che attende nei decenni a venire milioni di lavoratori italiani, con la riforma previdenziale che il governo si appresta a varare. La maggioranza Lega-5Stelle sta infatti per introdurre la cosiddetta quota 100, che consente di mettersi a riposo quando la somma dell’età anagrafica e dei contributi versati supera una determinata soglia (fissata appunto a 100). Si potrà andare in pensione, per esempio, con 64 anni all’anagrafe e 36 anni di contributi (64+36=100). Indipendentemente da quel che accadrà nella previdenza a partire dal prossimo anno, una cosa è certa: in futuro le pensioni pubbliche saranno sempre meno generose di un tempo. Non si tratta della conseguenza della prossima riforma previdenziale né di quella di Elsa Fornero (governo Monti). Tutto dipende da una legge approvata nel 1995, la riforma Dini, in base alla quale l’importo delle pensioni future sarà legato solo alla quantità di contributi versati durante la carriera e non più dagli ultimi redditi percepiti prima di mettersi a riposo (com’è stato per tutti i lavoratori fino a 20 anni fa).

MAGGIORI saranno i versamenti, più alta sarà la pensione. Di conseguenza, chi ha ha una carriera lineare, cioè inizia a lavorare a 25 anni di età e finisce a 67 anni senza interruzioni, anche col sistema attuale si ritroverà in vecchiaia con un assegno più che dignitoso, pari al 70-75% dell’ultimo stipendio. Il guaio è che i giovani di oggi hanno spesso delle carriere discontinue: riescono a trovare un impiego stabile in età avanzata, dopo aver attraversato lunghi periodi di disoccupazione. Lavorando senza continuità, gli under 35 versano ben pochi contributi all’Inps e rischiano di ritrovarsi con una pensione da fame. Basta prendere in esame il caso concreto di un dipendente che oggi guadagna 20mila euro lordi annui, equivalenti a 1.300 euro netti. Con uno stipendio di questo importo, l’azienda gli versa 6.600 euro circa di contributi ogni anno. Se il lavoratore resta disoccupato a lungo perde un bel po’ di versamenti all’Inps e rischia di vedere assottigliarsi la pensione futura. Facendo una carriera di 35 anni invece che di 40 per questo lavoratore vanno in fumo 33mila euro di potenziali contributi che, rivalutati a fine carriera, darebbero tra 170 e 250 euro al mese di pensione in più. Se invece la vita lavorativa dura solo 30 anni invece che 40, si perdono almeno 66mila euro di potenziali versamenti all’Inps (350-450 euro di pensione in più).

UN GIOVANE nato negli anni ’80 e con una carriera discontinua rischia di percepire dall’Inps un assegno inferiore anche al 50-60% dell’ultima retribuzione. Per questo, le generazioni meno anziane hanno bisogno di costruirsi una rendita di scorta, coi fondi della previdenza integrativa. Questi prodotti hanno rendimenti che dipendono dall’andamento dei mercati finanziari e sono dunque adatti a un investimento di lungo periodo, per evitare di esporsi ai rischi dalle fluttuazioni di breve termine dei listini. Il consiglio degli esperti di pianificazione finanziaria è di solito quello di aderire alla previdenza integrativa quando mancano almeno 10 anni alla data di pensionamento.

Andrea Telara

Fondi chiusi Dedicati ai dipendenti: exploit del settore ceramico

MILANO

PER MOLTI, ma non per tutti. Sono così i fondi pensione chiusi (o negoziali), la principale categoria di prodotti della previdenza integrativa esistente in Italia. Si tratta di strumenti finanziari molto diffusi che sono però riservati ai lavoratori assunti con un contratto da dipendente. Nel giugno scorso, secondo i dati della Covip (la commissione che vigila sulla previdenza integrativa), erano ben 2,9 milioni i lavoratori italiani che avevano già sottoscritto un fondo pensione chiuso, per oltre 50 miliardi. Il pregio di questi prodotti è di essere poco costosi. Le commissioni applicate sul capitale investito sono spesso inferiori all’1%, la metà rispetto a quelle che gravano invece sui fondi pensione aperti o sui piani individuali pensionistici assicurativi. Grazie anche alle voci di spesa contenute, i fondi chiusi sono i prodotti della previdenza integrativa che, negli ultimi 10 anni, hanno reso di più. Tra il 2007 e il 2017, la loro performance è stata positiva del 3,3% all’anno contro il 2-3% delle altre categorie.

IL CAMPIONE dei rendimenti è stato Foncer Dinamico, riservato ai dipendenti del settore della ceramica, che ha guadagnato oltre il 7% all’anno in 10 anni. Segue il Fondosanità Espansione (destinato ai medici e agli infermieri) con un rendimento di oltre il 6% annuo. Va ricordato che i lavoratori subordinati possono destinare ai fondi pensione chiusi il proprio Tfr, cioè la quota di stipendio accantonata per la liquidazione. Oltre al Tfr, che è pari a circa il 7% del salario, il lavoratore può destinare ai fondi negoziali un ulteriore 1% della retribuzione, a cui si aggiunge un’altra quota dell’1% versata dall’azienda, per un totale di oltre il 9% dello stipendio. a.tel.

Di |2018-10-02T09:24:16+00:0001/10/2018|Dossier Economia & Finanza|