FOCUS PRIVATE BANKING

Tempi difficili per i risparmiatori
«Diversificare meglio il portafoglio
e niente investimenti fai-da-te»

Achille Perego
MILANO

IN TEMPI DIFFICILI, con la febbre dello spread, la perdita di valore dei Btp e le Borse ballerine, chi investe i propri risparmi dovrebbe, oggi più ancora di ieri, evitare il fai-da-te. Specialmente se si tratta di un investitore con un robusto conto in banca e redditi elevati. Il cliente-tipo per essere seguito da un private banker che ha come prima regola quella di conoscere tutte le esigenze (finanziarie, assicurative, patrimoniali, successorie) di chi vuole salvaguardare i propri risparmi e ricavarne anche un rendimento. E come seconda quella di scegliere, sottolinea Giordano Beani, head of multiasset funds solutions di Amundi, la migliore diversificazione. Sapendo comunque che se i mercati remano contro, com’è successo quest’anno, si possono solo limitare i danni tanto che da gennaio non c’è un indice (azionario o obbligazionario) positivo. Sperando, come si augura Beani e ne è convinto anche Carlo Benetti, market specialist di Gam Italia Sgr, che il 2019 riservi maggiori soddisfazioni a chi investe.

AL DI LÀ dell’andamento dei mercati, l’industria del private banking mostra comunque segnali positivi. Nel 2018, ha ricordato al quattordicesimo Forum che si è svolto nei giorni scorsi a Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, Fabio Innocenzi, presidente di Aipb (l’associazione italiana del private banking) ha continuato a crescere in termini di raccolta netta (+2,7% a giugno) sebbene abbia cominciato a risentire di mercati finanziari in flessione e con una crescente volatilità. Il totale delle attività finanziarie gestite dall’industria del private banking era a giugno pari a 801 miliardi. Le scelte della clientela private degli ultimi mesi hanno fatto registrare, ha spiegato sempre Innocenzi, una crescita della preferenza verso i prodotti assicurativi (+9% da inizio anno) per il percepito maggiore grado di protezione dai cicli e la liquidità è cresciuta del 3%, come conseguenza della crescente incertezza.

LE PROSPETTIVE di fine anno e del prossimo futuro saranno influenzate, secondo il presidente di Aipb, da uno scenario di crescita globale in rallentamento, anche se ancora positiva, elevate incertezze politiche e mercati finanziari altamente volatili. Con l’Italia che «sembra presentare un rallentamento più marcato. Questa situazione ha inciso negativamente sul clima di fiducia dei consumatori ma non ha avuto, per il momento, effetti sui giudizi riguardanti la situazione economica delle famiglie. Famiglie, quelle italiane, che complessivamente hanno una ricchezza di 4300 miliardi, circa 2.500 dei quali rappresentano ricchezza investibile e di questi il 44% appartiene a nuclei benestanti, ossia con 500mila euro e più di attività finanziarie. Quelle che comunemente sono considerate il target di clientela del private banking. Da questo segmento, in base alle previsioni di Aipb, alla fine di quest’anno arriveranno 13 miliardi di nuove attività finanziarie per aumentare un patrimonio largamente diversificato, assistito – sottolinea Innocenzi – da servizi di consulenza evoluta, senza esigenze di immediata liquidabilità e quindi «adatti per investimenti di medio e lungo periodo, ideali per finanziare i progetti di sviluppo delle imprese. Esiste infatti uno spazio non utilizzato della ricchezza e del risparmio private per il finanziamento dell’economia reale italiana ».

QUINDI il ruolo del private banking a sostegno dello sviluppo economico del Paese «può risiedere nell’orientare la sua clientela verso scelte di investimento che uniscano il legittimo interesse privato alla performance finanziaria all’interesse collettivo, quando la scelta ricade su forme di finanziamento dell’attività produttiva in Italia». Inserendo quindi gli investimenti nell’economia reale all’interno di un portafoglio che vede il cliente target del private banking con un patrimonio di 1,5 milioni privilegiare le gestioni patrimoniali (16%), le azioni (9%), i fondi azionari (9%), quelli bilanciati (8%) e obbligazionari (6%), una quota crescente di liquidità (14%), un 20% in prodotti assicurativi e il resto in bond e titoli di Stato.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
I POVERI NON INVESTONO

POSSO DIRE che non condivido per nulla la lettura che i grandi giornali stanno dando delle vicende politiche (e penso in particolare alla querelle con l’Europa, legata alla manovra finanziaria), rispetto all’atteggiamento che gli italiani hanno mostrato la scorsa settimana verso i famigerati Btp Italia? Alcuni giornali, mercoledì scorso, si spingevano alla conclusione che gli italiani votano con il portafoglio diversamente da come hanno votato nell’urna elettorale. Perciò, se gli italiani a questo governo hanno dato il 51% dei consensi, si sarebbero dovuti comprare il Btp Italia. I risparmiatori del nostro Paese – mentre scrivo, nel pomeriggio di mercoledì, ultimo giorno dedicato al retail – hanno acquistato meno di 800 milioni di titoli. Poco, se si pensa che l’obiettivo del ministero del Tesoro è di 7-9 miliardi d’incasso complessivi (fermo restando il fatto che manca ancora un giorno per chiudere il collocamento, ed è quello in cui la vendita è dedicata ai grandi investitori istituzionali). Quindi è corretto? Gli italiani fanno la voce grossa solo alle urne e poi – quando c’è da sostenere il governo coi risparmi – si ritirano? Secondo me la risposta è: neanche per sogno. Per due semplici motivi: il primo è che le forze che sono al governo hanno proposto di difendere chi ha poco o addirittura chi non ha. Ed è uno dei motivi per cui stiamo litigando con Bruxelles. I poveri come possono investire in Btp?

DEL RESTO, negli anni del quantitative easing chi deteneva risparmi investiti ha guadagnato, e pure tanto. Dall’altro mi domando: ma se anche un sostenitore della compagine governativa avesse dei risparmi da parte, perché – in un momento che secondo me rappresenta una soglia critica per il reddito fisso – dovrebbe accollarsi un’asset class che, oggi, secondo me è rischiosa a prescindere dal Paese emittente? Lo sanno anche i sassi che le banche centrali (nella foto il presidente della Bce Mario Draghi) stanno andando verso un rialzo dei tassi. Gli investitori non scelgono gli asset su cui puntare per amor di patria.

Di |2018-11-26T16:56:55+00:0026/11/2018|Dossier Economia & Finanza|