FOCUS PREVIDENZA

Banche, il credito non basta più
La gestione del welfare aziendale
nuova frontiera del business

Achille Perego
MILANO

RAPPRESENTA una nuova frontiera per il business delle banche. Stiamo parlando della gestione del welfare aziendale. Del resto oltre il 40% delle imprese, secondo l’Associazione italiana welfare aziendale, ha attivato almeno un servizio di welfare (collegato non solo ai premi aziendali) ma poche dispongono di piattaforme complete che consentano di diversificare l’offerta di beni e servizi. Piattaforme come quella annunciata a gennaio 2018 dal gruppo Credem, in collaborazione con Eudaimon, che consente alle aziende-clienti di dotarsi di un portale attraverso cui i dipendenti possono accedere con semplicità a servizi assistenziali, sanitari e previdenziali, assicurativi e bancari, il tempo libero e la cultura, rimborsi delle spese sostenute per l’educazione dei figli e la cura della persona e anche l’acquisto di beni e servizi. Un’offerta che punta a consentire a più di 8mila imprese e 1,1 milioni di dipendenti di «beneficiare di un innovativo programma di welfare ».

TRA LE PRIME banche in Italia a muoversi su questo fronte sono state Ubi e Bper. Ubi è stata pioniera nel proporre sul mercato un servizio di welfare aziendale – che ha visto anche la stipula in tal senso di un accordo quadro con Confindustria e intese territoriali – basato sull’approccio consulenziale ad ampio raggio, la valorizzazione del territorio come elemento costitutivo di un network di prossimità in cui le aziende e gli operatori del terzo settore possono diventare fornitori di servizi e la sussidiarietà. La gamma di servizi offerti è molto ampia, comprese card e voucher per fare acquisti ed è rivolta anche alle Pmi.

IN ANTICIPO si è mossa anche Bper, che già nel maggio 2017 aveva lanciato il progetto welfare grazie al primo accordo in Italia firmato con società specializzate: SiSalute e Willis Towers Watson che ha messo a disposizione una piattaforma di servizi evoluti (dalla salute alla previdenza, dalle spese per l’educazione dei figli fino agli abbonamenti per la palestra) destinati ai dipendenti delle Pmi clienti della banca da utilizzare anche per la trasformazione dei premi aziendali. «All’inizio – spiega Pierpio Cerfogli, vice direttore e chief business officer di Bper, il mercato era ancora impreparato a questa offerta ma con il tempo sta diventando sempre più recettivo tanto che stiamo pensando di abbassare il target proponendo la nostra piattaforma non solo alle aziende fra 10 e 100 milioni di ricavi con 50-250 dipendenti, ma anche a quelle sotto i 10 milioni e con meno di 50 dipendenti ». Tra le piattaforme per il welfare non poteva mancare quella di Intesa Sanpaolo. Il servizio Welfare Hub è partito nell’ottobre 2017 con due soluzioni (full e light) e copre tutte le tipologie di welfare compresi dall’anno scorso anche agevolazioni su prodotti e servizi della banca e sconti e tariffe agevolate su prodotti e servizi di brand eccellenti. «Crediamo profondamente in questo progetto e vogliamo essere partner a 360 gradi delle imprese che decidono di muoversi in un contesto nuovo con grandi potenzialità non solo fiscali ma anche economiche e reputazionali – spiega Andrea Lecce, responsabile Direzione sales e marketing privati e aziende retail Intesa Sanpaolo -. Oggi abbiamo oltre 1.000 aziende clienti e gli utenti, per lo più compresi nella fascia 35-54 anni, mostrano preferenza per fringe benefits e rimborsi ».

FORTE degli innovativi servizi welfare per i propri dipendenti, anche UniCredit da un paio d’anni ha rivolto questa offerta all’esterno. «Siamo convinti che un adeguato equilibrio tra vita professionale e privata influisca positivamente sull’ambiente di lavoro – sottolinea Emanuele Recchia, responsabile Politiche del Lavoro, Relazioni Industriali e Welfare UniCredit –, sul coinvolgimento dei dipendenti, sulla produttività e sul senso di appartenenza delle persone all’azienda». Con Benefit&Welfare le imprese clienti di UniCredit, a condizioni agevolate, possono usufruire di pacchetti di welfare e servizi bancari. Entro marzo è previsto il rilascio di una nuova piattaforma di welfare dedicata alle pmi.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
LA GERMANIA SALVA I SUOI ISTITUTI

C’È UN TEMA su cui l’Europa, anzi la Germania, dimostra tutta la propria ipocrisia. Ha obbligato le banche italiane a ripulire in fretta e furia i propri bilanci, perché i tedeschi avevano paura di pagare il conto di una crisi sistemica da noi. Berlino, però, a casa propria non solo non sembra aver fatto pulizia ma – sulle banche – sembra muoversi con una furbizia più che italiana, come dimostrano due casi. Il primo si chiama Nord/LB, è un istituto di credito il cui motto è ‘The North German Way’. I governanti della Bassa Sassonia e Sassonia Anhalt – che sono azionisti di riferimento – in effetti una strada tutta loro l’hanno trovata. La banca era praticamente fallita, ma l’hanno salvata, non con il ‘bail in’, come ci è toccato fare in Italia. No: loro hanno rifiutato l’offerta di una cordata di investitori privati. Poi, con un fondo interbancario, alimentato dalle casse di risparmio pubbliche hanno rimpinguato i conti della banca, giustificando il salvataggio come «un’operazione di mercato». Ora pare che la Commissaria Ue alla concorrenza, Margherite Verstager (nella foto), si debba pronunciare sul tema. Staremo a vedere.

SEMPRE in Germania c’è un’altra banca che – per finanziarsi – ha appena dovuto pagare il premio per il rischio più elevato fra gli istituti internazionali che si sono fatti prestare denaro con emissioni in Euro quest’anno: è Deutsche Bank. Secondo il Financial Times, la banca avrebbe appena emesso bond a due anni, che sarebbero stati collocati con un rendimento di 180 punti base superiore al benchmark, mentre per i bond garantiti a 7 anni il premio riconosciuto ai sottoscrittori sarebbe stato di ben 230 punti base. Una fonte interna avrebbe definito le emissioni «una follia». Guardando a questi casi mi domando se Berlino non farebbe meglio a pensare a cosa succede in casa propria, invece di imporre repulisti agli istituti italiani.

Di |2019-02-18T10:24:08+00:0018/02/2019|Dossier Economia & Finanza|