FOCUS PATATE

Patate, il freddo scalda i prezzi
In Italia consumi in flessione
Ma la produzione non basta

Lorenzo Frassoldati
BOLOGNA

LA PATATA è il prodotto dei campi più consumato dagli italiani dopo il pomodoro. Viene acquistato principalmente negli ipermercati e supermercati ma negli ultimi anni c’è stata una esplosione degli acquisti nelle catene dei discount, sia in versione soft che hard discount, a conferma di una tendenza dei consumatori a considerarlo più una commodity che una speciality. La produzione negli ultimi anni varia dai 13 ai 15 milioni di quintali, tra patate novelle, da consumo fresco e tuberi destinati all’industria, in forte calo rispetto a 20 anni fa (erano 20 milioni i quintali) e in forte disavanzo rispetto ai consumi delle famiglie e alle necessità dell’industria di trasformazione, tant’è che siamo costretti ad importarne dai 6 ai 7 milioni di quintali all’anno, principalmente da Francia e Germania.

LE SUPERFICI complessive destinate alla pataticoltura sono anch’esse calate negli ultimi due decenni, passando da 70 a 50.000 ettari. I consumi: sono in flessione da diversi anni, a causa di diversi fattori. Da un lato la competizione con altre produzioni come pasta, legumi e altri ortaggi più ‘salutistici’, dall’altro la spinta verso il wellness e stili di consumo più dietetici, infine il fattore organolettico. Fausto Bosca, direttore Unapa (unione di 10 organizzazioni di produttori in 9 regioni italiane) la spiega così a Freshplaza. it: «Si favoriscono troppo le cultivar che presentano altissime rese e altissima lavabilità, ma questo a scapito dell’aspetto organolettico e gustativo. Bisognerebbe invertire la tendenza, scegliendo varietà con un contenuto più elevato di sostanza secca, che possano essere destinate a svariati utilizzi, anche fritte o per la realizzazione di gnocchi, pur se con rese per ettaro relativamente inferiori. In sostanza dobbiamo tornare a valorizzare il gusto».

PREZZI. Fino a dieci anni fa le patate, escluse dall’Ocm ortofrutta, godevano di aiuti nazionali allo stoccaggio, che avevano sempre contribuito in qualche misura a sostenere i prezzi e dare reddito ai produttori. Poi gli aiuti nazionali sono finiti e da quel momento è il mercato a farla da padrone. Con prezzi in altalena ad ogni campagna, da pochi centesimi a più di 30 centesimi al chilo, legati alla maggiore o minore disponibilità di prodotto nelle principali aree produttive del Nord Europa (l’Italia vale solo il 4% della produzione europea). La possibilità di spuntare buoni prezzi è legata anche ai contratti quadro con l’industria e alle politiche di qualità messe in campo particolare in Emilia con la Dop per la Patata di Bologna e il Consorzio Selenella. Per alzare il livello di auto-approvvigionamento dell’Italia bisognerebbe tornare a far crescere le superfici e puntare sulla riduzione dei costi di produzione, su cui pesa al 30% il costo del seme, quasi tutto importato. Bosca sottolinea che la politica si è dimenticata del settore: «Nel 2002 si parlava di un piano di settore con finanziamenti da 3 milioni di euro, poi rinviato a data da destinarsi». E nulla si fa in Italia e in Europa nella lotta al ‘ferretto’, un parassita che fa danni ingenti alle produzioni senza efficaci mezzi di contrasto.

INTANTO la campagna 2018, causa un cattivo raccolto del Nord Europa, valorizza la nostra produzione con prezzi ‘stellari’. Il contratto quadro per la patata di Bologna ha fissato il prezzo a 32 centesimi/ chilo mentre in Veneto – altra grande area produttiva – sul prodotto frigo-conservato si spuntano anche 32-35 centesimi/chilo, con i consumi in aumento grazie all’arrivo del freddo invernale.

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
LE COMMODITY DA VALORIZZARE

QUANDO si parla di prodotti a denominazione di origine l’attenzione del consumatore è per lo più polarizzata da alcuni straordinari risultati, in primis nel caso del vino. Ma forse non è noto a tutti che l’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti dall’Unione europea; quasi trecento marchi di origine di prodotti agricoli e agroalimentari (299 precisamente al fine 2018 tra dop, igp e stg, ossia specialità tradizionali garantite) a cui si affiancano 523 denominazioni di origine dei vini. I settori con il maggior numero di riconoscimenti sono gli ortofrutticoli e i cereali (111 prodotti), i formaggi (53), gli oli extravergine di oliva (46) e naturalmente il settore della preparazioni delle carni (41) con i celebri prosciutti, per esempio, Parma e San Daniele dop. L’Emilia-Romagna il Veneto sono le Regioni con più riconoscimenti di origine (rispettivamente 45 e 38 prodotti riconosciuti) seguite dalla Sicilia, Lazio, Lombardia, Toscana e Piemonte. Malgrado siamo ricchi di questo patrimonio ed alcuni marchi di origine siano celebrati in tutto il mondo, restano ancora molti i prodotti agricoli che potrebbero venire maggiormente valorizzati dal consumatore, se fossero adeguatamente promossi da un sistema di certificazione di origine.

LA TENDENZA nei consumi, infatti, dimostra, che laddove prodotti cosiddetti minori siano stati oggetto di riconoscimento e marchio, si è registrata una crescita sia delle quantità consumate sia del valore delle vendite. Il caso dei prodotti orticoli a denominazione di origine protetta come la patata di Bologna dop è particolarmente significativo in proposito. La difesa e valorizzazione di vere e proprie nicchie di produzione è fondamentale per tutelare le produzioni agricole, specie se si parte dalla constatazione che una percentuale consistente degli acquisti delle famiglie di questi prodotti avviene presso il canale della Grande Distribuzione, dove quindi la variabilità dell’offerta è molto ampia ed il fattore competitivo di scelta è spesso basato sul prezzo. L’esempio di molti prodotti orticoli, apparentemente considerabili come una commodity, laddove protetti e promossi da una certificazione di origine, possono consentire maggiori garanzie per il consumatore con un livello di tracciabilità e di sicurezza alimentare spesso più elevato rispetto ad altri prodotti. Adeguatamente promossi possono rappresentare un sistema di evocazione del territorio da cui provengono alimentando un circolo virtuoso tra tutela e specificità di prodotto e valore economico e sociale della comunità di origine da cui provengono.

davide.gaeta@univr.it

Di |2019-01-21T10:13:40+00:0021/01/2019|Focus Agroalimentare|