FOCUS OLIO E FRANTOI

Olio Toscano, la ricetta del riscatto
Lezioni di extravergine nelle scuole
e recupero dei fondi abbandonati

Paolo Pellegrini
FIRENZE

LA FETTUNTA non manca, sarà buona e magari anche abbondante. Certo più delle due stagioni appena passate, il 2017 e ancor peggio il 2016, davvero l’anno orribile dell’olivicoltura toscana, ma non al livello delle annate migliori. E con un sapore forse leggermente diverso: colpa del burian siberiano che ha flagellato le colline in diverse zone della regione tra febbraio e marzo, poi seguito dai venti caldi intervallati a piogge copiose nella fase di fioritura. E a risentirne è stato soprattutto il ‘frantoio’, la varietà più diffusa nell’Oliveto Toscana: ha il ciclo vegetativo più lento, ha subito gli sbalzi climatici peggio delle ‘sorelle’ moraiolo e leccino che certe fasi le avevano già concluse.

COSÌ, la fotografia di quello che gli ottimisti chiamano «l’anno del riscatto», in realtà è un bicchiere pieno soltanto a metà. Riscatto rispetto a due campagne di raccolta disastrosa: la Toscana, quando la stagione della frangitura sarà terminata, tra un paio di settimane, farà segnare presumibilmente un più 15-20% di prodotto, soprattutto se i frantoi sapranno lavorare bene in termini di rese. Che è comunque un bel risultato se messo a paragone con le batoste sofferte da gran parte d’Italia, soprattutto al Sud, dove le perdite di raccolto si stimano secondo Ismea tra il -80% in Basilicata e il -70% in Calabria e Puglia (dove ha pesato anche il flagello Xylella), per arrivare al -63% della Sardegna e al -40% della Campania e attestarsi su perdite più ragionevoli nel Centro (-39% nelle Marche, -29 nel Lazio, -18 in Umbria). Ma quel più 15-20% porterà la Toscana a produrre ragionevolmente non più di 130-150mila quintali di olio extravergine, lontano da una media «normale» di 180-200mila quintali.

E CERTE previsioni che puntano a 170mila quintali possono risultare «drogate» dal fatto che in molti frantoi si spremono anche olive di altre parti d’Italia. Per mandare sugli scaffali un extravergine «italiano», che non è una truffa ma non è toscano. Anche se, come osserva Antonio De Concilio, direttore della Coldiretti regionale, «per fortuna circa il 25-30% dell’olio prodotto in Toscana è venduto come olio a denominazione di origine. Infatti la nostra regione vanta 5 denominazioni, le Dop Chianti Classico, Lucca, Terre di Siena e Seggiano, e l’Igp Toscano». A quest’ultima aderiscono 10.250 delle 50mila aziende che producono olio su una superficie di 90mila ettari, 265 dei circa 400 frantoi toscani e 360 confezionatori; 6 milioni e mezzo le piante iscritte, 35 mila i quintali di olio prodotto destinato soprattutto all’export. «L’olio Toscano Igp da solo – conclude De Concilio – rappresenta oltre il 30% della produzione di olio extravergine italiano che viene messo in commercio con la certificazione di origine».

IL SETTORE olivicolo pesa per 120 milioni sul Pil agricolo regionale e il valore dell’olio esportato dalla Toscana si aggira sui 700 milioni. Se ne esporta, insomma, più di quanto ne producano i campi: è uno, e non il solo, dei crucci di un comparto in crisi di aspettative. Scarso ricambio generazionale, prezzi poco remunerativi, olivicoltura ancora non «sistemica » a sufficienza: un quadro non certo rassicurante, a fronte del quale la Regione si è mossa promuovendo un protocollo d’intesa con l’Associazione Città dell’Olio e l’Ente Terre Regionali, per puntare da un lato costruire una figura di consumatore più informato a partire dalle scuole, oltre a campagne dirette alla ristorazione e al turismo, e dall’altro al recupero degli oliveti abbandonati anche attraverso esperienze di agricoltura sociale.

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
VALORIZZIAMO LE ECCELLENZE

POCHI casi come l’olivo e l’olio riescono a rappresentare il paradosso tra un patrimonio tale da rappresentare una punta di eccellenza dell’agricoltura del nostro Paese e quanto invece sia ancora difficile riuscire a valorizzarlo. Un patrimonio prima di tutto italiano che, a costo di sembrare retorico, rappresenta la coltura e cultura delle nostre tradizioni per antonomasia. La sua coltivazione è concentrata quasi totalmente intorno al bacino del Mediterraneo, appunto, e per tre quarti nella parte europea. Ma l’elenco dei meriti dell’olivo non finisce certo qui; è coltivato di fatto in tutto lo stivale, da Nord a Sud, e disegna il paesaggio, modellando le colline dove prevalentemente si ritrova, essendo presente per più della metà della superficie, che globalmente supera il milione di ettari, in area di media ed alta collina. Pur essendo diffuso in tutte le Regioni in realtà la sua forte concentrazione e nelle aree del Sud Italia ed in particolare in Puglia, Calabria ma anche Abruzzo e Molise. Eppure anche in questo caso si ritrovano strane discrepanze, apparentemente poco intuibili; per esempio una buona parte della trasformazione ed imbottigliamento, specie delle principali società di olio che distribuiscono a livello nazionale ed internazionale, non è collocata nelle principali aree di coltivazione ma per oltre il 50 % in Regioni come la Toscana e l’Umbria che in proporzione al panorama nazionale hanno superfici coltivate minori.

ANCHE sul fronte del rapporto tra produzione e destinazioni commerciali non tutto suona come potrebbe essere apparentemente intuibile. In altri termini, l’Italia deve importare ogni anno una quantità superiore ai tre quarti della produzione interna tanto che, il nostro Paese è notoriamente il primo e più eccellente mercato mondiale per import, confezionamento ed export di olio d’oliva e, ancora oggi, è il crocevia di tutti quelli extra vergini di origine nazionale, comunitaria e mediterranea. Di contro l’Europa comunitaria non sembra tutelare la coltivazione dell’olivo con apposite forme di protezione, come pur è stato fatto per prodotti agricoli di area nord europea nè la trasparenza e simmetria informativa tra produzione e mercato. Il consumatore tuttora viene distorto da normative cavillose e non perfettamente trasparenti sull’etichettatura che proteggono interessi particolari e non la tutela di chi deve essere correttamente informato. E’ davvero ora di riappropriarsi di un progetto vincente, sfidante per l’olio extravergine italiano sulla scia di quanto altri prodotti quali il vino e le denominazioni di origine hanno ottenuto nei mercati internazionali.

Davide.gaeta@univr.it

 

Di |2018-11-19T11:00:35+00:0019/11/2018|Focus Agroalimentare|