FOCUS ITTICA

Allevamenti in mare aperto,
il boom italiano dell’itticoltura
Così la pesca guarda al futuro

Antonio Fulvi
LIVORNO

DIMENTICHIAMOCI subito l’immagine letteraria de “Il vecchio e il mare” di Hemingway. Non è più, o forse da noi sulle nostre coste non è mai stata, la lotta uno contro uno. Né c’è mai stato un vecchio pescatore che lottando con la lenza avesse gridato al vento: “Pesce, ti voglio bene ma ti avrò ucciso prima che finisca il giorno”. Oggi i pescespada li prendono a 400 metri di fondale, con micidiali filaccioni. E li tirano a bordo uccisi da un pezzo. Fare il pescatore è un mestiere, come il carrozziere o il contadino. Concediamolo: è tra i mestieri più antichi del mondo. Ma non basta più a vivere, forse solo a sopravvivere.

LO CERTIFICANO, più dei mugugni di chi ancora fatica sulle barche, le fredde analisi scientifiche. E il fatto che di pescatori professionisti giovani ce ne siano sempre meno. Anche dove la tradizione è più dura a scomparire: in Adriatico e al sud. Basta leggere l’ultimo rapporto del Parlamento europeo, dipartimento tematico delle politiche strutturali e di coesione. Titolo: la pesca in Italia. Sono dati raccolti nella primavera di quest’anno, anche per fornirli alla FAO interessata a due progetti della UE sulla pesca (AdriaMed e MedSudMed). Ma c’è subito una delusione: quasi tutti i dati si riferiscono non oltre il 2010, qualche volta anche in precedenza.

E SECONDO le tre associazioni più rappresentative – dice il rapporto – cioè Lega pesca, Federpesca e Agci (cooperative), il mestiere è in continuo calo, dopo un forte incremento dal 1993 al 2007. C’è stata anche una concentrazione dei produttori. E la forte crescita dell’itticoltura, sebbene ancora la maggioranza di quest’ultima si dedichi a mitili, cozze e vongole. Riferendoci ai dati del rapporto, il 62% dei pescatori – intesi come cooperative o gruppi – è concentrato in Adriatico. Il 21% di loro è nelle Marche. Segue l’Emilia-Romagna con il 16%, quindi Veneto, Lazio e Puglia seguono. Ma se si considerano invece i dati sul valore del pescato e sugli addetti è la Sicilia a balzare in testa.

IL RAPPORTO riferisce di circa 50 mila pescatori professionali italiani con mezzo milione di tonnellate di pescato, di cui il 52% dalla pesca marittima e il 48% dall’acquacoltura. Quantitativamente parlando, il 25% della flotta peschereccia è in Sicilia, seguita dalla Puglia (13%), Marche e Sardegna (11%) Emilia-Romagna (6%) Liguria e Toscana (4%). Il maggior porto peschereccio italiano è Mazara del Vallo, Sicilia: ma seguono nell’ordine Ravenna, Ancona e Bari.

CONVIENE però, a questo punto, lasciare il rapporto Ue. Perchè negli ultimi cinque anni ci sono stati parecchi cambiamenti che a Bruxelles sembrano ignorare. Il primo è la forte crescita dell’acquacoltura, che ha superato (sembra al 65% del totale) la pesca marittima. L’allevamento sta sviluppandosi con il sistema delle vasche di rete in mare aperto, migliorando molto la qualità e la quantità, tanto che alcuni allevatori – dall’isola di Capraia in Toscana alle Marche – chiedono un riconoscimento Doc. Si allevano orate e spigole (branzini) ma anche pesci più difficili, come il dentice e addiittura il tonno rosso (venduto a peso d’oro ai giapponesi). Anche la flotta peschereccia si è ridotta, ma ammodernata. E se è obbligatorio un localizzatore satellitare che segnali alle autorità dove la barca opera (per evitare incursioni nei parchi) è anche vero che la responsabilità «ambientalista » è aumentata e molte cooperative di pesca aiutano le campagne di Marevivo e delle Capitanerie per conferire i rifiuti raccolti dalle reti invece di ributtarli in mare. Siamo all’inizio, ma è un inizio promettente per il mare. E per lo stesso futuro della pesca.

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
UNA CENA DI PESCE INNAFFIATA DI VINO

L’ ASIMMETRIA informativa è un tema importante dell’economia ma più in generale della vita quotidiana. La terzietà del sistema di certificazione dell’informazione garantisce il consumatore che quanto sia raccontato sul prodotto corrisponda a verità. Il mondo agro-alimentare è coinvolto in primo piano in questa tematica. Sia per la funzione strategica, per esempio nutrizionale e/o salutistica, sia per il piacere che si ottiene dal consumo. Esemplificativo ma anche gustoso è l’esempio degli abbinamenti tra cibo e vino, terreno dove si scatenano esperti di più o meno grande visibilità e caratura ma che comunque rispondono ed assecondano la ricerca di un’informazione che al consumatore interessa e che giustamente rappresenta una forma di cultura del nostro patrimonio eno-gastronomico.

HO CHIESTO a qualche produttore di vino, per esempio, cosa ne pensa del dilemma nella scelta che affligge (o intriga) il consumatore al momento di ordinare un vino abbinato da abbinare ad un piatto di pesce. Ecco la risposta di Giusto Occhipinti, imprenditore vitivinicolo che con la sua COS ha saputo trasferire la magia della Sicilia in un’azienda modello di qualità ed efficienza, un esempio per il mondo enologico. «Pensare ad un vino bianco per il pesce e rosso per la carne, credo che da tempo non ha più senso. Oggi un bianco macerato lo si abbina bene alla carne ed un rosso fruttato al pesce. Ma anche questa non sarà mai una regola certa. Il mondo del vino è uno splendido universo pieno di infinita sfumature. Un consumatore forse più colto, sensibile ed anche trasgressivo spesso vuole ricercare e scoprire da sé nuove sensazioni negli abbinamenti. Per quello che mi riguarda il Cerasuolo di Vittoria ed il Frappato è un vino che definisco trasversale. Accompagna con rispetto un piatto di pesce bene condito, molto bene su carne e formaggi e lo trovo perfetto su una buona pizza».

STESSA domanda girata a Mattia Vezzola, enologo tra i più noti in Italia e produttore di vini sulle rive del lago di Garda, a Moniga, nella splendida azienda Costaripa. In questo caso, un diverso territorio, ci propone una differente prospettiva di abbinamenti, anche questa altrettanto affascinante. «I rosati da viticoltura di tradizione, dove l’epigenetica ha fatto il suo meraviglioso corso come in Valtenesi, sono vini che rappresentano un modo di vivere e di stare a tavola; rosati favolosamente sapidi che possono accompagnare piatti speziati, tartare di pesce e carne, insalate con capperi e acciughe, crostacei e pesci importanti di lago e mare». Ecco dunque la straordinaria ricchezze della nostra cultura enogastronomica e dei suoi prodotti; un patrimonio che il mondo ci invidia e che dobbiamo valorizzare come una delle risorse più importanti della nostra economia.

davide.gaeta@univr.it

Di |2018-11-12T14:11:28+00:0012/11/2018|Focus Agroalimentare|