Risparmio, gestori sotto la lente
Con la direttiva europea Mifid 2
caleranno i costi delle commissioni

Andrea Telara
MILANO

Nessuna tassa in più sui risparmi. E’ la piccola buona notizia con cui si è aperto il 2019 per le famiglie italiane dopo l’approvazione della Legge di Bilancio. Quest’anno la tassazione sui prodotti finanziari è rimasta invariata e verranno applicati i due balzelli già esistenti. Il primo è la mini patrimoniale, cioè l’imposta di bollo pari allo 0,2% del capitale. Il secondo prelievo fiscale è rappresentato dalla normale tassazione sui rendimenti ottenuti dall’investitore, pari al 26% per le azioni, i bond, i fondi comuni, le polizze finanziarie e i conti correnti. Fanno eccezione soltanto i titoli di Stato, i cui interessi subiscono un’imposizione ridotta del 12,5%.

MENTRE sul fronte fiscale ci sarà calma piatta, nel 2019 sono invece in arrivo novità importanti sul fronte dei costi dei prodotti, cioè per quel che riguarda le commissioni applicate dalle banche e dalle società di gestione del risparmio sui portafogli d’investimento detenuti dai clienti. Da quest’anno debutterà infatti un nuovo prospetto introdotto con la Mifid 2, la direttiva europea sui servizi finanziari, entrata in vigore ufficialmente già nel 2018. In base alle regole della Mifid 2, da quest’anno le banche e i consulenti finanziari saranno obbligati a consegnare a ciascun cliente un documento in cui vengono evidenziati tutti i costi dei prodotti finanziari venduti, non soltanto in termini percentuali ma anche (ed è qui la vera novità) in valore assoluto. Esempio: se un cliente ha un capitale investito di 1 milione di euro e paga mediamente una commissione dell’1-2% al proprio consulente finanziario o alla propria banca, con il nuovo prospetto vedrà scritto nero su bianco quanti soldi versa in valore assoluto per il servizio ricevuto.

SI TRATTA, nel caso sopra citato, di ben 10mila-20mila euro all’anno (che corrispondono appunto a uno o due punti percentuali su un capitale di un milione). E’ una cifra tutt’altro che trascurabile che può provocare non pochi malumori nella clientela, soprattutto se il rendimento della somma investita non è esaltante e viene in gran parte rosicchiato dalle commissioni pagate. Il prospetto introdotto dalla Mifid 2, secondo molti osservatori, aumenterà la trasparenza sul mercato e spingerà i risparmiatori a guardare con un occhio più critico a ciò che viene proposto dai loro dai consulenti finanziari. Ci sono infatti paesi extra europei come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna in cui sono state approvate già da tempo normative simili alla Mifid 2 che hanno avuto un effetto: i costi medi dei prodotti finanziari hanno imboccato inevitabilmente un trend al ribasso. In America, per esempio, le commissioni dei fondi d’investimento sono inferiori mediamente del 30% rispetto all’Europa. Occhio dunque ai nuovi prospetti in arrivo con la Mifid 2, quando saranno disponibili. Ancor prima di consultarli, non è tuttavia difficile stilare già oggi una classifica dei prodotti finanziari più o meno costosi.

I MENO cari di tutti sono senza dubbio gli Etf (exchange traded fund), che sono soggetti a commissioni annue di qualche decimale di punto sul capitale. Si tratta di fondi d’investimento acquistabili in borsa come le azioni, che hanno una particolarità: il loro portafoglio è predeterminato e segue automaticamente l’andamento di un indice di riferimento. A differenza di quanto avviene per i fondi comuni tradizionali, negli Etf non c’è infatti un gestore che, ben remunerato per il suo lavoro, cerca di selezionare periodicamente i titoli migliori sul mercato.

GRAZIE al loro profilo low cost, oggi gli Exchange traded fund stanno rosicchiando quote di mercato alle polizze vita finanziarie e ai fondi comuni tradizionali, che sono soggetti a commissioni ben più alte, di solito tra l’1 e il 3% all’anno sul valore del capitale. Attualmente gli Etf sono un fenomeno di nicchia ma, con l’effetto Mifid 2, potrebbero guadagnare ancora terreno sul mercato.

Il commento di ROBERTO GIARDINA
LA FRENATA TEDESCA

«QUEL che diminuisce è solo il mio peso», dichiara ironicamente, Peter Altmeier (nella foto), cristianodemocratico, il massiccio ministro tedesco dell’economia, 28 chili in meno in sei mesi, ma quanto pesa ancora rimane un segreto. Per il decimo anno consecutivo, nel 2019, assicura, il Pil continuerà a salire. Invece dell’1,9% sperato, si fermerà all’1,6%. Ma non vi lamentate, si cresce, nonostante la Brexit, la Cina con il fiato grosso, la guerra commerciale scatenata da Trump, senza dimenticare noi italiani, la mina vagante d’Europa. In Germania nel 2020 gli occupati saranno 45 milioni e mezzo, mai così tanti dalla fine della guerra. Salgono i salari, ormai la media è di 3.500 euro lordi, e salgono anche le pensioni. Perché preoccuparsi? E’ vero, ma si continua a rallentare: più 2,2% nel 2017, più 1,5% l’anno scorso, gli esperti non sono tanto convinti che il peso massimo Peter abbia ragione. Il governo è obbligato a essere ottimista alla vigilia delle elezioni europee in maggio, ma la Bundesbank vede il futuro meno roseo. Il capo Jens Weidmann avverte: la macchina tedesca comincia a frenare, già il 2018 si è chiuso al di sotto delle aspettative, la situazione non è grave, ma sarebbe meglio essere prudenti. La Germania dipende dall’export, è consigliabile stare in guardia. I cinesi comprano meno auto, e le case tedesche, dalla BMW alla Volkswagen non hanno superato la crisi provocata dallo scandalo sui gas di scarico manipolati.

VEDONO NERO i cinque istituti di previsione economica. L’Ifo di Monaco stima che l’anno in corso riuscirà a superare di poco l’1% di crescita, lontano dal traguardo sperato da Altmeier. Il ministro delle finanze, il socialdemocratico Olaf Scholz, chiude il bilancio per il quarto anno in attivo. Ha in cassa undici miliardi di euro da spendere ed è indeciso come, ma esita ad abbassare le tasse per rilanciare l´economia, come vorrebbe la Confindustria. Meglio non esagerare, risponde Scholz, per trovarsi pronti a fronteggiare una nuova crisi mondiale, dopo quella del 2008.