FOCUS GELATI

Il Cornetto diventa un concept
Gelato, una passione italiana
che piace tanto anche all’estero

Lorenzo Frassoldati
MILANO

EANCHE il gelato alla fine diventò un concept, un’idea, un qualcosa di creativo, una rivisitazione, un progetto gourmet. Insomma roba per masterchef, per gelatai a ‘Tre coni’. Ma all’inizio fu solo il Cornetto, il Mottarello, il Cremino, prodotti di gelateria industriale che hanno addolcito la vita di tante generazioni di italiani. Sì perché il gelato è un vanto del food made in Italy, siamo i primi produttori in Europa, seguiti da Germania, Francia e Spagna. In giro per il mondo il gelato ‘artigianale’ italiano (o presunto tale) viene esibito come garanzia di gusto e qualità, anche se spesso di italiano in molti casi c’è ben poco.

SE IL GELATO made in Italy è famoso lo si deve alla tradizione artigianale nazionale, sia allo sviluppo industriale che si è avuto nel corso degli ultimi decenni. Nella gelateria la primogenitura italiana risale al Cinquecento quando a Firenze fu inventato il gelato moderno a base di latte, panna e uova. Alla fine del ‘700 un italiano, Filippo Lenzi, aprì la prima gelateria in terra americana. Ma bisogna spettare il secondo dopoguerra in Italia per vedere nascere il primo gelato industriale su stecco, il Mottarello al fiordilatte nasce (1948). Subito dopo, negli anni Cinquanta arriva il primo cono con cialda industriale il mitico Cornetto. Gli anni 70 e la diffusione del frezeer domestico battezzano invece il primo secchiello formato famiglia, il Barattolino. In parallelo nascono e crescono imprese italiane, pubbliche e private (sì perché per molti anni lo Stato italiano produceva pure gelati) e si affermano brand come Sammontana, Kinder, Motta, Algida, Antica Gelateria del Corso, Bindi, Carte d’Or, Sanson.

GLI ANALISTI di settore la definiscono una «referenza anti ciclica», che si consuma tutto l’anno, sebbene il top dei consumi sia naturalmente legato ai mesi estivi. I consumi comunque tendono a destagionalizzarsi sempre più, anche grazie alla capacità di innovare e interpretare gusti e bisogni dei consumatori, dal punto di vista edonistico ma anche salutistico, col lancio di diversi prodotti innovativi tra cui molti bio e vegan. La produzione di gelati industriali nel nostro Paese ha raggiunto nel 2017 le 213.125 tonnellate (dati Istituto del Gelato Italiano) per un valore complessivo di oltre 2 miliardi di euro. I consumi pro capite stanno sui 3 chili. La Camera di commercio di Milano ha provato a censire anche le gelaterie artigianali, 19mila imprese attive nella produzione e nella vendita di coni e coppette. Un business che vale ogni anno circa un miliardo e mezzo di euro, e che dà lavoro a 75mila persone in tutto il Paese. Tra le città, la regina del gelato è Roma, in testa alle classifiche per numero di attività (1.409) e di addetti (4.286). In seconda posizione ci sono Napoli per numero di imprese (898) e Torino per gli addetti (3.087). Tra le prime 10 città con più gelaterie rientrano anche Milano e Torino (oltre 700), seguite Salerno e Bari (più di 400). Per quanto riguarda l’identikit dei gelatai italiani, solo tre su 10 sono donne e appena 1 su 10 ha meno di 35 anni. Il 6% è costituito da stranieri.

MA IL NOSTRO gelato piace anche all’estero. In linea con i buoni risultati complessivi del comparto dolciario, l’export del settore dei gelati ha fatto registrare un ottimo trend a volume e a valore (+7,5%) con un fatturato 2018 sui mercati esteri di 247,5 milioni di euro. I più golosi del gelato made in Italy sono tedeschi, inglesi e francesi. Nel decennio 2007-2017 (dati Nomisma Agrifood Monitor) l’export è salito da 185 a 230 milioni di euro con un saldo positivo di 121 milioni nel 2017. E nei primi nove mesi del 2018 l’export di gelati ha confermato il trend positivo sia in valore (+7,1%) che in quantità (+5,5%).

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
DIFENDIAMO I NOSTRI GIOIELLI

È SCOPPIATA l’estate e, di pari passo, le considerazioni tra i difensori della tesi che un caldo così torrido non c’era mai stato e quelli che ricordano che già nei primi del ‘500 si usava ripetere che «ormai le stagioni sono cambiate». Prescindendo dalle battute è vero però che, per chi si occupa di agricoltura, il cambiamento climatico e le alte temperature estive hanno effetti diretti sulla produzione agricola e, di conseguenza, sul consumo; anzi alcune scelte alimentari nascono proprio per difenderci, almeno psicologicamente, dalla calura. Acquistano così importanza per la tavola degli italiani e per l’economia agro-alimentare, oltre ai tradizionali prodotti legati all’estate, gelati in primis, tutti quei prodotti agricoli che raggiungono la maturazione proprio con l’estate e per questo vengono definiti diventano di stagione. La frutta, da sola od abbinata in mille combinazioni, è la regina dei nostri consumi estivi, anche per il suo percepito come alimento salutistico e rinfrescante. Il nostro Paese ha una serie di primati mondiali nella produzione agricola di molte varietà che proprio in questa stagione arrivano ai mercati di consumo. Le albicocche per esempio si producono in tutto il mondo ma oltre il 60% viene dall’Unione Europea e proprio l’Italia ha il ruolo di leader con oltre il 15% della produzione mondiale. Stesso discorso per pesche e nettarine dove il nostro Paese guida la classifica davanti a Spagna, Usa, Grecia e Turchia (ma attenzione alla Cina). Nella produzione delle ciliegie invece, che erano un altro primato che ci faceva brillare nel mondo, siamo scesi dal podio fino ad arrivare al quarto posto dietro a Turchia, Usa e Iran. Al di là dei primati quello che interessa è difendere il patrimonio italiano nell’agroalimentare.

SU QUESTO fronte molte sono le battaglie che ogni giorno i nostri agricoltori devono intraprendere, spesso lontani dai riflettori mediatici e dall’attenzione della politica agricola nazionale e comunitaria. In proposito diversi sono gli elementi di concorrenza sleale a cui sono sottoposti. L’Europa alla sua nascita aveva garantito il principio di preferenza comunitaria, eppure ogni giorno arrivano sui nostri mercati frutta dei Paesi del nord Mediterraneo o di provenienza extra comunitaria in pieno dumping commerciale. In altre parole vendute a prezzi che sono inferiori ai nostri costi di produzione e quindi impossibili per noi da fronteggiare. Difendere l’origine italiana, valorizzare i prodotti agricoli di origine certificata, scegliere le produzioni biologiche è quindi un impegno che deve accompagnare le scelte del consumatore anche per l’orgoglio dei primati che l’Italia difende.

Davide.gaeta@univr

Di |2019-07-02T08:03:40+00:0002/07/2019|Focus Agroalimentare|