FOCUS FRUTTA SECCA

Frutta secca, business emergente
«Importazioni oltre il miliardo
Lavoriamo alla filiera tricolore»

Lorenzo Frassoldati
BOLOGNA

DALLA Sicilia all’Emilia Romagna al Piemonte la filiera della frutta secca (o frutta in guscio, anche se non sono esattamente la stessa cosa) è uno dei business emergenti dell’agroalimentare italiano. Noci, nocciole, mandorle, castagne, pistacchi: siamo passati nel giro di dieci anni dalla demonizzazione alla valorizzazione. In tutte le statistiche il segmento è in continua crescita: +70 milioni di saldo positivo (nel 2017 sul 2016) negli acquisti delle famiglie italiane (dati Ismea-Nielsen elaborati da Agroter). A favorire la crescita troviamo in primis le noci, che da sole valgono il 50% (+35 milioni). Seguono, sia pure a distanza, i mix di frutta secca (13,3 milioni), le mandorle (11,1) e le arachidi (7,9 milioni).

IN TRE ANNI (2015-2017) il valore dei consumi domestici è passato da 376 milioni a 430, i volumi da 52,2 tonnellate a 61,7 mentre il prezzo medio al chilo si è assestato attorno ai 7 euro (dati Cso Italy-Gfk Italia). Siamo anche qui un grande paese trasformatore: importiamo molto ed esportiamo molto. Nel 2017 (anno del record del nostro export ortofrutticolo, circa 5 miliardi) la frutta secca valeva il 10% del nostro export (oltre 500 milioni) e circa un terzo del nostro import (1,1 miliardi). Pino Calcagni, past president di Fruitimprese e numero uno del Gruppo Besana, commenta: «Si può dire che la frutta secca è entrata nei consumi quotidiani degli italiani: il mercato italiano si attesta su una capacità di 300.000 tonnellate, un valore importante, mentre altrettanto importante è il valore dei consumi: tra i 900 milioni e il miliardo di euro».

IN ALCUNI prodotti abbiamo una leadership: siamo il primo produttore europeo di nocciole, il secondo al mondo. Con tre marchi europei di eccellenza: la Nocciola del Piemonte Igp, la Nocciola di Giffoni Igp, la Nocciola Romana Dop. Il primo produttore mondiale è la Turchia col 70% del mercato, noi abbiamo il 12%. Ma ci stiamo attrezzando per crescere. E’ nato su impulso della multinazionale italiana Ferrero (quella della Nutella, a base di nocciole) il Progetto Nocciola Italia che si prefigge di sviluppare 20.000 ettari di nuove piantagioni di nocciole entro il 2025, per arrivare in tutto a 90.000 ettari di noccioleti italiani e ridurre al minimo l’import. Accordi di filiera sono già stati sottoscritti in 5 regioni, riconvertendo ampie superfici oggi scarsamente redditizie. Finora gran parte della frutta a guscio veniva importata, a partire da un prodotto di larghissimo consumo come le noci. Anche qui si sta lavorando per costruire una filiera tricolore, alternativa alle massicce importazioni da Stati Uniti, Cile e Francia. In Romagna sta partendo il progetto Noci di Romagna. Ideato dalla New Factor di Alessandro Annibali (impresa leader nella frutta secca col marchio Mister Nut) assieme al gigante agricolo Agrintesa punta a raggiungere i 500 ettari di noceti entro il 2025. Sulla filiera mandorle si sta lavorando in Sicilia.

IL RINASCIMENTO della frutta secca in Italia è in gran parte merito del progetto nato nel 2007 a Bologna e da cui è nata l’associazione Nucis Italia (www.nucisitalia. it). Claudio Scalise, partner di SgMarketing, la racconta così: «Ci siamo posti l’obiettivo di rivoluzionare il vissuto di questi prodotti: da alimenti non salutistici a causa dell’alto contenuto calorico alla valorizzazione invece delle valenze nutrizionali e dei benefici associati al corretto consumo. Con azioni integrate verso la classe medica, i punti vendita e i media, l’obiettivo è stato raggiunto».

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
MENO RISORSE PER LA NUOVA PAC

IL DIBATTITO sul futuro della Politica Agricola nell’Ue (Pac) per il periodo 2021-2027, entra nel vivo della discussione al Parlamento Europeo ed al Consiglio dell’Unione e continuerà fino al giugno 2019; l’atto finale di un’eventuale approvazione è stimato al febbraio 2020. Qualora tutto filasse liscio, la nuova Pac diventerebbe operativa al primo gennaio 2021. I tempi comunitari sono, come noto, notoriamente lunghi e in questo caso ulteriormente complicati dal fatto che contemporaneamente si avrà l’uscita di scena del Regno Unito. Può sembrare paradossale ma nella storia comunitaria questo momento è particolarmente importante e l’esito incerto: è infatti la prima volta che anziché aumentare di dimensioni economiche e politiche, l’Europa si riduce; soprattutto, si apre un ignoto scenario che sarà al contempo un campo di prova per capire se si avrà il tanto temuto effetto domino da parte di altri Paesi che volessero seguire l’esempio inglese oppure Brexit si rivelerà un autogol britannico a vantaggio del rafforzamento dei valori europei. Quello che è certo è che a farne le spese sarà il budget della prossima Pac. Come ha riportato Paolo De Castro, vicepresidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo, le probabilità di tagli sono molto elevate. A Strasburgo si è votato il parere del Parlamento Europeo sul quadro finanziario chiedendo che ogni stato membro supplisca, con uno 0,3 % aggiuntivo, alla fuoriuscita della Gran Bretagna nella sua partecipazione alle finanze d’Europa.

LA DESTINAZIONE di queste risorse non è però stata presentata come semplice riempitivo del buco di bilancio, stimato in circa 12 miliardi di euro, che si verrebbe a generare, ma come rilancio a finanziare temi ritenuti decisivi per lo sviluppo economico della Ue. In ballo infatti, accanto alle risorse finanziare da destinare alla nuova Pac, vi sono due grandi urgenze ritenute politicamente molto rilevanti: i flussi migratori e la ricerca e l’innovazione europea. La prima tematica, quella dei flussi migratori, esula dal campo agricolo (che pur assorbe come noto circa il 37% del budget complessivo comunitario) ma potrebbe rappresentare un evidente segnale di disponibilità della Commissione Bilancio verso il nostro Paese a parziale compensazione della rigidità espressa nella manovra economica. Il secondo tema rientra nella proposta di portare a 100 miliardi di euro lo stanziamento in ricerca ed innovazione previsto per lo Horizon Europe a prosecuzione del programma 2020. Un progetto di ben più ampia dotazione rispetto al passato e ritenuto strategico per lo sviluppo e l’integrazione. Il negoziato è appena iniziato e vedremo come andrà.

Davide.gaeta@univr.it

Di |2018-12-03T14:33:08+00:0003/12/2018|Focus Agroalimentare|