FOCUS CAFFÈ

Una passione per tutte le età
La tazzina di caffè ambasciatrice
del Made in Italy nel mondo

Lorenzo Frassoldati
MILANO

ANCHE il caffè è uno dei simboli nel mondo del Made in Italy. Non perché prodotto in Italia, ma in quanto materia prima ‘trasformata’ nel nostro Paese. Ma nulla cambia, sempre made in Italy resta. Tant’è che recentemente uno dei re del caffè italiano, Marco Lavazza, è volato in Australia per confermare la partnership della sua azienda ai quattro tornei del Grande Slam di tennis. «Puntiamo a diffondere la vera cultura del caffè italiano» spiega il vicepresidente del Gruppo che nel 2018 ha servito oltre un milione di caffè dando vita, torneo dopo torneo, al bar italiano più grande del mondo.

CAFFÈ quindi come simbolo dell’Italia sui mercati globali, al pari di pasta, Parmigiano e Grana padano, prosciutto di Parma, aceto balsamico di Modena. Con oltre 800 aziende di torrefazione coinvolte a livello produttivo, 7.000 addetti e circa 3,9 miliardi di euro di vendite della produzione, di cui oltre 1,3 miliardi di export, l’industria italiana del caffè è uno dei settori più brillanti del food & beverage del Paese. Importiamo (dati 2017, fonte Comitato Italiano Caffè) 9,4 milioni di sacchi di caffè verde (da 60 kg), ne trasformiamo 9,2 milioni in Italia e ne esportiamo poco meno della metà (oltre 4 milioni di sacchi). Per il caffè è un po’ come per l’olio d’oliva, siamo grandi importatori e insieme esportatori. L’Italia è il terzo più grande paese al mondo per l’import di caffè verde (dietro Usa e Germania) e siamo il terzo al mondo (dopo Germania e Belgio) per i volumi di esportazione di caffè in tutte le sue forme. Gli sbocchi più importanti per le esportazioni del caffè torrefatto italiano sono i paesi comunitari (oltre il 60%), soprattutto Francia, Germania e Austria; tra i paesi extra UE con quote significative: Svizzera, Usa, Australia, Russia e Canada. Le aree produttive del caffè verde sono Caraibi e America Latina (Brasile, Colombia), Africa (Kenya), Asia (Vietnam) e le due varietà oggetto di contrattazione sul mercato internazionale sono Arabica e Robusta, con quotazioni calanti negli ultimi anni. A livello europeo, secondo i dati 2017 di Coffitalia-Beverfood, siamo il secondo paese produttore (dopo la Germania) e sempre il secondo per i volumi esportati di caffè torrefatto. Nel retail i primi 3 gruppi produttivi – Lavazza, Kimbo e Nestlè – coprono a valore quasi il 60% del mercato. Veniamo all’Italia, patria dell’espresso, dove i consumi annuali pro capite di caffè sono più o meno stabili attorno ai 6 chili (fonte Ico). Il caffè può davvero essere definito la bevanda nazionale degli italiani: tra i 18-65enni ben il 96,5% consuma caffè o bevande a base di caffè, almeno saltuariamente. Lo afferma una indagine di AstraRicerche per conto di AIIPA – Consorzio Promozione Caffè. Tra forti (più di 3 tazzine/giorno) e medi consumatori (2-3 tazzine) lo consumano il 63% degli italiani. I consumi sono stati sostenuti anche dal boom del mercato domestico del caffè , grazie alla diffusione delle macchine per uso casalingo passate – dice una ricerca Nomisma pubblicata sulla rivista Food – da poco meno di 2 milioni di pezzi venduti nel 2014 ad oltre 3 milioni nel 2016.

IN SINTESI, dice Nomisma, «il caffè è un prodotto che sta diventando sempre più importante nel panorama alimentare italiano. Con un giro d’affari di quasi 3,9 miliardi di euro nel 2017 vale quasi il 3% dell’industria alimentare italiana. Il settore è in crescita: nel 2011-2017 il giro di affari è cresciuto in media del 26,6%, con un picco proprio nel 2017 (+8,6% sul 2016). La proposta industriale, accanto alla tradizionale offerta del caffè tostato in grani o macinato, si è arricchita di quello in cialde per macchine automatiche, ampliando così opportunità ed occasioni di consumo».

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
L’EUROPA DEBOLE DELL’ERA BREXIT

TRA i temi che affollano il dibattito pubblico in tema di sovranismo e di ruolo e funzione dell’Europa comune, un aspetto di grande attualità e di difficile comprensione riguarda la questione dei dazi e delle barriere. Nati per scoraggiare le importazioni e favorire i prodotti interni, nel tempo i dazi hanno assunto forme e dimensioni diverse, spesso giustificate più dalla politica che dall’economia. Eppure proprio l’Europa nasceva con l’intento di eliminarli e creare, con l’Atto Unico Europeo, un solo mercato senza dogane, barriere, vincoli agli scambi. Nel mentre costruiva, con alterni successi, un mercato interno armonizzato e libero per le merci europee, ergeva alte mura protezionistiche per i prodotti dei Paesi terzi, creando appunto un sistema di dazi e barriere che impedissero alle merci, prima di tutto quelle agroalimentari, di entrare in condizioni di prezzo minori rispetto ai prezzi interni e con condizioni, per esempio fitosanitarie, che all’interno dell’Europa non erano ammesse e anzi ritenute lesive della salute. Rispetto a questa comunanza di intenti per anni si è costruito un mercato di regole che permettesse di armonizzare ogni prodotto oggetto di scambio nell’Ue. Eppure da subito fu chiaro che non tutto procedeva né spedito né concorde. Molti Paesi ritenevano che le proprie abitudini di produzione fossero insindacabili e così il nome che definiva il prodotto. Si pensi all’aceto, termine che per il nostro Paese è associato al vino mentre in altri era tradizione fosse ottenuto dalle mele. Altrettanto la pasta, insindacabilmente per noi ottenuta da grano duro mentre al nord europeo da grano tenero.

L’ARMONIZZAZIONE delle regole era del resto condizione sine qua non per poter abolire le dogane interne, che nel passato prima della nascita del Mercato interno europeo erano le principali strutture dove avveniva il controllo e dunque il potenziale contenzioso transfrontaliero. Abolire le dogane interne significava dunque disporre di regole uguali per tutti. Faticosamente e pur con molti, troppi, distinguo ed eccezioni, l’Europa ha conquistata la spazio unico di libera circolazione. Non è una conquista da poco ed è utile ricordare che ogni barriera economica, fiscale, tecnica, finisce per gravare sul prezzo finale che paga il consumatore. Proprio per questo la vicenda Brexit spaventa e minaccia il delicato equilibrio anche su questo tema. L’Italia muove oltre 3 miliardi di prodotti verso la Gran Bretagna e alcune denominazioni di origine, quali il prosecco o il Grana padano o il Parmigiano Reggiano riscontrano in quel Paese uno degli sbocchi commerciali più importanti a livello mondiale. Cosa succederà se l’Ue non troverà un accordo con il Regno Unito? Si profila la cosiddetta hard Brexit che potrebbe costare molto al nostro Paese.

Davide.gaeta@univr.it

Di |2019-02-04T10:17:26+00:0004/02/2019|Focus Agroalimentare|