La birra artigianale fa boom
grazie alla tassazione agevolata
«Ma siamo ancora troppo piccoli»

Gabriele Tassi
MILANO

QUELLA MEDAGLIA di legno non compare nell’albo d’oro dei perdenti. Nell’universo dei paesi di grande tradizione brassicola è davvero un risultato trovarsi sul quarto gradino del podio per numero di birrifici artigianali. Dalle Alpi al tacco dello Stivale se ne contano circa 860, un numero che ci colloca appena dietro la Francia (950), la Germania (1.408) e il colosso del Regno Unito (oltre 2000). Se il risultato suona straordinario – per un paese con una tradizione birraria non esagerata –, altrettanto non si può dire per i volumi di produzione, che fanno sprofondare l’Italia al decimo posto della classifica europea. Qualcosa non torna: c’è una certa discrepanza fra il numero di birrifici attivi e i boccali effettivamente consumati dalla popolazione. Secondo il direttore generale di Unionbirrai (l’associazione di categoria), Vittorio Ferraris, «il nodo è soprattutto culturale. In Italia abbiamo sempre bevuto prevalentemente birra ‘lager’ (la classica bionda). Inoltre, la bevanda con le bollicine è univocamente considerata come un bene a basso costo».

Ferraris, cos’è successo con l’avvento della produzione artigianale?

«Sulle tavole degli italiani è arrivato un altro tipo di consumo, non così a economico, ma non tutti sanno effettivamente di cosa si parla, e per questo a mancare – per certi – versi, sono soprattutto i clienti».

Il consumatore è rimasto spiazzato? O che altro?

«Il consumatore, prevalentemente andrebbe istruito. Sono tante le situazioni che ci si presentano: da chi non ha mai sentito parlare del prodotto artigianale, a chi crede di trovarsi di fronte a una birra ‘fatta in casa’, ma è in realtà è caduto nella rete dell’industria, acquistando un prodotto che l’artigianale lo ‘scimiotta’ solamente. Per questo Unionbirrai ha fondato l’Osservatorio sulla birra in collaborazione con la facoltà di Agraria dell’Università di Firenze, proprio per creare un ombrello per chi ha fatto dell’artigianalità la propria filosofia di impresa. Una tutela ulteriore è arrivata nel 2018, con il marchio ‘Indipendente artigianale’, un’etichetta collettiva che garantisce la provenienza delle bottiglie e dei fusti».

Il consumo complessivo di birra è fra i pochi che crescono nel Paese, con un aumento del 3,2% nel 2018 e acquisti per oltre il miliardo di euro. Vale anche per l’artigianale?

«Siamo una piccola fetta di quella torta, pari a poco più del 3% nazionale, ma negli anni siamo cresciuti tantissimo, oltre il 330%, generando qualcosa come 3mila posti di lavoro. Nella maggior parte dei casi, al momento, si parla ancora di piccoli produttori, in certi casi piccolissimi».

Qual è quindi il principale ostacolo al consumo?

«Ci sono due indicatori importanti: in primis il prezzo, che rappresenta una barriera culturalmente difficile da superare per l’italiano medio, che ha sempre acquistato a basso costo. Oltre a questo, c’è la difficoltà nel reperire il prodotto: in molti nemmeno lo conoscono, in altri casi si parla ancora di un mercato specialistico ‘circoscritto’ a determinati locali».

Sul vino però state recuperando posizioni.

«Sì, ma si tratta di un lungo processo. Ci vorranno decenni probabilmente perché la birra artigianale possa essere considerata alla pari di un Barolo o di un qualsiasi prosecco. Un passo importante è stata la riduzione delle accise: una tassazione agevolata del 40% per chi produce fino a 10mila ettolitri l’anno. Un contributo importante, che garantisce un risparmio fino a 20mila euro, una boccata d’ossigeno le aziende in erba».

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
VINO, LE VARIABILI DEL SUCCESSO

QUAL È la formula che ha permesso alle imprese di diventare protagoniste mondiali del vino italiano? Esiste un identikit che permette di vincere le sfide della competizione internazionale e di affermarsi fra le leader del proprio settore? Un’interessante indagine è stata presentata a Vinovip a Cortina, evento che riunisce il gotha degli imprenditori del nostro Paese organizzato da Civiltà del Bere. Il Centro Studi Management diVino di Studiompresa in collaborazione con Foragri ha presentato gli indici di bilancio della redditività e del ritorno degli investimenti elaborato su oltre cinquanta imprese italiane che rappresentano oltre due miliardi del nostro fatturato Agribusiness ed ha posto alcuni quesiti per capire quali strategie uniscano le imprese di successo. Il risultato è davvero sorprendente e per certi versi oltre ogni aspettativa prevedibile. I freddi numeri di solito non appassionano ma in questo caso negli ultimi cinque anni, le vendite aggregate del settore sono cresciute di quasi il 20% superando appunto i due miliardi di euro. Ancora meglio l’ebitda, il margine operativo lordo per capirsi, che è cresciuto di oltre il 30% ed in alcune aziende del campione si avvicina al 40% del volume d’affari. Il successo d’impresa è comunque il risultato di investimenti ad alto consumo di capitale che sono stati trasferiti nel tempo e che determina importanti oneri finanziari. Il reddito operativo (un approssimazione lorda dell’utile, per capirsi) rispetto al capitale investito in azienda (ROI) si attesta perciò mediamente sul 5 % mentre il la redditività del capitale proprio, cioè i soldi investiti dall’imprenditore (ROE) di tasca propria in azienda hanno reso mediamente il 6,95 % nel 2017. In altri termini investire denaro proprio nell’impresa agroalimentare rende più di altre forme di investimento alternative.

UN ALTRO dato molto interessante che è emerso è l’indice relativo al rapporto tra immobilizzazioni materiali e la performance d’impresa. Mentre in passato le imprese che si sono tenute ‘leggere’ investendo principalmente sul marchio aziendale e sull’attività commerciale performavano di più in termini di redditività, in questa ricerca è risultato che le aziende ad alto capitale immobilizzato (vigneti in questo caso principalmente), hanno registrato un forte recupero nel reddito netto raggiungendo quello medio delle imprese “leggere”. Quindi investire nel territorio, nella denominazione, nella terra rende in termini di margini di contribuzione e quindi di difesa dei prezzi. E’ un dato consolante sia per gli imprenditori che per il sistema del credito che ha finanziato il capitale immobilizzato. Davide.gaeta@univr.it