«Unità per evitare gli scogli della burocrazia»

Gian Luca Bagnara, presidente di Assoavi

«Mancanza di coordinamento e politiche frammentate tirano il freno a mano al settore»

di Paola Benedetta Manca
FORLÌ

L’Assoavi è nata nel 2007 come associazione, per tutelare e valorizzare la produzione e commercializzazione dei prodotti avi-cunicoli e rappresentare i produttori nei confronti della pubblica amministrazione, enti, e organizzazioni nazionali, comunitarie e internazionali.
Uno dei suoi obiettivi principali è riportare, a livello nazionale e comunitario, le istanze del comparto produttivo, con particolare rappresentatività di quello delle uova. A capo dell’associazione, che ha sede a Forlì, c’è il presidente Gian Luca Bagnara (nella foto).
Bagnara, quali sono i numeri di Assoavi?
«Contiamo circa 400 associati e rappresentiamo l’intera filiera dell’uovo, dalla produzione al mercato, dal prodotto in guscio al trasformato in liquido e polveri per l’industria alimentare, per un totale di oltre 27 milioni di galline, su 40 milioni complessivi in Italia (70%). Siamo uno dei primi Paesi produttori in Europa, un’eccellenza al mondo. Se a questi numeri aggiungiamo gli oltre 40 milioni di polli e tacchini, da carne, i 6 milioni di pollastre e i circa 8 milioni di conigli, appare chiara la nostra rappresentatività nel panorama nazionale».
Quali sono, attualmente, le maggiori difficoltà del comparto, e che politiche statali andrebbero adottate per risolverle?
«Il problema principale riguarda la mancanza di coordinamento e la frammentazione tra le politiche attuate. A livello comunitario, partono delle direttive; regolamenti dal settore agricolo, della Sanità e dell’Ambiente. Però, a livello nazionale, anziché essere riuniti, vengono separati, sul piano decisionale e applicativo, tra diverse istituzioni ed enti che non comunicano e non si coordinano. In più, ogni livello ha le proprie interpretazioni e spesso sono in conflitto. Le politiche di pianificazione, ad esempio, sono in capo alle Regioni, ma vengono attuate dai Comuni che, a loro volta, non dialogano con Arpa e Ausl. Tutti questi livelli decisionali, però, intrecciano l’azienda e l’allevamento che si trova in mezzo a una giungla burocratica di veti incrociati. Una frammentazione e burocratizzazione nociva che si riflette anche sull’export. Per esportare uova e ovoprodotti, bisogna ottenere autorizzazioni dal ministero degli Esteri, della Sanità e dell’Agricoltura. Ci vuole una razionalizzazione urgente dell’iter».
Quali sono le conseguenze di questa mancanza di coordinamento?
«Faccio un esempio concreto. Ora è centrale il tema della riconversione degli allevamenti in sistemi a terra e non in gabbia, tra cui l’opzione del biologico, vista come eccellenza. Lo chiede il mercato. Nel momento in cui un’azienda intende riconvertire l’allevamento, passando, ad esempio, dalle gabbie arricchite a un sistema biologico, deve trasformarlo da verticale a orizzontale. Però, il permesso di costruire spesso non viene autorizzato e l’allevatore non può riconvertire la struttura. Come se non bastasse, se si vogliono spostare le galline all’aperto, bisogna scontrarsi con le norme sanitarie che prescrivono che debbano stare al chiuso, per evitare il contagio con animali selvatici, ma, d’altro canto, un allevamento al chiuso non può essere bio. Insomma, ci sono una miriade di contraddizioni tra normative non sincronizzate che paralizzano l’attività degli allevatori».

Fieravicola cambia casa
Sarà a Rimini dal 2021

L’appuntamento diventerà annuale

RIMINI

Fieravicola fa i bagagli, e trasloca a Rimini. Nel 2021 il salone internazionale avicolo si svolgerà in contemporanea con Macfrut, diventando così un appuntamento annuale. Fieravicola potrà contare non solo su un plant fieristico moderno, funzionale e dotato di una stazione ferroviaria interna sulla linea Milano-Bari, ma anche sulla contemporaneità del Macfrut la rassegna internazionale del comparto ortofrutticolo che Cesena Fiera ha trasferito a Rimini cinque anni fa. «Mi preme sottolineare – dice Cagnoni – che non è un accordo liturgico tra fiere ma un’operazione fattiva e di alto livello per i temi che mette in campo. Quella con Forlì non è una operazione di trasferimento di una manifestazione da un quartiere all’altro, da una città all’altra, tout-court. Ma sottende specifiche ragioni e scenari di sviluppo economico per tutti i protagonisti ».
L’accordo tra Ieg e Fiera di Forlì prevede la costituzione di una newco con Ieg al 51%, Fiera Forlì al 35%, Cesena Fiera al 10%, Assoavi e Unaitalia entrambe al 2%. «Si tratta quindi – prosegue il presidente di Ieg – di una decisione frutto di una strategica valutazione e progettazione, ogni aspetto dei possibili vantaggi per i diversi soggetti coinvolti – fiere, territori, mercato – è stato attentamente esaminato e portato a chiarezza formale e sostanziale». Con l’acquisizione di Fieravicola si amplia ulteriormente il portafoglio di Ieg. «Le linee strategiche della manifestazione – conclude Lorenzo Cagnoni – saranno dettate dalla newco a maggioranza Ieg, la gestione operativa sarà in capo a Cesena Fiera con il grande vantaggio di sinergie comuni a quelle del Macfrut. Mentre i contenuti tecnici e culturali, i convegni e gli approfondimenti di mercato saranno localizzati su Forlì. L’avicoltura intensiva gettò infatti le basi di quello che sarebbe diventato un fiore all’occhiello dell’agroalimentare del nostro Paese proprio negli anni cinquanta. Ne è nata nel tempo una filiera articolata sia per tecnologia sia per prodotto con un pieno protagonismo internazionale delle aziende territoriali».