FOCUS ASSET MANAGEMENT

L’asset management del futuro
Arrivano le normative Mifid2:
il consulente dichiarerà chi lo paga

Achille Perego
MILANO

SIAMO UN POPOLO di risparmiatori, fra i primi al mondo, ma vantiamo anche il primato negativo di avere una bassa, se non bassissima, cultura finanziaria. Tanto che qualche tempo fa una ricerca aveva stabilito che gli italiani dedicano più tempo all’acquisto dell’auto che non agli investimenti. Con il risultato che, orfani dei Bot people, quando era sufficiente, con gli alti rendimenti, investire in Bot, Cct e Btp per avere un ritorno significativo e tranquillo, sono migliaia i risparmiatori incappati nelle perdite prodotte dai tango bond, i titoli di Cirio e Parmalat, le obbligazioni subordinate delle banche in default piuttosto che essere entrati in Borsa nel momento sbagliato del massimo rialzo.

IL TEMA più importante collegato al mondo del risparmio, avverte Mauro Pratelli, fondator e presidente di Traderlink (società nata nel 1996 con la creazione di software per seguire gli andamenti dei mercati e oggi sempre più impegnata sul fronte della formazione e della didattica) e socio fondatore di It Forum, è quello della cultura finanziaria. Per diffonderla, uno strumento importante è proprio quello dell’It Forum che, nato a Rimini – dove il prossimo evento si svolgerà il 13-14 giugno 2019 – organizza anche una sempre più apprezzata edizione milanese. La due giorni dell’It Forum di Milano, al Palazzo delle Stelline, si è svolta nei giorni scorsi con un riscontro molto positivo. Il maggiore evento in Italia rivolto al pubblico dei risparmiatori e dei consulenti finanziari, organizzato da Investement & Trading Events in collaborazione con Traderlink, Trading Library e Morningstar, ha visto, ricorda Pratelli, grande partecipazione di pubblico e apprezzamento degli operatori, con numeri che ancora una volta hanno confermato il successo dell’iniziativa: 2.328 presenze nelle due giornate, 67 convegni, 178 relatori e 56 aziende partecipanti.

OLTRE al mondo del trading tradizionale c’è stato spazio sia per l’investment (il risparmio gestito e l’asset management) sia per temi chiave della nuova frontiera del mondo finanziario nell’era digitale: cryptovalute, ICO, Block- Chain, Fintech, smart contract. Tematiche tutte attentamente messe a confronto con le potenzialità della nuova consulenza finanziaria. Una frontiera che, ribadisce Pratelli, non può prescindere dalla didattica finanziaria che vedrà nei prossimi mesi Traderlink impegnata con un programma di importanti eventi. «Sono ormai oltre vent’anni, dalla nascita di Traderlink – spiega Pratelli – che seguo i mercati e il comportamento degli investitori, a cominciare da chi fa trading, circa 30mila operatori oggi attivi tutti i giorni perché è difficile considerare trader chi compra un’azione e la tiene per qualche settimana o mese».

E che cosa ha percepito da questo osservatorio?

«Che è facile guadagnare quando i mercati vanno bene. Basta mettere mille euro per avere in tempi rapidi un ritorno. Ma quando l’orizzonte è incerto, come quello che abbiamo davanti, e siccome nessuno sa come andrà la Borsa, il rischio è quello di perdere i propri risparmi tanto che le statistiche dicono che solo il 10-15% dei trader guadagna, gli altri perdono ».

Per questo forse è meglio affidarsi ai professionisti della gestione del risparmio e all’asset management?

«La prima regola è quella della diversificazione, mettendo la maggior parte dei propri risparmi in titoli e fondi considerati prudenti e solo quel che si è disposti a perdere in Borsa. Detto questo, la sfida per l’asset management e per chi gestisce i risparmi sarà condizionata dalle nuove normative della Mifid2 che entreranno in vigore a breve e che, tra l’altro, prevedono che il consulente dichiari chi lo paga: la Sgr o il cliente. E se i mercati vanno male, pur battendo i benchmark, non sarà facile chiedere ai clienti di versare commissioni magari di mille e duemila euro di fronte a risultati in perdita. Per questo i gestori dovranno dimostrarsi sempre più bravi ».

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
BRUXELLES PERDE LA SCOMMESSA

CI SONO due date che i risparmiatori si dovrebbero segnare sul calendario: sono il 21 e il 26 di novembre. La prima rappresenta il giorno in cui L’Unione Europea, con uno schiaffo di rara durezza, ha bocciato la manovra economica del nostro Paese. Signori, lo voglio dire a voce alta: quel giorno le Borse hanno festeggiato e nessuno si è indignato. Piazza Affari e le principali borse europee, quel mercoledì, hanno terminato la seduta con rialzi superiori al punto percentuale. Dopo giorni e giorni di perdite, il listino FTSE Mib ha guadagnato l’1,41%. Seconda data da segnare sul calendario: lunedì scorso. Il governo Conte manda segnali di distensione a Bruxelles, facendo passare un messaggio: tratteremo. Borsa Italia chiude con il risultato di gran lunga migliore nel Vecchio Continente. L’indice FTSE Mib fa segnare un rialzo del 2,77. Lo spread crolla: dai 308 punti della chiusura di venerdì, il differenziale torna sotto quota 300 punti (a 290 punti), ai minimi da più di un mese a questa parte. Queste due giornate sintetizzano due elementi che dovrebbero farci rabbrividire. Il primo: la totale immoralità dei grandi operatori finanziari, che hanno prima scommesso sulla batosta targata Junker-Moscovici (nella foto) all’Italia, sperando che questa potesse – come si illudono sia avvenuto lunedì scorso – riportare a più miti consigli il governo Conte.

IL SECONDO: l’Unione pensa di poter piegare i Paesi membri a colpi di spread. Ha funzionato, nel 2011, con Berlusconi, ma era un’altra epoca: gli elettori oggi non sono più disposti ad accettare ulteriori politiche di austerità. E chi non se ne vuole rendere conto sembra non aver studiato abbastanza la storia: ho sempre affermato che un’eccessiva distanza tra chi ha troppo e chi non ha abbastanza – e le politiche attuate nell’Unione hanno favorito questo processo – rischia di creare rivolte sociali. Del resto la rivolta dei gilet gialli, in Francia, è lì a dimostrarlo.


Azionario, nel 2019 avanti con cautela
I consigli di Columbia Threadneedle:
«Bene le società con capitale leggero»

Andrea Telara
MILANO

FAVOREVOLI all’investimento in azioni, ma con le dovute cautele. Ecco, in sintesi la posizione di Mark Burgess, gestore di Columbia Threadneedle che nella società ricopre la carica di deputy global cio (chief investment officer) e di responsabile per gli investimenti nell’area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa). «Siamo ormai nella fase rialzista più lunga della storia », dice Burgess, «ma non riteniamo che la fine di questo ciclo sia imminente».

Per quale ragione?

«Gli utili societari continuano a crescere e l’atteggiamento delle aziende appare favorevole agli azionisti, mentre le valutazioni dei titoli restano abbastanza propizie. Di conseguenza, ci aspettiamo che i mercati azionari globali registrino progressi lievi anche nei prossimi mesi. Ma ci sono anche rischi da non sottovalutare».

Quali sono?

«Nel 2019 monitoreremo con attenzione la situazione negli Stati Uniti: un eccesso di stimolo all’economia può tradursi in un aumento dell’inflazione. Il che potrebbe spingere la Federal Reserve ad alzare i tassi più velocemente del previsto, destabilizzando il mercato. I rendimenti potrebbero inoltre risentire delle guerre commerciali, di eventi geopolitici imprevisti e di qualsiasi ulteriore frammentazione della Ue. Infine, considerando che i governi, le aziende e i singoli individui sono oggi altamente indebitati, occorre stare all’erta per cogliere eventuali segnali d’allarme. Gli investitori devono prepararsi a fronteggiare ulteriore volatilità nel 2019».

Su quali azioni conviene puntare?

«Continuiamo a prediligere società che hanno una struttura di capitale leggera, in grado di ampliare la propria quota di mercato e di sostenere i prezzi. Benché il settore tecnologico abbia attirato gran parte dell’attenzione negli ultimi anni, le aziende con tali caratteristiche sono presenti in tutti i settori, con un divario sempre più pronunciato in termini di dispersione dei profitti tra le società di qualità più alta e quelle di qualità più bassa. In un contesto caratterizzato dalla messa in discussione dei modelli di business tradizionali e dall’invecchiamento delle tecnologie, le aziende capaci di innovare dovrebbero continuare a crescere. A livello geografico, continuiamo a mantenere un orientamento positivo nei confronti dei titoli europei e asiatici, in particolare di quelli giapponesi».

Quali strategie consigliate invece nel settore obbligazionario?

«Guardiamo con interesse al livello dei tassi statunitensi che oggi appaiono appetibili, dato che negli ultimi mesi il costo del denaro Oltreoceano è salito notevolmente e la modalità di reazione della Fed è probabilmente destinata a cambiare. Manteniamo invece un approccio difensivo sui tassi d’interesse di altri mercati sviluppati dove la stretta monetaria delle banche centrali è appena iniziata. Anche nel settore obbligazionario, in particolare negli Stati Uniti, ci sono dei rischi da non sottovalutare. Per quanto riguarda il credito societario, ci preoccupa un po’ il livello elevato di indebitamento delle aziende Usa».

Oggi ci sono molti timori sulla sostenibilità dei debiti pubblici di diversi paesi, compresa l’Italia. Cosa ne pensa?

«Negli ultimi anni, le delusioni sotto il profilo della crescita e delle politiche economiche hanno spinto verso l’alto i rendimenti obbligazionari in numerosi paesi, tra cui il Brasile, il Messico, la Turchia, l’Argentina e persino appunto l’Italia. Puntare su questa nazioni potrebbe rivelarsi un investimento solido, ma soltanto a una condizione: le autorità devono saper indirizzare il debito su una strada sostenibile. I paesi che daranno prova di impegno in termini di credibilità istituzionale e di prudenza delle politiche fiscali saranno ricompensati».

Di |2018-12-03T14:52:39+00:0003/12/2018|Dossier Economia & Finanza|