FOCUS ASSET MANAGEMENT

Il voto Ue e la guerra dei dazi
frenano il rally dei mercati
«Ora scelte più selettive sui titoli»

Achille Perego
MILANO

LA FESTA è finita? E’ la domanda che si fanno operatori e analisti finanziari dopo il forte rimbalzo delle Borse nei primi quattro mesi dell’anno, che ha ampiamente compensato le perdite della seconda parte del 2018. Rimbalzo interrotto in un inizio di maggio difficile per gli investitori. Si è chiusa infatti con tanti punti interrogativi la settimana che ha visto riesplodere la guerra dei dazi Usa-Cina ma anche l’aumento di incognite sul voto europeo e, guardando all’Italia, le tensioni nel governo e il riaffiorare (vedi Carige) del rischio banche.

COSÌ l’indice S&P 500 di New York ha lasciato sul terreno in cinque sedute circa il 3%, peggior risultato da inizio d’anno e peggio hanno fatto i listini europei con Piazza Affari in calo del 4%. Ma la battuta d’arresto ha riguardato anche obbligazioni societarie e materie prime mentre hanno rialzato la testa tradizionali beni rifugio come l’oro, i titoli di Stato tedeschi e il franco svizzero.

IN UNO SCENARIO non privo di incertezze la parola d’ordine è approcciare tattiche più difensive ma, allo stesso tempo, non farsi prendere dall’emotività che induce sempre a scelte sbagliate (e perdenti). Gli esperti di Anima, dopo il forte rally da inizio anno che ha reso le valutazioni meno appetibili, mantengono una preferenza per le classi di investimento più rischiose ma l’approccio gestionale, spiegano, diventa ancora più tattico e selettivo, con un focus su quei segmenti che ancora possono offrire valore.

DEL RESTO, con la politica ancora accomodante delle banche centrali (dalla Fed alla Bce) e tassi sempre bassi se non negativi, per incamerare rendimenti la via degli investimenti con una maggiore dose di rischio resta obbligata. Semmai percorrendola con un’ottica di medio lungo periodo (4-5 anni). Se Salman Ahmed e Didier Rabattu, rispettivamente Chief Investment Strategist e Head of Equities di Lombard Odier prevedono, se si intensificasse la guerra dei dazi, un calo di circa il 5-7% delle azioni a livello globale e Nitesh Shah, director of Research du Wisdom Tree vede negli asset difensivi come l’oro un trend positivo in risposta al conflitto commerciale intensificato da Trump, c’è chi continua a scommettere sulle Borse.

ANCHE quelle dei mercati emergenti. Nikolaj Schhmidt, chief international economist di T. Rowe Price non crede a una recessione globale imminente ma a una fase (sei mesi) comunque di crescita economica debole senza rimbalzi imminenti. E QUINDI non sono prevedibili performance azionarie mentre si aprono prospettive d’investimento in quei Paesi nei quali potrebbe esserci un taglio dei tassi (Sudafrica, Messico e Russia) e risultano piuttosto attraenti le valute dei mercati emergenti, in particolare in America Latina. Sull’azionario in genere continua a puntare Guillaume Lasserre, chief investment officer di Lyxor Asset management, consigliando però, come protezione, di ridurre la quota in bond e aumentare quella in liquidità.

NELLA SECONDA parte dell’anno, però, avverte Didier Saint- Georges, managing director e membro del Comitato investimenti di Carmignac l’Europa approfitterà solo marginalmente della ripresa cinese e quindi i titoli ciclici non saliranno alle stelle. Prudenza, quindi. Quella attuata da Moneyfarm che ha diminuito il rischio dei portafogli per navigare i prossimi mesi con maggiore sicurezza.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
LA MIOPIA DI BRUXELLES

DUE settimane fa, su queste pagine, avevo lanciato un allarme: le economie sviluppate negli ultimi dieci anni hanno fondato la ripresa su un debito – alimentato dalle banche centrali – che è diventato mostruoso. Il mondo di oggi sta seduto su 70mila miliardi di indebitamento degli Stati (l’80% del Pil) e 245miliardi miliardi di dollari di debito complessivo, due volte e mezzo il Pil globale. Leggendo il testo delle previsioni economiche di primavera sull’Italia della Commissione Europea (nella foto il presidente Jean Claude Junker), mi sono convinto che Bruxelles sia – forse per insipienza – ingranaggio attivo di questo meccanismo perverso in cui le economie sviluppate, quella dell’Italia in primis, rischiano di restare schiacciate. «I rischi per le prospettive di crescita restano prevalentemente negativi man mano che continueranno le tensioni commerciali – scrive infatti la Commissione, che aggiunge –: i mercati finanziari restano molto sensibili ai cambiamenti delle politiche e ogni possibile aumento dei rendimenti sui titoli sovrani potrebbe avere un impatto sul ‘sentiment’ e sulle condizioni di finanziamento del settore privato». La ricetta per risollevare la nostra economia secondo l’Europa? «La possibile attivazione delle clausole di salvaguardia sull’aumento dell’Iva nel 2020 e la spesa potenzialmente più bassa per le nuove misure delineerebbero uno scenario fiscale migliore».

TROVO di una gravità inaudita il fatto che l’Europa, invece di provare a far ripartire le economie dei Paesi fermi, come Italia e la Germania, attraverso un uso intelligente della leva fiscale, continui ad accanirsi con misure recessive, nella convinzione che queste porteranno una ripresa, sostenuta anche da una perenne stagione di tassi bassi, che non solo non potrà durare ma che presto potrebbe trasformarsi in una pericolosissima bolla. Sarebbe ora che si aprisse un dibattito serio sulla miopia di questo governo europeo in fatto di economia.

Di |2019-05-13T10:08:28+00:0013/05/2019|Dossier Economia & Finanza|