L’export vola al 92% in Europa e Nord America
«E adesso parte l’assalto ai mercati orientali»

Federico Desimoni, direttore generale del Consorzio

«Il made in Italy in Cina non è penetrato abbastanza
Occorre che il nostro settore agroalimentare guadagni fiducia grazie a una spinta istituzionale»

di Giuseppe Catapano
MODENA

Federico Desimoni, direttore generale del Consorzio di Tutela Aceto Balsamico di Modena, il 92% del prodotto è destinato all’export: quali le prossime sfide?
«La metà delle nostre esportazioni è riservata all’Europa, l’altra metà ai Paesi extraeuropei. In quest’ultimo ambito, per noi sono fondamentali il Nord America e in particolare gli Stati Uniti. Negli Usa siamo presenti soprattutto nelle zone costiere, sia Est che Ovest. È strategico provare ad approfondire le opportunità presenti in quel mercato, in cui c’è un legame quasi affettivo con ciò che realizziamo. Si può lavorare per arrivare in zone non coperte, nella parte centrale degli Stati Uniti, trovare target differenti di clientela, ma anche portare prodotti diversi per aprire segmenti ancora più premium. Lo spazio c’è e vogliamo provare a riempirlo anche attraverso una campagna di comunicazione mirata. In generale, sull’export, lavoreremo noi come consorzio e le singole aziende».
E l’Europa?
«È un mercato altrettanto importante: mi riferisco in particolare alla parte continentale e a quella più a Est. Ritengo che anche nel nostro continente ci siano margini di crescita e possibilità concrete di rafforzare la nostra presenza, di agganciare nuovi target di clientela e di avviare una differenziazione dei modi di utilizzo del prodotto».
Qual è, invece, il ruolo dell’Asia nel vostro business?
«Il Far-East è un po’ in incognita. Lo è in particolare la Cina, mercato che sembra quasi impermeabile alla nostra proposta. Ci sarebbero enormi spazi, ma al momento non percepisco segnali di interesse nei confronti dell’agroalimentare italiano in generale».
Non è solo un problema dell’aceto balsamico, quindi.
«Il made in Italy, in Cina, non è penetrato abbastanza. Pensiamo al vino: i francesi sono riusciti a imporsi, noi no. Ma se certi prodotti si scontrano con le abitudini alimentari, il nostro potrebbe incontrarle. Lì c’è un notevole consumo di aceto, che qualcuno addirittura beve: esiste quindi un rapporto più variegato rispetto a quello che c’è in Europa».
Come si affronta questa difficile partita?
«Occorrerebbe prima portare avanti operazioni di sistema come Paese, a livello istituzionale, per fare in modo che i cinesi guadagnino fiducia nei confronti del nostro settore agroalimentare. Potenzialmente ci sono possibilità, ma è da costruire un substrato di rapporti tra Italia e Cina. Una volta ottenuta fiducia, si può cominciare a fare comunicazione. Prima però serve un supporto istituzionale, anche da parte dell’Europa. La Francia ci è riuscita, speriamo di farlo anche noi».
Nuovi mercati, altri target di clientela, diversificare l’utilizzo dell’aceto balsamico: quale è l’obiettivo più difficile da raggiungere?
«Lavoriamo su tutti questi fronti. Il nostro prodotto ha una particolarità: è un condimento, ma può anche essere utilizzato per degustazioni o bevuto. Le differenti occasioni di consumo esistono, non è una nostra forzatura».
Quale è l’istantanea dell’Italia?
«Si tratta di un mercato fondamentale, in cui registriamo numeri modesti se confrontati al totale, ma adeguati per la platea di riferimento. Restano in Italia 7-8 milioni di litri di prodotto: non è poco e lo spazio per crescere c’è dal punto di vista qualitativo, più che da quello quantitativo. Vuol dire lavorare sul valore, non tanto sui numeri. Ed è per questo che ci stiamo concentrando in particolare sul segmento premium, il consumatore italiano è maturo e c’è domanda».
Siete in prima linea per combattere le contraffazioni. A che punto è questa battaglia?
«Siamo in mezzo al guado. Un pezzo di percorso è alle spalle, ma c’è ancora lavoro da fare. I risultati ottenuti finora sono buoni, la questione è però complessa se si considera che ci sono fronti aperti in Italia, in Europa e nei Paesi extra-europei anche attraverso accordi bilaterali. Gli strumenti che abbiamo a disposizione sono la tutela legale, ma anche la comunicazione per fare in modo che il consumatore scelga consapevolmente e distingua un prodotto falso dall’originale prima che sia un giudice a intervenire. Siamo in prima linea e continueremo a esserlo, investendo energia e risorse».
Ha citato gli accordi bilaterali, come il Ceta con il Canada. Dal suo punto di vista sono utili?
«Esiste una tutela ideale, irraggiungibile, così come la possibilità che non ci sia alcuna tutela. A metà c’è la mediazione, che è necessaria e costituisce il bene possibile: qui si collocano gli accordi bilaterali. Le intese danno principi generali e non servono a risolvere situazioni problematiche specifiche, per le quali servono soluzioni ad hoc. Premesso questo, io sono favorevole agli accordi bilaterali che danno comunque una tutela che altrimenti non avremmo. Si può migliorare, ma i passi in avanti compiuti sono notevoli ».