Flamigni, pasticcieri di famiglia dal 1930

La storica azienda forlivese

«La nostra forza? La passione per la qualità artigianale, rimasta immutata nel tempo»

di Giuseppe Catapano
FORLÌ

È una storia di famiglia, quella della Flamigni. Una storia legata alla città in cui l’azienda è nata nel 1930 e si è sviluppata, Forlì. Panettone, pandoro, torrone e dolci i prodotti che la realtà romagnola – circa 14 milioni di euro di fatturato e un centinaio tra dipendenti e collaboratori – produce e commercializza. Portando il made in Italy nel mondo con un export in 40 Paesi, dal Canada alla Nuova Zelanda. «Il segreto della nostra longevità? La passione è il motore che ci spinge. Si tratta – spiega Massimo Buli, alla guida dell’azienda insieme alla sorella Renata – di passione per la qualità e l’artigianalità, rimasta immutata nel tempo. Siamo nati pasticcieri e ci piace continuare a esserlo ». Il 2020 sancirà un traguardo importante per la Flamigni: i novant’anni di vita. «I fratelli Armando, Lieto e Aurelio Flamigni – spiega Buli – aprirono la loro pasticceria in piazza Saffi, a Forlì, nel 1930. Dopo qualche anno i loro negozi si moltiplicarono, diventando tappa obbligata per tutti i viaggiatori che dal Nord si recavano in vacanza nella zona della Riviera adriatica. Il rigore nei metodi di lavorazione e la scelta degli ingredienti migliori consentì all’azienda di avere successo».
La svolta negli anni Settanta quando Marco Buli, genero di uno dei fondatori, rilevò l’azienda dandole una vocazione più industriale. «Ciò accadde nel rispetto della tradizione, aumentando i volumi, senza diminuire la cura e la manualità artigiane. Punta di diamante dell’assortimento Flamigni divenne il torrone ». Dopo qualche anno il catalogo si ampliò con il panettone. «Così si decise di aprire un nuovo centro produttivo nelle Langhe, dove si trovavano le migliori maestranze per la lavorazione del panettone». Poi l’azienda forlivese ha cambiato assetto: al fianco di Marco Buli ci sono i figli Renata e Massimo. È una storia di famiglia che continua.
Gli impianti di produzione sorgono alle pendici delle colline tra Forlì e Predappio e si estendono su oltre 12mila metri quadrati. «Qui – continua Buli – vengono create tutte le specialità a partire dal panettone in tutte le sue varianti, fino ad arrivare al torrone e alla raffinata pasticceria da tè e rustica». Oltre alle sofisticate apparecchiature per le lavorazioni semi artigianali della pasticceria secca, fiore all’occhiello dello stabilimento forlivese sono le quattordici torroniere Somarè degli anni Cinquanta con caldaie in rame martellato a mano, «mantenute in perfette condizioni d’utilizzo, che costituiscono l’attrezzatura ideale per le lunghe e accurate lavorazioni a bagnomaria».
L’impianto conta anche su impastatrici a braccia tuffanti San Cassiano per lavorazioni lente, «del tutto identiche a quelle usate dagli artigiani pasticcieri. Usciti dal forno, i lievitati vengono capovolti a mano e il loro raffreddamento avviene a temperatura ambiente in almeno dodici ore». È il valore dell’artigianalità. Vale per la sostanza (il prodotto), ma anche per la forma: il packaging. «Per l’incarto – osserva Renata Buli – portiamo avanti un lavoro di ricerca che parte da lontano e si spinge fino all’estremo Oriente, dove selezioniamo i gift, le scatole e le carte più rare». Perché nulla è lasciato al caso. «Con il nuovo stabilimento abbiamo avviato un percorso di modernizzazione, con attrezzature e macchinari all’avanguardia che possano supportare il lavoro artigianale».