FALLIMENTI CHE HANNO FATTO EPOCA

Il re delle scalate che affondò Parmalat
Ascesa e caduta dell’impero Tanzi
tra carte truccate e tesori nascosti

di GIULIANO MOLOSSI

LA VIGILIA di Natale, come ogni anno, Calisto Tanzi è andato nella piccola bottega di «Giovanni pasta fresca» a Parma, a 50 metri dallo stadio Tardini, a comprare gli anolini. Nessuno ha fatto caso a questo anziano signore (80 anni a novembre), protagonista del crac finanziario più imponente della storia italiana («buco» di 14 miliardi di euro, 38mila risparmiatori truffati). Ma ormai, a distanza di quasi quindici anni, l’ex Cavaliere, come lo chiamavano tutti (il titolo gli è stato ritirato per indegnità), potrebbe passeggiare per la città senza rischiare nulla di più di qualche occhiataccia. Tanzi è stato condannato in via definitiva a 17 anni e 5 mesi per il filone principale del crac, quello della bancarotta, più altri 8 anni per aggiotaggio. Dopo il carcere e l’ospedale, dove era stato ricoverato per gravi problemi di salute, dal 2014 è ai domiciliari nella sua villa di Vigatto, alle porte di Parma, ma ha la possibilità di uscire qualche ora al giorno.

STA MEGLIO (in appello si era presentato in aula magrissimo e con il sondino) e sia pure un po’ distrattamente segue ancorale vicende calcistiche del Parma, oggi in serie B, ma che quando era suo faceva meraviglie in Europa. Arrestato a Milano il 27 dicembre del 2003, Tanzi non ha mai parlato. Non ha mai detto dove aveva nascosto il «tesoretto», anzi ha negato proprio l’esistenza di un «tesoretto». Quando gli misero le manette era appena arrivato dall’Ecuador. «Cosa è andato a fare in Ecuador?», gli chiesero gli inquirenti. E lui: «Niente di particolare, mia moglie è devota della Madonna di Quito». Non una parola in più. Al processo di primo grado consegnò 22 pagine di dichiarazioni spontanee e il pm Carlo Nocerino commentò: «Adesso ne aspettiamo altre 22 per dirci a quanto ammontano le sue appropriazioni personali e per spiegarci cosa sia andato a fare veramente in Ecuador». A causa della reticenza dell’imputato, i rapporti fra Tanzi e i magistrati sono sempre stati molto tesi e precipitarono nel 2009 quando il re del latte venne scoperto con le mani nella marmellata mentre cercava di mettere al sicuro in casa di parenti trenta preziose opere d’arte di maestri dell’impressionismo per un valore di oltre 100 milioni. Fu la mania di grandezza a fregare Tanzi? Fu l’invidia per Pietro Barilla? Eppure, dalla modestissima azienda di salumi e conserve, attraverso una serie di geniali intuizioni, quest’uomo riuscì a fare della sua Parmalat una multinazionale, un impero famoso nel mondo. E lui per tutti divenne il re del latte.

LO SVILUPPO dell’azienda è eccezionale. In dieci anni il giro d’affari passa dai 23 miliardi di lire del 1973 ai 570 dell’83. Tanzi è il primo in Italia a mettere il latte in contenitori di Tetra Pak, il primo a commercializzare il latte a lunga conservazione, il primo a credere nella comunicazione e nel marketing e a investire nelle sponsorizzazioni sportive (nella Formula Uno con Lauda e nello sci con Thoeni) che gli diedero enorme visibilità. Ma la grande popolarità gli arriverà dal calcio e dalle imprese del suo Parma che sfiorò lo scudetto. Fu però proprio in quegli anni Novanta che iniziarono i primi guai. Negli scaffali dei supermercati i prodotti Parmalat si vendono bene, ma la situazione finanziaria del gruppo appare già pericolante e allora nel quartier generale dell’azienda a Collecchio, a una decina di chilometri da Parma, Tanzi insieme al fidatissimo ragionier Fausto Tonna, direttore finanziario, decide di far fronte a un momento delicato ma non ancora disperato, drogando il mercato, confezionando falsi su falsi, mentendo, manipolando.

È L’EPOCA della «finanza creativa» del ragionier Tonna (quello che dopo l’arresto si rivolse ai giornalisti che cercavano di strappargli una battuta dicendo: «Che venga un cancro a voi e alle vostre famiglie»). L’abbraccio delle banche, che a Tanzi aprono in continuazione i rubinetti, è mortale. Ma anche quello della politica è velenoso. Cattolico praticante, molto amico di Ciriaco De Mita (una fabbrica Parmalat costruita a Nusco, in Irpinia, paese natale del leader della sinistra democristiana) e di Giovanni Goria, il Cavaliere viene convinto da amici importanti a fare operazioni che invece di rilanciarlo lo affossano sempre di più. L’acquisto di Odeon Tv si rivela un bagno di sangue e anche l’acquisizione del tour operator Vacanze, affidato alla figlia Francesca, porta solo altri debiti. Una montagna di debiti che mese dopo mese, anno dopo anno, continua a salire. Tanzi trucca i bilanci, fa figurare liquidità che non esistono, si lancia in una raffica di spericolate e costose acquisizioni nel mondo. Agli inizi del Duemila, Tanzi comincia a temere che il castello di carte (false) possa crollare. E allora cerca aiuto.

BUSSA, inutilmente, a tutte le porte. Va anche da Berlusconi ma è un incontro deludente, come poi racconterà il figlio Stefano, che era presente (« Io ero allibito, stavamo affondando e hanno parlato solo di calcio….»). Tanzi mente sino all’ultimo. L’11 novembre del 2003, appena un mese e mezzo prima della catastrofe, un comunicato stampa emesso da Parmalat Finanziaria respinge le voci di crisi, orchestrate da presunti speculatori del mercato, e vanta «la grande solidità del gruppo». La situazione precipita a metà dicembre. Dopo il mancato rimborso di un prestito obbligazionario di 150 milioni, per rassicurare i mercati il duo Tanzi-Tonna si esibisce nell’ultimo capolavoro, degno di un film di Totò. La Parmalat presenta come garanzia un estratto conto della Bank of America di 3,95miliardi intestati alla controllata Bonlat con sede alle Cayman. Ma è solo un clamoroso falso confezionato a Collecchio, i soldi non ci sono, la banca smentisce seccamente. È finita. Azioni e obbligazioni sono carta straccia. Migliaia e migliaia di risparmiatori sono rovinati. Il re del latte finisce in manette.

Di | 2018-05-14T13:14:14+00:00 31/01/2018|Imprese|