«Né falco né colomba, solo Lagarde
Eredità difficile in un contesto incerto»

Elena Comelli
MILANO

UNA DONNA alla presidenza della Banca Centrale Europea non si era mai vista. Christine Lagarde, che dal 1° novembre prenderà il posto di Mario Draghi, non sarà solo la prima donna a guidare la Bce, ma anche il primo avvocato. Che cosa dobbiamo aspettarci da questa francese molto americana, che si è già fatta notare come ministro dell’Economia sotto la presidenza di Nicolas Sarkozy e alla guida del Fondo Monetario Internazionale? Donato Masciandaro, direttore del Centro Paolo Baffi di economia monetaria e professore alla Bocconi, è fiducioso perché «le donne al vertice, secondo la più recente letteratura scientifica sul tema, tendono ad essere prudenti ».

E questo è un bene?

«Un buon banchiere centrale dev’essere da un lato prudente e dall’altro lato flessibile, ma le caratteristiche personali sono solo uno dei tre fattori che concorrono all’efficacia della sua politica monetaria. Gli altri due sono le regole del gioco, cioè quanto è indipendente la banca centrale, insieme al contesto macroeconomico».

Perché prudenti e flessibili?

«Per essere efficaci in quella posizione non vanno bene gli estremi opposti: né i falchi, che sono prudenti, ma rigidi, né le colombe che sono flessibili, ma imprudenti. Essere prudenti e flessibili significa anche un’altra qualità molto importante: saper gestire i consigli d’amministrazione delle banche. Se la signora Lagarde confermerà nell’esperienza concreta queste caratteristiche, il risultato sarà positivo, a parità della altre due condizioni. Per adesso non possiamo saperlo, perché la sua esperienza al Fmi non si può trasferire su un’istituzione completamente diversa come la Bce».

Come siamo messi con gli altri due fattori?

«Il disegno della Bce è ben fatto e consente di gestire al meglio la politica monetaria, perché la Bce ha un obiettivo unico, la tutela della stabilità monetaria, e non rischia grandi interferenze, visto che per modificarlo serve una decisione all’unanimità di tutti i paesi membri dell’Unione. Da questo punto di vista chi dirige la Bce è più fortunato di chi dirige la Fed. La Lagarde è più fortunata di Powell, perché l’assetto della Fed è molto più influenzabile dalla politica. Questa, per la futura gestione, è una buona notizia».

L’altro fattore è il contesto macroeconomico…

«Il contesto macroeconomico è la cattiva notizia. Al momento attuale il contesto presenta fortissime incertezze, non controllabili dai banchieri centrali. E questo vale sia per Powell che per la Lagarde. Ci sono le fonti d’incertezza che conosciamo, come il dibattito sul protezionismo. In Europa c’è il tema della Brexit o dell’Italia con il suo alto debito pubblico. E poi ci sono le fonti d’incertezza che non conosciamo perché sono di là da venire e per definizione non possiamo prevederle».

Per quanto riguarda l’Italia?

«Il governatore della Bce non può concentrarsi sul singolo Paese e quindi dobbiamo sperare che la Lagarde non abbia occhi particolari per nessun Paese, che sia l’Italia, la Francia o la Germania. Quello che possiamo dire con certezza è che per l’Italia l’ultimo decennio di gestione della politica monetaria della Bce è stato positivo, rispetto ai decenni precedenti ».

Anche grazie alla politica innovativa di Draghi?

«Draghi ha rinnovato la cassetta degli attrezzi della Bce e ha usato bene i nuovi strumenti. La Lagarde ora ha il vantaggio di avere una cassetta degli attrezzi più ampia a disposizione, ma i nuovi strumenti hanno un’efficacia ancora tutta da testare. Sono stati molto efficaci in situazioni di emergenza, ma la loro efficacia potrebbe ridursi mano a mano che se ne prolunga l’utilizzo. Più passa il tempo, più aumentano i rischi degli effetti collaterali, sia di natura fiscale che di natura bancaria».

IL DENARO NON DORME MAI
IL MALE MINORE È L’AUMENTO DELL’IVA

NELLE indiscrezioni circolate a proposito della manovra finanziaria 2020 a un certo punto si è anche letto che il ministro competente, Giovanni Tria, stimato economista, non sarebbe contrario a lasciar scattare gli aumenti dell’Iva messi come clausola di garanzia. E questo per bilanciare un po’ il rapporto fra imposte dirette e indirette. Se mai si arrivasse a tanto, immagino già le grandi proteste e le polemiche. Ma Tria avrebbe, se non altro, il mio plauso. E quello di molti suoi colleghi. L’Iva, e non me ne vogliano i lettori, è una bella imposta. È automatica, non richiede accertamenti particolari o discussioni con i commercialisti. Vai al ristorante e ordini una bottiglia di vino? Nel conto, paghi l’Iva. Vai a comperare un paio di pantaloni? Anche se magari non te lo dicono, ci paghi sopra l’Iva. L’Irpef, invece, è una tassa molto problematica. Stabilire il reddito delle persone fisiche spesso è un’impresa, ci sono discussioni, ci sono astuzie e scappatoie. Gli economisti seri, quindi, suggeriscono appunto di spostare la tassazione un po’ verso l’Iva, tassa più ‘oggettiva’, automatica. L’Iva, però, ha un terribile lato oscuro: è uguale per tutti. Se comprano la stessa cosa, tanto il miliardario quanto l’operaio pagano la stessa Iva. E questo, agli occhi di molti sembra ingiusto. Non è progressiva, è rozza, non guarda in faccia a nessuno. È facile da riscuotere proprio perché, dicono i critici, è molto ingiusta, troppo semplice.

RAGIONAMENTO corretto, ma anche sbagliato. Lo si è capito con le discussioni sulla flat tax. La progressività non deve essere cercata direttamente e strettamente sulle imposte. Si può avere un sistema fiscale semplice e poco progressivo, ma accompagnato da una serie di sconti e provvidenze sui servizi resi dallo Stato ai cittadini che di fatto rendono alla fine l’intero sistema giusto. Paghi più Iva, che è imposta non progressiva, ma, se non sei molto abbiente, poi avrai sconti sull’università, sui ricoveri ospedalieri e su altre cose. Tutto questo, però, non si fa in cinque minuti. Bisogna riscrivere l’intero sistema fiscale, lavoro gigantesco. Da fare avendo sempre in mente che la stessa Costituzione prescrive la progressività: chi ha di più, paga di più. Non è un criterio persecutorio italiano. È così in tutti i paesi civili.