ENERGICA MOTOR COMPANY

Tesoretto dei Pir per chi innova
Raddoppiate le risorse alle piccole imprese dell’hi-tech

Andrea Telara
MILANO

H ANNO RACCOLTO 11 miliardi di euro lo scorso anno e forse, secondo le previsioni delle case d’affari, varcheranno la soglia dei 60 miliardi già entro il 2021. Stiamo parlando dei Pir (i Piani individuali di risparmio), la categoria di strumenti finanziari (per lo più fondi comuni d’investimento) nati nel gennaio del 2017 e che investono buona parte del loro portafoglio in piccole e medie aziende italiane. Negli ultimi 12 mesi, secondo i dati dell’associazione di categoria Assogestioni, i Pir hanno trainato tutta l’industria italiana del risparmio gestito, facendo crescere di ben 500mila unità il numero di nostri connazionali che hanno nel portafoglio almeno un fondo comune di investimento. In media, i sottoscrittori dei piani individuali di risparmio hanno destinato a questi prodotti una somma pari a circa 13.700 euro. Oltre il 50% vi ha investito addirittura 100mila euro.

MA DOV’È andata a finire questa montagna di soldi? È un interrogativo importante, poiché i Pir sono nati nell’ambito di un piano ben più ampio con cui i governi Renzi e Gentiloni, prima di passare la mano alla nuova maggioranza, hanno cercato di stimolare gli investimenti nell’Industria 4.0, cioè in quell’insieme di attività e applicazioni che stanno rivoluzionando il modo di produrre delle aziende, attraverso l’utilizzo della robotica, del digitale o dell’internet di nuova generazione.

QUALE contributo hanno dato i Pir allo sviluppo dell’Industria 4.0 in Italia? Rispondere in maniera dettagliata non è facile, perché mancano studi ad hoc su questo tema. Probabilmente il ruolo di questi strumenti finanziari non è trascurabile, anche se di portata ancora di gran lunga inferiore rispetto ad altri incentivi come il superammortamento e l’iperammortamento o la Nuova Legge Sabatini. Di sicuro, i piani individuali di risparmio sono stati in grado di far aumentare il volume delle contrattazioni sull’Aim Italia, il mercato della borsa di Milano riservato alle piccole e piccolissime imprese con un alto potenziale di crescita, molte delle quali hanno un business legato direttamente o indirettamente all’Industria 4.0. A evidenziarlo è uno studio realizzato nei mesi scorsi dalla società di consulenza Ir Top Consulting. La ricerca ha messo in evidenza che, «anche grazie ai Pir, nell’ultimo anno sono pressoché raddoppiate le risorse investite sull’Aim dagli investitori istituzionali: nel 2017 hanno toccato i 600 milioni di euro complessivi, contro i meno di 300 milioni dei 12 mesi precedenti». Certo, si tratta ancora di piccole cifre se confrontate al fiume di miliardi di euro (oltre 2mila in tutto) che compongono l’industria italiana del risparmio gestito. Non va dimenticato, tuttavia, che l’Aim è composto per lo più da aziende piccole e piccolissime il cui flottante, cioè la quota di capitale quotato e negoziabile in borsa, è assai ridotto e vale spesso poche centinaia di migliaia di euro.

SI TRATTA sovente di aziende innovative che, sempre secondo i dati di Ir Top Consulting, operano nel settore tecnologico (nel 13% dei casi) oppure nel capo delle energie rinnovabili (14%). È notevole però anche la presenza sul listino di business un po’ più tradizionali come la finanza (22%) o i media (17%). Tra le imprese più innovative del mercato, c’è per esempio Giglio Group, che ha debuttato sull’Aim e poi è passata al segmento Star ed è un’azienda specializzata nei servizi di e-commerce 4.0, il commercio elettronico di nuova generazione basato sulla vendita di contenuti digitali via internet. Altro nome da ricordare, tra i tanti dell’Aim, è quello di Energica Motor Company, produttore di moto elettriche, presente anche all’estero, dalla Germania alla California, in distretti locali dell’Industria 4.0.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
AUMENTANO LE DISEGUAGLIANZE

IN QUESTI GIORNI grande clamore ha suscitato la notizia che in Italia c’è stato un aumento record della povertà. Cinque milioni i poveri assoluti secondo l’Istat. Al Sud 321mila in più in un anno. Un grande allarme che, tuttavia, non è stato esaminato con attenzione. La scomposizione dei dati, infatti, conferma la mia analisi secondo cui troppa enfasi viene dedicata allo spread finanziario e troppa poca a quello sociale. Invece è della vera emergenza del Paese. La povertà, infatti, sale nonostante che il Pil, dopo una lenta rincorsa di 15 trimestri, l’anno scorso abbia segnato una variazione positiva dell’1,5%. Vuol dire che c’è qualcuno che comincia a stare bene, mentre i poveri sprofondano. I livelli di reddito delle classi agiate aumentano, così come le loro spese. La conferma è arrivata dall’Istat, che segnala a giugno l’aumento dei consumi dello 0,8% sul trimestre precedente a fronte di una diminuzione della propensione al risparmio. Le famiglie di imprenditori, dirigenti, liberi professionisti del Centro-Nord migliorano la propria condizione economica.

I POVERI, invece, crescono di numero e il Sud va sempre più giù. Le fasce disagiate stanno riducendo i consumi, non avendo reddito sufficiente da spendere né risparmi da bruciare. Non riescono nemmeno a indebitarsi perché le regole di accesso al credito al consumo favoriscono sempre di più le famiglie con i redditi medio-alti. Insomma stiamo arrivando al paradosso che più l’Italia cresce e più aumentano le diseguaglianze. Con l’aumento del Pil la ricchezza si polarizza sia nelle fasce sociali sia nelle aree geografiche. Non dobbiamo stupirci: questa situazione ormai è diventata strutturale. Almeno fino a quando resteremo nell’euro. Il rispetto dei parametri di Maastricht riduce a pochi spiccioli le risorse disponibili per la lotta alle diseguaglianze. Le prime schermaglie sulla manovra economica del 2019 confermano le mie pessimistiche previsioni.

Di | 2018-07-06T09:45:25+00:00 06/07/2018|Dossier Economia & Finanza|