Una Edison green per i Comuni
«Progetti su energie alternative per cambiare l’edilizia pubblica»

Luca Zorloni

MILANO

GLI OBIETTIVI sono ambiziosi: riciclo dei rifiuti al 70% e un massimo del 5% della spazzatura prodotta in discarica entro il 2030, ridurre del 20% il consumo di suolo al 2020, abbassare per il 2030 di due terzi le perdite di acqua e raddoppiare entro la stessa data la superficie di verde urbano. Sono questi i traguardi che si sono prefissati di raggiungere i sindaci di 12 grandi città italiane in quella che è stata ribattezzata come Carta di Bologna. Un documento per rilancio degli impegni nella lotta al surriscaldamento globale e nell’aumento delle misure di sostenibilità ambientale sottoscritta giovedì scorso dai primi cittadini o dagli assessori competenti di Bologna, Milano, Torino, Firenze, Catania, Roma, Bari, Cagliari, Napoli, Reggio Calabria, Genova e Palermo. Il modello di sviluppo per raggiungere gli obiettivi, però, è destinato a cambiare.

IL PUBBLICO da solo non ha più le risorse finanziarie sufficienti per arrivare alla metà, perciò si fa largo anche nel settore dell’ambiente l’idea di coinvolgere i privati nei programmi di sviluppo. E i privati erano presenti al G7 dell’ambiente di Bologna. Come Edison, che sta avviando canali di discussione con i Comuni per capire in che modo collaborare. «Stiamo discutendo a livello iniziale con alcune grandi città del Nord Italia, che stanno pensando in maniera seria a forme di collaborazione», spiega Paolo Quaini, direttore servizi energetici di Edison. Il manager pensa ad esempio alla riqualificazione energetica dei palazzi dell’edilizia sociale. Gli interventi avanzano a piccoli passi, con il rischio che, quando la ristrutturazione sarà terminata, i primi edifici siano già vecchi. «L’intervento di partnerariato pubblico-privato può essere un’opportunità di risparmio e di movimento dell’economia pubblica, con ricadute occupazionali sul territorio», precisa Quaini.

IL GRUPPO energetico guarda anche alla gestione del dato, altro tema delicato dell’efficientamento energetico nelle città intelligenti. «Stiamo pensando a delle control room nelle città per permettere agli operatori il controllo effettivo e nella logica di offrire i big data ai cittadini e ai centri di ricerca», aggiunge il manager. Ora l’obiettivo della compagnia guidata dall’amministratore delegato Marc Benayoun è di chiudere entro la fine dell’anno l’accordo con almeno due grandi città in cui avviare quelli che Quaini definisce «progetti esemplari». Edison non punta solo ai grandi centri urbani, ma sta studiando anche forme di collaborazioni con i piccoli Comuni sul cui territorio ha installato gli impianti delle rinnovabili, come quelli di idroelettrico o eolico. «Penso ai Comuni montani – osserva Quaini -. L’acquisto di una società di teleriscaldamento urbano da biomasse locali ci permette di diventare un interlocutore che risolve i problemi del territorio, perché possiamo sfruttare il patrimonio di biomasse locali per dare energia». Edison ha avviato forme di accordi in Valcamonica e con l’Unione dei Comuni montani del Piemonte.

ANCHE i borghi di montagna, d’altronde, hanno problemi di energia, ad esempio per alimentare gli impianti di risalita, che sono voraci consumatori di elettricità, o sono di fronte a forme di ristrettezze per interventi sul territorio. «Uno dei temi più interessanti è riuscire a creare un modello in cui le royalties delle fonti rinnovabili sono trasformate in interventi sul territorio – aggiunge il manager -, come la ristrutturazione della scuola». L’obiettivo è smobilitare le royalties da un incasso passivo a una funzione attiva. Ma nonostante l’interesse dei sindaci, un ostacolo si frappone: la burocrazia.


Contro corrente
di ERNESTO PREATONI

Il futuro non dipende da uno zero virgola

RESTO stupito dinanzi al polverone che si è alzato sul Pil del primo trimestre. Come se il futuro dipendesse da qualche zero virgola in più o in meno di crescita. Faccio una considerazione. L’Italia ha ottenuto un miglioramento che, forse, quest’anno, arriverà all’1% in presenza di condizioni irripetibili: euro debole, prezzo del petrolio contenuto e tassi a zero. Che cosa succederà quando questa condizione ottimale comincerà a cambiare segno? Vedo politici, economisti, giornali che spaccano il capello in quattro per la variazione di un indice oltretutto grossolano per essere attendibile. Se un operaio scava una buca e poi la ricopre svolge un lavoro inutile. La paga che riceve però contribuisce al Pil. Va ricordato inoltre che il 14 % del Pil è composto da attività illecite come droga e prostituzione che sono difficilmente controllabili e quantificabili. Di conseguenza facili da manipolare.

PER VALUTARE l’andamento dell’economia mi affido a tre indicatori che giudico infallibili. Il primo è il mio naso. Non mi ha mai tradito e oggi mi dice che per la natura umana tutte le recessioni sono destinate a terminare. Ma il mio naso mi dice anche che se fosse ripresa vera la crescita dovrebbe essere ben superiore all’1% perché di questo passo torneremo al Pil del 2007 solo nel 2030. Avremo cioè perso 23 anni. Quindi quella in corso non si può quindi chiamare vera ripresa. Gli altri due indicatori che utilizzo affondano le radici nel profondo dell’economia reale. Il primo è il livello delle sofferenze bancarie nette (fonte Banca Italia). È arrivato a duecento miliardi e mese dopo mese, aggiunge qualche altro miliardo. Significa che le imprese fanno ancora molta fatica. Lo conferma il terzo indicatore: quello sui fallimenti. Il più importante di tutti. Secondo le statistiche di Cribis, la banca dati che fornisce le analisi sul credito, le imprese insolventi nel primo trimestre sono state 2998. Vuol dire il 36% in più rispetto al 2009, inizio della catastrofe economica italiana. Giusto per capire le dimensioni del disastro possiamo dire che sono fallite in media 47 imprese al giorno, circa 2 ogni ora. Sabati, domeniche e festività incluse. Giorno e notte..