ECCELLENZE TRICOLORI

Il girasole, oro del Centro Italia
«Il business dell’olio può crescere
ma bisogna investire e innovare»

Rita Bartolomei
BOLOGNA

DATE un’occhiata agli scaffali dei supermercati, troverete sempre più oli spremuti a freddo, ad esempio di girasole. «Una lavorazione che non usa solventi, gli agricoltori si stanno attrezzando. Bisogna mettere d’accordo chi lo produce e chi lo spreme. Potrebbe essere la strada giusta per un tipo di agricoltura come la nostra». Ester Foppa Pedretti, docente di Agraria all’Università Politecnica delle Marche, studia da anni con passione la filiera di queste piante che disegnano il paesaggio dell’Italia centrale ed è certa: è arrivato il momento di rivalutarle.

NELL’ANNO del cibo italiano – il companatico è fatto di arte, paesaggio, cultura – la prof mette a frutto la sua esperienza e rilancia: non rassegniamoci a dipendere dall’estero. La cornice per inquadrare il fenomeno è data dai numeri di Assosementi. L’anno scorso abbiamo importato 456mila tonnellate di olio di girasole (per 335 milioni di euro); ne abbiamo invece esportate appena 30mila (per 29 milioni). Ancora: nel 2002 la superficie coltivata in Italia era di 166mila ettari; nel 2017 si era ridotta a 114mila. Alessandro Politano di Assosementi, ai primi di luglio, si è presentato con un pacco di slide a una giornata di studi a Osimo, nell’Anconetano – al Centro di ricerca Cerealicoltura e Colture industriali – e ha descritto questo scenario: «Per il 2017-2018 si stima un consumo intorno alle 550mila tonnellate di olio di girasole. La maggior parte proviene da semi e da prodotto importati ». Giuseppe Carli, a capo dell’associazione che rappresenta le aziende sementiere italiane e ha sede nazionale a Bologna, riassume: «La ragione di questo bilancio è semplice. Non solo noi siamo deficitari e con le nostre colture non riusciamo a coprire il fabbisogno, ma scontiamo anche che produrre l’olio di girasole all’estero costa meno».

PENSATE: per soddisfare il fabbisogno interno con il solo made in Italy, «occorrerebbe incrementare la superficie coltivata di circa 450-500mila ettari», fa i conti Politano. A frenare la crescita non c’è solo la scarsa convenienza per i nostri agricoltori. «Il prodotto non soddisfa sempre le richieste dell’industria», aggiunge nella sua analisi il responsabile delle colture industriali di Assosementi. Anche questo blocca la spinta. Alcune delle soluzioni possibili individuate dagli addetti ai lavori ruotano attorno a tre concetti chiave: innovazione, buone pratiche di coltivazione, sviluppo delle filiere locali.

EPPURE Ester Foppa Pedretti continua a crederci. «L’Italia centrale è vocata per questa scelta. Ma bisogna trovare le condizioni per valorizzare al meglio il seme. Se l’agricoltore non è invogliato a produrre perché ha scarso reddito, come succede oggi, chiaramente la coltura va a morire». La prof di Agraria ripensa a un vecchio progetto. «Era l’inizio degli anni Duemila – spiega –, avevamo investito su una scommessa, mettere in piedi una filiera corta olio-energia. C’era stata la chiusura degli zuccherifici, fino a quel momento larghe parti dell’Italia centrale erano state dedicate alla barbabietola, molto redditizia per l’agricoltura perché pagata bene. Quindi si è posto il problema di un’alternativa. Le energie rinnovabili cominciavano ad essere molto incentivate. Ci abbiamo provato»

EPPURE quel lavoro è sfumato. Perché? «Perché spesso non c’è la convenienza – è l’analisi realistica –. In questo momento in Italia ci sono aziende energetiche che usano anche l’olio di girasole come un qualsiasi combustibile. Ma non è un uso massiccio, costa troppo ». Potremmo aggiungere: oggi è ancora così.

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
ORA BISOGNA VINCERE LA SFIDA COMPETIZIONE

IL RAPPORTO ANNUALE sulla Competitività dell’agroalimentare italiano, presentato da Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, come ha affermato per l’occasione il Ministro delle politiche agricole, alimentari e del turismo, Gian Marco Centinaio, è uno strumento concreto di analisi per avere una visione d’insieme e pianificare il rafforzamento e il rilancio del comparto. Certamente vi sono segnali di grande ricupero e positive conferme di crescita a dimostrazione di come il made in Italy agroalimentare sia una grande risorsa per il Paese: 61 miliardi di euro di valore aggiunto, 1,4 milioni di occupati, oltre 1 milione di imprese e 41 miliardi di euro di esportazioni.

MA ACCANTO ai numeri dell’eccellenza, dalle analisi del rapporto emergono ancora numerosi problemi che vanno affrontati con urgenza. Ci si riferisce in particolare alla questioni legate agli squilibri strutturali della catena del valore agroalimentare italiana, dove la componente agricola risulta fortemente penalizzata, con margini bassi in favore di trasporti, logistica, servizi e distribuzione. Entrando nello specifico dei numeri si osserva che l’agricoltura italiana produce valore ma la sfida da raccogliere è come ripartire i margini lungo la filiera secondo una equilibrio che veda equamente ripartito il reddito destinato al mondo agricolo rispetto alle altre componenti più a valle del sistema. Dall’analisi di Ismea emerge che su 100 euro destinati dal consumatore all’acquisto di prodotti agricoli freschi, rimangono come utile solamente 6 euro, contro i 17 euro in capo alle imprese del commercio e del trasporto. Nel caso dei prodotti alimentari trasformati, l’utile per l’imprenditore agricolo si contrae ulteriormente, scendendo sotto i 2 euro, al pari di quello realizzato dall’industria alimentare, mentre la quota preponderante del valore è destinata alla fase della distribuzione e della logistica che trattengono 11 euro.

SECONDO le elaborazioni Ismea, nel 2017 il reddito reale annuo per unità di lavoro è stato pari a 20mila euro/anno; un importo che è sì sopra la media Ue (16mila e 700 euro), ma che ci vede lontani da quello dei nostri principali Paesi competitor (Francia, Germania, Spagna in primis) che si attesta a 26mila e 600 euro. Ci sembra importante condividere l’affermazione del Ministro Centinaio a commento di questi dati: «Rendiamo più competitive le imprese agrituristiche, potenziamo l’export, garantiamo una filiera sicura ed equilibrata per offrire anche nuovi posti di lavoro ai più giovani, tuteliamo il reddito delle nostre imprese». La questione si sposta però sul come farlo, da quali risorse attingere, su come si debbano valutare le aziende che accedano ai contributi, sull’analisi dell’efficienza e dell’efficacia delle risorse che vengono destinate al sistema. Temi complessi sui quali insistono, a complicare il quadro, le tensioni sulla riduzione di budget comunitario per destinarlo ad altre priorità e le complicazioni internazionali date da nuovi standard, barriere e forme di neo-protezionismi e di dumping che minacciano la competitività dei nostri prodotti di eccellenza nel mondo. Su tutto prevale in ogni caso la necessità di semplificare una macchina burocratica.

Davide.gaeta@univr.it

Di |2018-07-31T09:30:24+00:0031/07/2018|Focus Agroalimentare|