La scommessa di Poste Italiane
L’e-commerce ora è strategico
Ritiro dei pacchi anche di notte

Giuseppe Catapano

ROMA

PIÙ FINANZA, più assicurazioni, più telefonia. E meno corrispondenza. Soltanto un anno e mezzo fa, era lo scenario che si prospettava per Poste Italiane dopo la rivoluzione – tutt’altro che soft – del sistema di consegna delle lettere. Ma ora le scelte della società – finalizzate anche al rilancio e al rinnovamento del settore delle spedizioni – producono risultati incoraggianti. Lo testimonia il numero di pacchie-commerce consegnati da Poste nel 2017: 50 milioni, dopo il record segnato a giugno con 25 milioni. È la frontiera che ha fatto irruzione nel mercato della corrispondenza. «Un traguardo importante in un mercato in crescita che ci vede come uno dei principali attori del nuovo sistema di acquisto online delle merci e in cui sempre di più il servizio di consegna influenza in modo cruciale l’esperienza dell’e-shopper», precisa Poste Italiane. Che occupa una quota di mercato di oltre il 25% (5 miliardi di euro rispetto a un totale di 20 miliardi) di tutti i pagamenti che avvengono per agli acquisti e-commerce in Italia: lo strumento di pagamento più utilizzato resta la carta prepagata Postepay. L’e-commerce è caratterizzato da un trend di crescita globale che in Italia registra il + 17% rispetto al 2016, con un volume d’affari di circa 23,6 miliardi di euro. «Il boom? È anche effetto – spiega Poste Italiane – della capacità del nostro servizio di recapito che si evolve e innova per andare incontro alle esigenze dei grandi e piccoli merchant e degli e-shopper. Il mercato è in espansione – come confermato anche dall’ad Matteo Del Fante – e in controtendenza rispetto al progressivo calo della corrispondenza tradizionale, determinato dall’avvento delle comunicazioni digitali che hanno ridotto gli scambi di lettere, passando in cinque anni da 4,5 miliardi di invii all’anno a poco meno di 3». Puntare sulla ‘nuova’ corrispondenza: ecco la scelta di Poste. «Un pacco e-commerce su tre in Italia è consegnato da noi».

UN TEMA attuale è quello della prossimità e della flessibilità oraria nel ritiro dei pacchi e-commerce. La società ha annunciato il lancio di ‘Punto Poste’, estensione della rete di prossimità che integra gli oltre 10mila uffici postali con locker e punti di ritiro convenzionati. La rete di Poste Italiane permette di ritirare (o restituire) gli acquisti effettuati online in una destinazione diversa dal proprio domicilio, «dove i clienti potranno effettuare il ritiro dei pacchi acquistati online sui siti partner, gestire resi, spedire pacchi preaffrancati e prepagati». Ma in cosa consiste questa rete? Prima di tutto negli oltre 10mila uffici postali con servizio Fermoposta, in cui è possibile ritirare pacchi ecommerce (3mila hanno una corsia preferenziale per il ritiro degli acquisti online); in 12.500 uffici è possibile consegnare pacchi per il servizio di restituzione e reso. Ma la società ha anche implementato una rete proprietaria di locker nelle città di Roma e Milano, «con un posizionamento complementare agli uffici postali e in punti ad alto traffico pendolare – come le stazioni ferroviarie – o punti ad alta densità abitativa-lavorativa o di socializzazione, con un tempo di apertura senza limiti». Ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. A questa rete di proprietà, Poste ne affiancherà a partire dal 2018 un’altra in partnership con InPost (che è già installata): 350 locker in 14 regioni, di cui quasi il 70% nei principali capoluoghi di provincia. A fine 2016, poi, Poste Italiane ha acquisito ‘Indabox’, rete di punti di ritiro con oltre 3.200 esercizi commerciali di differenti tipologie affiliati che copriranno zone non coperte da uffici e locker. «Oggi partiamo con circa 50 punti di ritiro. Il progetto è in fase sperimentale, contiamo di raggiungere complessivamente circa 9mila punti di contatto entro il 2020». I web shopper italiani sono 22 milioni, in crescita del 10% rispetto al 2016. La vendita dei prodotti registra un +28 %, con un totale atteso di circa 150 milioni di ordini per un valore pari a quasi 12,2 miliardi di euro. Un mondo sempre più digitale.

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
BITCOIN, NON SI FERMA IL FUTURO PER DECRETO

COME AVEVO previsto i bitcoin sono sempre più diffusi. Non a caso sto organizzando la contabilità delle mie aziende perché li accettino come mezzo di pagamento. Le dinamiche del commercio mi danno ragione e, infatti, da aprile il Giappone l’ha legalizzato (nella foto il premier Shinzo Abe). Ma sono i Paesi nei quali ho investito in questi anni a confortare la mia scelta. Estonia e Dubai stanno pensando di adottarlo come moneta legale anche se ancora non c’è nulla di concreto. La settimana scorsa anche in Italia c’è stato un episodio che mi ha convinto ancora di più della concretezza delle mie intuizioni. È successo che la Banca d’Italia abbia dato alle stampe un dossier intitolato «Avvertenze sull’utilizzo delle monete virtuali». La solita storia sul rischio delle criptomonete la cui volatilità è molto alta. Il governatore Visco ha ripetuto queste preoccupazioni invitando gli investitori a stare lontani dagli strumenti virtuali. Il governatore aveva appena smesso di parlare che in Borsa si è verificato un fatto che io giudico significativo. Gpi, una piccola società di tecnologie quotata all’Aim si è messa a correre dopo aver annunciato che lancerà a livello nazionale un servizio di pagamento con bitcoin. L’obiettivo è quello di spingere anche la grande distribuzione a utilizzare la moneta virtuale.

È LA DIMOSTRAZIONE che l’innovazione avanza e non saranno certo le scomuniche delle autorità di vigilanza a fermarla. Non a caso in questi giorni la moneta ha aggiornato il massimo storico a 8.255 dollari, nonostante i timori di una bolla speculativa. Dall’inizio dell’anno il valore è salito del 700%. A gennaio valeva meno di 1.000 dollari. E’ la conferma che il futuro non può essere fermato per decreto. Gli Stati possono vietare la circolazione delle nuove monete come accaduto in Cina ma non impedirla. In realtà continuiamo ad adagiarci su ciò che conosciamo, a sottovalutare le conseguenze di ciò che sta accadendo, a non pensare al futuro, a provare fastidio verso i grilli parlanti e a rivolgerci a chi vende l’illusione dell’ immobilismo come soluzione di tutti i problemi.


Ambiente, società
e governance sana
Fidelity lancia i fondi
che sanno di buono

Luca Zorloni

MILANO

LA SIGLA, Esg, sta perenvironmental, social and governance. Ambiente, società e gestione delle imprese. Tre criteri che oggi, sempre più spesso, guidano gli investitori. Collocare i propri denari non solo sulla base del profitto, ma anche dell’impatto sociale che essi avranno è una strategia di investimento sempre più comune. Secondo il rapporto 2016 della Global Sustainable Investment Alliance, l’associazione internazionale che riunisce gli operatori del settore, in Europa gli investimenti Esg hanno già raggiunto i 23 trilioni di dollari. Dall’altra parte dell’Atlantico, negli Stati Uniti, più di un dollaro su cinque è investito in modo sostenibile, con una crescita globale di questo tipo di investimenti del 25% negli ultimi due anni. PERCHÉ questa crescente attenzione a questi temi? Sono sempre più numerosi gli investitori che non si limitano più a considerare le strategie Esg dal solo profilo etico, ma le ritengono strumenti utili a conseguire determinati obiettivi in termini di rendimenti e di rischio», spiega Cosmo Schinaia, a capo della divisione italiana di Fidelity International, società globale che si occupa di gestione del risparmio. Con l’ingresso in un’era in cui i marchi possono acquisire o perdere importanza in tempi brevissimi, i fattori che determinano l’andamento di una società diventano tuttavia più numerosi e più intangibili. «Le società alle prese con mercati simili o che trattano prodotti simili – spiega Schinaia – potrebbero andare incontro a sorti radicalmente diverse fra loro, per cause non spiegabili in base all’analisi convenzionale».

L’ATTENZIONE alla sostenibilità ambientale e sociale possono infatti avere importanti effetti sulla reputazione e di conseguenza sull’andamento delle aziende. Non stupisce dunque che una società specializzata nella ricerca e nell’analisi delle azioni e obbligazioni con le migliori prospettive future, come Fidelity International, conduca analisi e prenda in considerazione i fattori ambientali, sociali e di governance non solo all’interno dei cosiddetti “fondi etici” o Esg, ma nell’interno dell’intera gamma di fondi azionari, obbligazionari e multi-asset. «Per queste ragioni – conclude il Country Head di Fidelity International – analizzare in dettaglio ogni aspetto che può influenzare l’andamento futuro di un business è essenziale per poter offrire ai clienti soluzioni di investimento capaci di aiutarli a raggiungere i loro obiettivi, contenendo i rischi in maniera efficiente».