DWEK (SOTHEBY’S)

Dwek (Sotheby’s): boom di vendite
«Puntate sugli italiani degli anni 70»

MILANO

CLAUDIA Dwek, presidente di Sotheby’s Italia e Chairman Contemporary Art Europe. Come sono andate le cose l’anno scorso?

«A livello internazionale abbiamo avuto un grandissimo risultato: 5,3 miliardi di dollari, che vuol dire il 12 per cento in più rispetto al 2017. Inoltre abbiamo venduto 50mila lotti in 400 aste dal vivo e on line, e un record di 10mila persone nuove alle aste».

Quindi il mercato sta dando segnali molto positivi…

«Sì, il mercato dell’arte gode di buona salute grazie appunto alla sua capillarità e alla sua diffusione: di anno in anno, la globalizzazione lo rinforza ».

E le aste online?

«Anche l’online sta crescendo, fa registrare performance importanti in termini di partecipazione. I prezzi raggiunti dalle aste on line non sono altissimi ma i new buyers sono tanti. Diciamo che è la formula giusta per approcciare il mondo del mercato dell’arte. Sa, tanta gente legge di una casa d’aste come Sotheby’s che vende un Picasso a cento milioni di dollari e può sentirsi intimidita. Magari pensa: loro sono troppo importanti per me».

Invece sull’online è più facile?

«Certo. L’online in questo senso aiuta. Il 50% delle persone che approcciamo on line sono assolutamente nuove per Sotheby’s e la metà di queste poi arriva a partecipare a un’asta dal vivo e diventa un cliente tradizionale di Sotheby’s».

Parliamo delle vendite di arte italiana nel mondo. Le Italian Sales sono state una sua invenzione…

«Diciamo mia e del mio team: esattamente vent’anni fa, nel ‘99, proponemmo delle vendite di arte italiana a Londra, le Italian Sales appunto, nel mese di ottobre che tradizionalmente non era un periodo dedicato alle aste. In questo modo l’arte italiana, e gli stessi artisti, hanno goduto di una grandissima attenzione. E ora questo ci consente di far entrare l’arte italiana nelle aste in tutto il mondo, ultimo esempio il Fontana rosso che abbiamo venduto all’asta di Hong Kong di arte contemporanea. Il Fontana era anche la copertina dell’asta».

Facciamo qualche nome di artisti italiani?

«Fontana, Burri, Manzoni, Pistoletto. L’arte Povera. Castellani, Bonalumi. Diciamo quegli artisti che sono stati grandi nel declinare un nuovo vocabolario iconografico e artistico nell’arte del dopoguerra. Dopo molti anni, con una diffusione così ampia delle loro opere, alcuni di questi artisti stanno un po’ soffrendo: il compito della casa d’aste è quindi quello di concertare il numero dei quadri di un certo autore nella stessa sessione d’asta. Per capirci, di Fontana non mettiamo più dieci quadri in una stessa vendita ma solo due o tre e di alta qualità«.

Chiaro. Nuove nicchie che si stanno aprendo al mercato?

«Ce ne sono. Gli artisti italiani degli anni ‘70, alcuni artisti dell’Arte Povera, ad esempio. E’ vero però che sono opere non sempre facili da trovare. C’è stato ultimamente un interesse piuttosto animato sulla corrente della Pop Romana: oltre a Schifano, Tano Festa e Franco Angeli, anche Cesare Tacchi e Sergio Lombardo, che hanno valori sotto i 100mila euro e una qualità molto forte. E poi l’Arte Cinetica: Getulio Alviani, Dadamaino, gli artisti concettuali di quel periodo. Infine direi la scultura con Fausto Melotti in primis e l’opera ceramica di Fontana: non tralasciamo l’importanza della mostra che si apre tra pochi giorni al Metropolitan di New York, l’ultima retrospettiva che un museo della città americana gli ha dedicato risale al 1977, al Guggenheim Museum».

Ma oggi, con tutta la diffusione anche online di opere d’arte, è più facile collezionare arte?

«Secondo me oggi non è così facile costruire una collezione. Bisogna stare attenti, c’è molta offerta e proprio per questo bisogna avere un occhio molto selettivo nel vagliare quello che il mercato offre. Un tempo, parlo anche di vent’anni fa, i collezionisti si affidavano a un gallerista che consigliava cosa acquistare e sono belle le collezioni in cui dietro le scelte si leggono queste indicazioni. Oggi diciamo che la tendenza è meno diffusa e si rischia di più».

Pierluigi Masini

IL DENARO NON DORME MAI
IL FANTASMA DELLA FLAT TAX

NUOVO rinvio per i provvedimenti-chiave del governo (quota 100 e reddito di cittadinanza). Intanto c’è da registrare la presenza di qualche cadavere programmatico: il più vistoso è certamente quello della flat tax. Scomparsa, nemmeno più nominata (ce ne sono dei frammenti per poche categorie di contribuenti). E c’è una ragione. La flat tax è proibita dalla Costituzione, che parla piuttosto di progressività del fisco: chi ha di più in proporzione deve pagare di più, con aliquote più alte. Aggirare il dettato costituzionale non è facile. Molti mesi fa ci aveva provato l’istituto Bruno Leoni (sotto la guida dell’economista Nicola Rossi). E lo aveva fatto in modo molto ingegnoso: veniva introdotta la flat tax (un’aliquota unica per tutti), ma contestualmente (attraverso il gioco delle esenzioni e delle agevolazioni) il sistema veniva reso progressivo. Una prova di alta ingegneria fiscale. Lo stesso Nicola Rossi, però, stimava che servissero almeno cinque anni di lavoro (di accorpamento e eliminazione di leggi) per rendere operativa quella flat tax. Ma Salvini è uno per il quale cinque anni sono uguali all’eternità: lui ha un paio di elezioni nei prossimi mesi e poi la prova generale (le europee) a maggio: e quindi qualcosa andava fatto subito.

IL RISULTATO è quello che si è detto all’inizio: la flat tax è morta. Al suo posto una mini-flat tax per alcune categorie specifiche. Tutti gli altri continueranno ad avere a che fare con il solito fisco e le solite aliquote. Per vedere qualcosa di serio, bisognerà attendere una diversa configurazione politica e magari un incarico assegnato proprio a Nicola Rossi, l’unico che finora abbia studiato a fondo la materia. La piccola morale di questa storia è che con il fisco non si inventa niente nel giro di poche settimane. Si tratta di una materia complessa ed esplosiva, che va trattata con molta cura. Qui le ruspe non servono. Illusoria anche l’idea che, attraverso la flat tax (se e quando mai ci sarà), si possa pagare tutti meno tasse: il nostro bilancio pubblico è in passivo e quindi le imposte non possono scendere (infatti cresceranno). Per diminuire davvero le tasse non basta ritoccare le aliquote: bisogna riformare il Paese. Altra cosa che richiede tempo e molta pazienza. E una certa dose di intelligenza istituzionale. Insomma, arrivederci al prossimo giro, fra qualche anno.

Di |2019-01-15T09:19:31+00:0015/01/2019|Primo piano|