Golpe nel regno del petrolio
Il giovane sovrano arabo
provoca tempeste nel Golfo

Il barile va sotto quota 50

Elena Comelli

CON UNA DECISIONE che cambierà i destini dell’intera regione, il re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz al Saud, ha imposto una rivoluzione nella linea di successione al trono. Il prossimo re sarà il suo figlio prediletto Mohammed Bin Salman, 31 anni, fino a due anni fa un novizio della vita politica, ma assurto negli ultimi mesi a ministro della Difesa e responsabile della disastrosa guerra in Yemen, ministro dell’Economia e dei Giovani e titolare di Vision 2030, il piano che punta a cambiare totalmente il volto della nazione più importante del mondo arabo nei prossimi 13 anni. È una vera rivoluzione per un Paese guidato da decenni da una generazione di ultrasettantenni, poiché la successione al trono non si tramandava di padre in figlio, ma di fratello in fratello, tra i figli del fondatore del regno, Abdelaziz al Saud. Già l’anno scorso re Salman, che ha 82 anni, aveva sancito il passaggio alla seconda generazione degli Al Saud, scegliendo come erede al trono Mohammed bin Nayef, 57 anni, il più rispettato dei principi della seconda generazione, l’uomo che aveva quasi pagato con la vita la battaglia contro Al Qaeda.Ma ora bin Nayef, per anni l’alleato numero uno dell’Occidente, è messo da parte per far spazio al più giovane e ambizioso cugino.

IL MERCATO ha reagito negativamente alle notizie, annullando la ripresa del prezzo del petrolio e facendo scivolare il Brent sotto i 45 dollari al barile. Mohammed bin Salman, infatti, sostiene che il prezzo del petrolio non ha importanza e che entro il 2020 l’economia del regno sarà indipendente dai ricavi petroliferi. Nessuno crede che questo sia realmente possibile, ma se il prossimo re fa sul serio,la prospettiva di un’Arabia Saudita che consente ai prezzi del petrolio di scendere senza intervenire è dietro l’angolo. Nessun altro Paese al mondo ha il potere di ridurre la produzione e le esportazioni al livello necessario per riequilibrare un mercato saturo e se Riad si ritira da questo ruolo di calmiere il mercato petrolifero può dire addio al barile sopra 50 dollari. Non bisogna dimenticare, però, che siamo solo alla fine dell’atto primo di questo dramma shakespeariano. Ci sono molte altre novità in arrivo perl’Arabia Saudita. Lelinee di tendenza sono già visibili e il trasferimento totale dei poteri a Mohammed bin Salman le farà venire alla luce nei prossimi mesi. La diversificazione dell’attività economica del regno è stata una priorità nazionale almeno dal 1980,ma finora nulla è stato fatto per emanciparsi dalla dipendenza totale dal petrolio. In questi anni, le menti più brillanti del regno se ne sono andate, fra gli uomini e naturalmente soprattutto frale donne, stanche di essere trattate come esseri umani di seconda classe. Mohammed bin Salman si è inserito a gamba tesa in questa palude, annunciando grandi progetti di diversificazione e modernizzazione, sulla falsariga delle analisi prodotte da McKinsey. Alla sua grande Vision 2030, però, manca per adesso un meccanismo di realizzazione.

L’UNICO PUNTO fermo è la privatizzazione parziale di Saudi Aramco, la potente compagnia petrolifera che Mohammed bin Salman valuta oltre duemila miliardi di dollari e da cui dovrebbero arrivare i capitali necessari alla ristrutturazione dell’economia. Ai potenziali investitori, però, non sfuggono i rischi politici che si aggiungono a tutti i problemi commerciali evidenti e se Saudi Aramco verrà messa sul mercato, lo sconto probabilmente sarà profondo e umiliante. L’Arabia Saudita, infatti, è isolata, tranne forse per un inatteso alleato a Washington. Le sue azioni in Yemen hanno aumentato le tensioni nella regione senza grandi effetti positivi e hanno fatto emergere la debolezza delle forze di difesa del regno. Inoltre il risentimento contro la decisione saudita di lasciar cadere il prezzo del petrolio a partire dal giugno 2014, mettendo a dura prova le economie dell’area, è intenso e si è diffuso oltre i confini dell’Opec. Sul piano della politica interna, la casa regnante è intrinsecamente debole, senza legittimità democratica e con pochi amici genuini. Il suo scopo centrale è la sua sopravvivenza e questo implica soprattutto la necessità di stabilità e questo era stato il carattere saliente della politica saudita nel secolo scorso, fino a quando la Mohammed bin Salman non è comparso sulla scena. Ora la situazione è minacciata dalla rottura netta con i poteri religiosi. Invece del lento processo di riforma e modernizzazione messo in atto dal defunto re Abdullah e dal principe Nayef, la grande visione del nuovo principe della corona lascia poco spazio alla religione.

LA STORIA SUGGERISCE che un golpe come questo non è una manovra che produca grandi successi a lungo termine, ma solo grande instabilità. L’assenza di legittimità crea un vuoto che gli sfidanti cercheranno di riempire. La domanda da porsi ora è una sola: da dove arriverà la reazione a questa destabilizzazione? Dalla parte alienata della famiglia reale? Dall’Iran? Dall’Isis o da altri gruppi fondamentalisti che vedono nell’Arabia Saudita uno Stato che si sta sgretolando? Per il momento, il principe di nuova nomina farebbe bene a soffermarsi su una frase dell’Enrico IV di Shakespeare: «Pesante è il capo di chi indossa la corona».