Parola d’ordine, sostenibilità
Il nuovo corso degli investimenti
Efpa mette i consulenti in vetrina

Luca Zorloni

MILANO

LA SFIDA è alle porte. L’avvio della direttiva europea Mifid II richiederà ai consulenti finanziari un salto di qualità. Dovranno essere più formati, perché le regole di Bruxelles impongono un maggiore coinvolgimento del distributore e del produttore nella realizzazione e nella costruzione dei prodotti di investimento. Di conseguenza, all’orizzonte per i consulenti si prospetta la necessità di trasformarsi in consulenti di patrimoni a 360 gradi, capaci di sapere indirizzare non solo sull’acquisto, ma anche nella consulenza di scelte strategiche, come possono essere i piani individuali di risparmio per le aziende, come forma di raccolta alternativa di capitale. Tuttavia i dati in mano alla European financial planning association (Efpa) Italia, associazione professionale dei consulenti e dei pianificatori finanziari, dimostrano che la nuova direttiva non è stata ancora assorbita dai professionisti del settore.

UN SONDAGGIO europeo in dieci Paesi ha fatto emergere che molti professionisti non hanno percepito pienamente che cosa cambierà con l’entrata in vigore della direttiva. Per questo, la formazione si sta dimostrando un elemento strategico per garantire un servizio adeguato ai nuovi standard. La Mifid II è uno dei temi al centro della prossima assemblea dell’associazione. Il 12 e 13 ottobre al Lido di Venezia si svolgerà l’Efpa Italia Meeting 2017.

PAROLA CHIAVE: sostenibilità. «Penso alla sostenibilità degli investimenti perle aziende medio piccole che, in Italia, sono la gran parte e che stanno sempre più velocemente diventando sensibili a questi temi», spiega il presidente di Efpa Italia, Mario Ambrosi. «Dopo anni di attesa anche in Italia sono arrivati i Pir, ora speriamo che siano seguiti da una fase in cui le aziende si quotano o fanno un minibond», aggiunge il numero uno dell’associazione. Ma sostenibilità è un tema da associare anche all’offerta rivolta ai clienti finali. Alle famiglie, nella formula di un’assistenza alla portata degli italiani, che tanto sono grandi risparmiatori, quanto poco avvezzi a investire. «I dati stanno migliorando. Cinque anni fa, i consulenti gestivano il 9% dei patrimoni delle famiglie italiane e questo risultato era stato costruito in vent’anni – spiega Ambrosi –. Ora abbiamo quasi raddoppiato questa percentuale e siamo al 16%-17%». Questo aumento dell’interesse per la consulenza finanziaria si traduce anche in aumento del mercato e delle professioni. In Italia, all’albo dei consulenti finanziari sono iscritti 55mila professionisti, «di questi 30mila hanno il mandato», precisa Ambrosi. La professione stessa d’altronde è destinata a cambiare forma, con il passaggio da una retribuzione che non sarà più legata al prodotto stesso,ma al servizio di consulenza che si offre alla famiglia. Come dire: il consulente finanziario dovrà entrare in un rapporto stretto con la famiglia simile a quello del medico, del commercialista o del consulente del lavoro.

«QUESTO genererà un avvicinamento ulteriore», assicura Ambrosi. A parlare di sostenibilità al meeting dell’associazione è stato chiamato Oscar Farinetti, il patron di Eataly. Durante la due giorni saranno divulgati i risultati dello studio europeo, promosso da Efpa con la collaborazione di Fecif e realizzato da Gfk, con il contributo dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Infine, Jp Morgan sostiene un ulteriore spazio di riflessione al meeting, il Think Tank.

Contro corrente SULLE BANCHE LA BCE
HA PASSATO IL SEGNO

di ERNESTO PREATONI

L’ ITALIA STA per perdere un’ altra battaglia in Europa per quanto riguarda le banche. Come sanno i lettori di questa rubrica io sono sempre stato molto critico sulla gestione degli istituti di credito in Italia. Provocatoriamente ho detto che il loro valore è pari alla licenza bancaria. Stavolta, però mi sembra che gli euroburocrati abbiano passato il segno. La Bce ha preparato uno schema di direttiva che provocherà una nuova stretta del credito. Il provvedimento, in consultazione fino all’8 dicembre prevede che le banche debbano azzerare il valore delle sofferenze entro due anni se non ci sono garanzie ed entro sette nel caso di mutui e di altri finanziamenti assistiti da un collaterale. Le perplessità sono diverse a cominciare dai limiti temporali: perché non cinque o dieci anni? Per effetto di questo provvedimento le banche italiane dovranno irrobustire il patrimonio e, contemporaneamente stringeranno i cordoni della borsa. L’Abi ha calcolato che il fabbisogno immediato di capitale sarà di almeno tre miliardi. L’accesso al credito per le imprese, soprattutto quelle di minori dimensioni e per le famiglie tornerà difficile. Il barlume di ripresa in corso potrebbe spegnersi rapidamente.

DIETRO TANTA severità si vede la mano dei burocrati tedeschi. Le cronache raccontano che la bozza è passata nel board del meccanismo unico di vigilanza (Ssm) senza il voto dei rappresentanti italiani. Spagna e Portogallo, pure ricche di sofferenze bancarie, hanno abbozzato. Visto in trasparenza il provvedimento mostra tutta la sfiducia che i tedeschi nutrono nei confronti dell’Europa meridionale. Vogliono imporre regole sempre più rigide per evitare di pagare il conto come avvenuto con le banche spagnole e portoghesi. Per non parlare ovviamente del caso Grecia. Provvedimenti così rigidi spiegano perché da europeista convinto continuo a pensare che serva in tavolo per arrivare ad un’Europa diversa. Quella attuale rischia di schiantarsi.