Banche venete, l’ora delle scelte
Intesa Sanpaolo e Unicredit cavalieri bianchi del Governo

Camilla Cresci

MILANO

IL SALVATAGGIO delle due banche venete ha preso una strada inattesa. Se il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan ha provato a rassicurare i risparmiatori escludendo il bail-in, in mancanza di una piano alternativo per raccogliere il miliardo di capitale privato richiesto da Bruxelles, il Tesoro è tornato in pressing sul sistema bancario sano. Si tratta per dar vita a un intervento pro quota da parte degli istituti italiani con Intesa Sanpaolo e Unicredit a farla parte del leone, facendosi carico delle due ex popolari. Una via ben diversa da quella che sembrava trapelare dalle parole dell’ex premier e segretario del Pd Matteo Renzi che aveva dichiarato: «Chi mandiamo a trattare a Bruxelles deve farsi sentire, a tutti i livelli. L’Italia non può accettare questo modo assurdo, unilaterale, di far male sempre e solo ai nostri istituti di credito». Tra le righe si coglieva la tentazione a tirare dritto per mettere in sicurezza Bpvi e Veneto Banca, rischiando l’avvio di una procedura di infrazione da parte della Ue.

LO STRAPPO è stato escluso, almeno per ora, da ambienti vicini al Tesoro ed è possibile che il governo lo consideri solo come extrema ratio per scongiurare il bail-in. Anche perché risulta difficile prevedere gli effetti di uno scontro frontale di queste proporzioni. L’unico precedente ha interessato un istituto molto più piccolo di Bpvi e VenetoBanca, cioè la Cassa di risparmio di Teramo (Tercas), su cui dal 2015 pende una procedura di infrazione per aiuti di stato. In quel caso Bruxelles contestò in maniera piuttosto strampalata l’intervento del Fondo interbancario di tutela di depositi (Fidt) per l’uso dello schema obbligatorio, uno schema cioè che impone a tutte le banche a versare una quota nel fondo stesso. La vertenza è aperta con esiti ancora tutti da definire, a partire dall’ammontare dell’eventuale sanzione per l’Italia.

QUEL CHE È CERTO però è che il costo di una multa sarebbe meno oneroso di un bail-in. Secondo analisti e investitori, la risoluzione dei due istituti veneti guidati da Fabrizio Viola e Cristiano Carrus potrebbe presentare un conto da decine di miliardi tra costi diretti e indiretti. Oltre ai versamenti che il sistema bancario dovrebbe fare al fondo di risoluzione, bisogna infatti considerare gli effetti sistemici della crisi di fiducia che si innescherebbe nel mercato finanziario italiano. Le banche pagherebbero più cara la raccolta diretta, sia depositi e conti correnti che obbligazioni, perché i risparmiatori chiederebbero un maggiore premio per il rischio. In sostanza le banche dovrebbero remunerare di più la clientela per non perderla a favore di altri intermediari. Al contempo potrebbero verificarsi importanti deflussi di raccolta dagli istituti considerati meno sicuri verso quelli più affidabili, con effetti esplosivi sulle riserve di liquidità delle realtà più fragili. La crisi di fiducia potrebbe trasferirsi anche sui mercati monetari, a partire dall’interbancario, il canale attraverso il quale le banche si prestano liquidità a breve termine. Nessuno si fiderebbe più e il contagio potrebbe espandersi rapidamente. In questo contesto non è escluso che l’annuncio di un bail-in possa determinare contraccolpi anche sul debito sovrano, specie se i mercati interpretassero come finanziamenti a fondo perdutole risorselo Stato ha versato nelle banche.

IL CONTO finale insomma rischia di superare non solo i costi di una procedura di infrazione, ma anche quei nove miliardi che in due anni il sistema bancario italiano ha versato nei salvataggi. Un dato che dovrebbe far riflettere chi oggi invoca la distruzione creatrice del bail-in come unica possibile via d’uscita. Ecco perché le due big (Intesa e Unicredit) si sono mosse per accollarsi parte del salvataggio: informative sono state date, o saranno attese a breve, nei rispettivi Cda. I board di domani di Vicenza e Veneto Banca si annunciano, tuttavia, infuocati.


Italia al bivio

Dire no alla Ue costerebbe molto meno del bail-in

MILANO

QUALI sono le ragioni che impediscono al sistema bancario italiano di seguire l’esempio delle nozze combinate Santander-Banco Popular o di imitare il salvataggio della Caixa general de depositos di Lisbona? Perché gli altri sì e noi no? Le risposte dei tecnici sulle differenze tra i casi spagnoli, portoghesi e anche tedeschi, i diktat di Margrethe Vestager, lady Dg Comp e l’obbligo di capitali privati che partecipino ai salvataggi, spiegano in minima parte la diversità di trattamento. Anche se il precedente di Ubi Banca e delle tre good bank può rimandare in qualche aspetto alla fusione spagnola. L’Italia sconta sia il suo scarso peso politico in sede di trattative con gli organi decisionali di Bruxelles e Francoforte, sia i forti sospetti sulle promesse delle banche e degli altri soggetti privati, sia la cronica fase di instabilità, che per il Paese è la condizione quotidiana. È anche vero, però, che il pressing del Governo nei confronti dei gruppi sani, sta sortendo effetti, sta facendo breccia nei muri diffidenti eretti da tante banche. «Se tutti parteciperanno, parteciperemo anche noi» è stata l’apertura dell’ad di Banca Mediolanum, Massimo Doris. Un altro tassello a quel mosaico di moral suasion che il governo e Bankitalia stanno cercando di comporre.

MA SE LA cosa non andasse a buon fine, potremmo anche seguire la linea dura con l’Europa. Rischiare la procedura di infrazione, che si concluderebbe con l’obbligo alle banche venete di restituire i 4,7 miliardi di euro di aiuti di Stato, parte importante di quel piano di risanamento studiato dall’ad di Bpvi, Fabrizio Viola da 6,4 miliardi. Male che vada sono poco meno di 5 miliardi rispetto a 10 miliardi di obbligazioni già sottoscritte a favore dei due istituti, 30 miliardi di impieghi veri e 50 miliardi di raccolta, 12 mila posti di lavoro. Gli esperti stimano che il bail-in costerebbe al sistema 80 miliardi di euro, oltre alla macelleria sociale dei posti di lavoro perduti. La scelta di violare le regole e gli obblighi europei pur di salvare i due istituti con il solo aiuto di Stato potrebbe essere meno costosa, sia in termini economici che politici. Soprattutto nell’immediato, anche se servirebbe un nuovo decreto firmato dal ministro Padoan che non ha nessuna intenzione di mettersi contro la Ue anche sulle banche. Se dovesse andar male il dossier dei «cavalieri bianchi» in soccorso, fare la faccia dura potrebbe servire quantomeno ad ottenere uno sconto su quel miliardo e 200 milioni da chiedere ai privati.

P.D.B.