Venete alla ricerca dei bond perduti
L’assist dei giudici agli ex azionisti
riapre il fronte sui rimborsi mancati

Camilla Cresci

MILANO

SONO PASSATI sei mesi dal salvataggio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza e la partita sembra ormai archiviata. Da un lato infatti, Intesa Sanpaolo ha di fatto concluso l’integrazione degli asset in bonis, mentre dall’altro i crediti deteriorati (temporaneamente parcheggiati nelle due ex banche in liquidazione coatta amministrativa) stanno per passare nella bad bank che ne gestirà il recupero. C’è però ancora una questione sospesa nel limbo: la sorte degli obbligazionisti del Lower Tier II decennale di Veneto Banca da 150 milioni (dei quali circa 86 ancora in circolazione). Il bond sarebbe scaduto lo scorso 21 giugno, proprio pochi giorni prima che il governo approntasse il decreto per mettere in sicurezza le due banche del Nord Est. Erano giorni concitati, in cui lo spettro del bail in incombeva su Bpvi e Veneto Banca e il governo, in stretto contatto con Bruxelles e con Francoforte, approntava l’inedita liquidazione ordinata.

LA SPERANZA degli obbligazionisti subordinati di Montebelluna era quella di sfuggire alla tagliola di una risoluzione che, come già accaduto per le quattro banche, avrebbe scaricato su di loro ampia parte delle perdite. Così però non è stato e il 21 giugno Palazzo Chigi ha congelato il bond, bloccandone il rimborso e sospendendo il pagamento per sei mesi. In realtà è ragionevole ritenere che la decisione sia stata suggerita da Bruxelles, dove la direzione concorrenza di Margarethe Vestager seguiva con estrema attenzione l’evoluzione del dossier. Se infatti il bond fosse stato rimborsato, Veneto Banca avrebbe aggirato la normativa sul burden sharing (cioè la ripartizione della perdita tra gli stakeholder della banca) e questo avrebbe potuto pregiudicare il salvataggio, aprendo le porte a un bail in vero e proprio. Oggi però, a sei mesi dal provvedimento, gli obbligazionisti restano in un limbo di cui non si vede via d’uscita. Alcuni legali contattati dai risparmiatori puntano a contestare la costituzionalità del provvedimento. Rinviando il rimborso, il governo avrebbe di fatto travalicato il proprio ruolo e violato l’articolo 47 della Costituzione, dedicato per l’appunto alla tutela del risparmio. Non è detto però, avvertono i legali, che il riconoscimento dell’incostituzionalità comporti il rimborso automatico dell’obbligazionista, anche perché la materia è molto complessa e non ci sono precedenti. Insomma la battaglia in corso potrebbe sfociare in una vittoria puramente simbolica per i risparmiatori scottati.

UN’ALTRA STRADA suggerita da alcuni studi è portare le vertenze sui subordinati sotto il cavaliere bianco Intesa Sanpaolo. Oggi infatti queste passività fanno ancora riferimento alle ex banche in liquidazione coatta amministrativa, scatole destinate a un progressivo svuotamento. Anche questa strada però appare tutt’altro che in discesa. Intesa, infatti, ha da subito delimitato con grande attenzione il perimetro del salvataggio, escludendone proprio il debito subordinato. Al contrario, la banca guidata da Carlo Messina ha recentemente riacquistato due bond senior con scadenza febbraio 2020 di importo nominale rispettivamente pari a 1,75 e 3 miliardi, con cedola annua di 0,50%. Non è insomma ancora dato sapere cosa accadrà al bond di Veneto Banca, che pare anzi destinato a rientrare tra le pagine ignobili della finanza italiana. Nei giorni scorsi, intanto, nel processo in corso a Roma il giudice ha autorizzato le parti civili a citare come responsabile civile Intesa per i reati di ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio di cui sono accusati gli ex manager e sindaci di Veneto Banca. Un decisione da cui la banca governata dall’ad Messina si è subito dissociata. Definendola «sconcertante».

 

Vicenza Processo sul crac, ammesse 5.000 parti civili

MILANO

LE PARTI CIVILI del procedimento sulla Banca Popolare di Vicenza sono più di cinquemila. Fra loro c’è anche Bankitalia. È quanto deciso dal gup di Vicenza, Roberto Venditti, nell’udienza preliminare di ieri sul crac della Bpvi. Il giudice ha invece rigettato una settantina di richieste, fra cui quelle di alcune associazioni e quelle dei soci ‘azzerati’ che, nel 2017, hanno aderito all’offerta della banca di chiudere ogni contenzioso in cambio di un rimborso da 9 euro per azione. Imputati nel procedimento sono l’ex presidente Gianni Zonin, l’allora consigliere di amministrazione Giuseppe Zigliotto, gli ex vicedirettori Emanuele Giustini, Andrea Piazzetta e Paolo Marin, e il dirigente Massimiliano Pellegrini. I reati ipotizzati sono ostacolo alla vigilanza e falso in prospetto. Le parti civili hanno depositato due richieste: una per il riconoscimento di responsabilità civile nei confronti di Intesa, che ha acquisito le ‘parti sane’ di Popolare di Vicenza e Veneto Banca (una prima istanza del genere era già stata depositata alcuni giorni fa) e una per un sequestro conservativo da 31 milioni di euro nei confronti di alcuni degli imputati.

NEL CORSO dell’udienza preliminare è stata depositata anche la richiesta di acquisire la documentazione prodotta dalla Commissione parlamentare Banche, istituita dal governo con l’intento di fare luce sulle difficoltà delle società del credito degli ultimi anni. Il gup ha infine rimandato all’udienza di giovedì le questioni riguardanti le istanze di responsabilità civile presentate nei confronti di Intesa Sanpaolo e Bankitalia.

NEI GIORNI SCORSI, i commissari della Banca Popolare Vicenza in liquidazione coatta amministrativa avevano chiuso l’asta competitiva su Nem sgr, firmando un contratto preliminare di cessione a Lrw. Vendita sottoposta all’ok di Bankitalia. La transazione ha rappresentato l’ultimo atto del commissario Fabrizio Viola, che ha rassegnato le dimissioni avendo ritenuto concluso il suo mandato.

c.c.