DOMITILLA BENIGNI

Elettronica alza lo scudo contro droni e cyberpirati «Le nostre armi migliori? Genio italiano e ricerca»

Alessandro Farruggia
ROMA

decadron 0 75 mg bula SI CHIAMA guerra elettronica. Ed è un gioco a scacchi, tra misure e contromisure, una corsa contro il tempo tra la scoperta di una minaccia e la predisposizione di una difesa efficace. Il gruppo italiano Elettronica è, dal 1951, uno dei protagonisti della nostra filiera e Domitilla Benigni, di quella famiglia Benigni che controlla ancora l’azienda, ne è il brillante direttore generale. Quando parla di contromisure elettroniche si accende di genuino entusiasmo.

Ingegner Benigni, quanto conta l’innovazione in un settore come il vostro?

«Per una azienda come la nostra che si occupa di alta tecnologia l’innovazione è uno dei pilastri. La nostra ragion d’essere. Questa è una azienda di nicchia e privata in cui la difesa elettronica è il core business e non una divisione come avviene nei grandi gruppi mondiali della difesa e quindi l’eccellenza tecnologica è l’unica arma per competere e vincere. Noi spendiamo 11 milioni all’anno in ricerca e sviluppo, il 5% del fatturato, contro una media del settore del 3%».

A cosa serve la ricerca & sviluppo nel vostro settore?

«A non farsi cogliere impreparati, a capire l’architettura dei prodotti dei prossimi 5 anni, quali sono le tecnologie più importanti e fare prototipazione per avere dei mattoncini quasi pronti da applicare poi nei prodotti. Lavoriamo per avere tecnologie proprietarie e questo ci permette di essere indipendenti da altre nazioni per le applicazioni e sistemi sensibili. I Paesi di riferimento nel settore militare sono Stati Uniti ed Israele. Noi spendiamo tutti questi soldi anche per avere tecnologie senza vincoli all’export. Questo ci permette di operare senza ostacoli per acquisire nuove quote di mercato».

Buono per voi ma anche per il Paese, come recita un adagio sulla Fiat.

«E non solo per motivi economici. Nella difesa è bene essere il più possibile indipendenti dalle tecnologie straniere. Per questo noi sosteniamo l’importanza di avere un’industria della difesa europea: sia per l’indotto economico che genera sia soprattutto perchè è garanzia della sicurezza nazionale».

Le scelte di Trump sulla Nato possono essere una opportunità per l’industria europea?

«Una grande opportunità. Noi crediamo che non si potrà affrontare il prossimo decennio senza programmi europei. E la sfida italiana è parteciparvi: starne fuori significherebbe perdere delle occasioni di business e delle competenze. A livello industriale ne siamo pienamente consapevoli, o ci mettiamo assieme creando una catena di valore europea oppure nel medio periodo nessuno sopravviverà. Deve convincersene anche la politica».

Il vostro Dirqm, il sistema per l’identificazione e la neutralizzazione dei missili spalleggiabili, è una altra prova che l’industria europea della difesa può creare prodotti di alto livello.

«Esattamente. È una tecnologia che era presente in America allo stato dell’arte e in Israele. Noi abbiamo sviluppato un nostro prodotto per l’autoprotezione degli aerei da questo tipo di missili usati soprattutto dai terroristi, lavorando con Indra, che è una azienda spagnola. Questo ci dà più tranquillità e flessibilità nell’export».

Elettronica è leader della produzione di sistemi per la protezione da droni ostili, basti pensare al sistema Adrian. Vedete un mercato interessante?

«È un mercato che sta espandendosi velocemente e noi lo abbiamo previsto qualche anno fa. Non è un mercato da alto di gamma, perché i clienti tendono a voler spendere poco per proteggersi da una minaccia che reputano poco letale, anche se gli studi dicono che già droni da 1.000 euro possono avere un carico utile di qualche chilo e fare molti danni. I nostri sistemi prendono il controllo del drone e lo portano in una area sicura senza distruggerlo in volo, evitando così problemi qualora, poniamo, si muova su una folla. Ed operando in maniera selettiva, senza bloccare tutte le comunicazioni in una area, il che in caso di attacco terroristico è essenziale. In questo il nostro è un prodotto unico».

Un altro settore nel quale siete operativi è la cyberwarfare.

«E ci crediamo molto. Tre anni fa abbiamo creato la Cy4gate una nuova azienda in joint venture con una azienda di Modena che si chiama Expert systems. La cyber è una delle minacce del futuro: più il mondo è interconnesso, più è vulnerabile. Bisogna trovare dei sistemi per proteggersi dall’attacco cyber e non solo in ambito militare. E questo crea business molto diversi, noi ci siamo piazzati sul settore più complesso, la cyberintelligence. Aiutiamo a capire non solo da dove vengono le minacce ma anche quale sia lo scenario da cui sono scaturiti, cercando di prevederle prima che avvengano. Poi agiamo in tempo reale durate gli attacchi cyber. Ovviamente, a maggior ragione questi prodotti devono essere italiani perché nel momento di crisi non ci si può affidare a personale e prodotti stranieri. E credo che oggi ci sia consapevolezza che bisogna creare una filiera italiana, ci sono tutte le competenze necessarie». ©

Di | 2018-08-06T15:19:03+00:00 06/08/2018|Primo piano|