L’Oliveto Italia si sente spremuto
Solo 250mila tonnellate di olio
«Niente drammi, sarà ottimo»

Paolo Pellegrini

LE PREVISIONI delle associazioni di categoria parlano di catastrofe. In Puglia come in Toscana, in Umbria come in Sicilia, in Calabria, in Liguria, insomma le regioni più ricche dell’Oliveto Italia: un calo tra il 40 e il 50 per cento a quota 250mila tonnellate, contro le 474.620 del 2015, ultima annata credibile prima del disastro-mosca. Calo avvertito, benché con numeri meno eclatanti, anche nel resto del mondo oleario, con una produzione complessiva stimata intorno ai 2 milioni e mezzo di tonnellate (1,311 milioni per la Spagna, 260mila per la Grecia), ma con una previsione rosea per la campagna successiva, stimata a livello mondiale in poco meno di 3 milioni di tonnellate, e con il dato italiano in crescita del 19% a quota 288mila tonnellate. SI PARLA già del 2018, e ancora c’è da fare i conti con questo 2017 arroventato dalla calura africana. Toscana, si diceva, in particolare sofferenza, almeno secondo alcune stime: Coldiretti – che traccia il quadro delle 50mila aziende impegnate su 90mila ettari di campi, in un settore che a regime vale 120 milioni di euro e che produce il 30 per cento dell’olio in commercio con marchi di denominazione dell’intero territorio nazionale – parla di 170mila quintali, con un calo ipotizzato intorno al 40-50 per cento. Confagricoltura è ancora più catastrofica, e per bocca del suo presidente Francesco Miari Fulcis prevede perdite tra il 60 e il 70 per cento, con punte dell’80 «in alcune zone centrali collinari e in alcune zone della costa». Piante con pochi frutti, «in alcuni casi nessuno, stremati dalla siccità e dalle alte temperature estive: la mancanza di pioggia e la calura primaverile con le impennate di temperatura, con le piante in piena fioritura, hanno ridotto la presenza dei frutti», è la spiegazione di Tulio Marcelli, presidente di Coldiretti Toscana e olivicoltore. «Le piogge tardive che hanno interessato parte della Toscana non hanno purtroppo contribuito a ridurre la cascola dei frutti soprattutto per alcune varietà tradizionali», rincara Miari Fulcis.

NON AVREMO dunque la tradizionale fettunta a scaldare il palato nelle prime brume autunnali? Attenzione, perché invece c’è chi giura che «la situazione è meno drammatica di quanto è stato detto». La voce che si leva fuori dal coro è quella di Fiammetta Nizzi Grifi, agronoma fiorentina, grande appassionata e tecnico per molte aziende, oltre che consulente del Consorzio Chianti Classico che pure marchia con una sua dop l’oro verde che nasce nel territorio pronto a entrare nel Patrimonio Mondiale Unesco. «Sto girando tutta la Toscana, e sono in contatto con amici e colleghi in tutte le regioni produttrici», dice l’agronoma. E racconta di «alberi ricchi di frutti, grazie all’umidità e alla pioggia avviati a una regolare maturazione. Nel centro della regione e sulla costa si vede già diffusa l’invaiatura, il cambio di colore dell’oliva, soprattutto della qualità leccino: ma la polpa è ancora molto verde, e per fare l’olio dovrà diventare bianca». Ma l’accumulo di olio nel frutto è appena cominciato, «ci voleva – continua – questo sbalzo termico: il gran caldo ha danneggiato la fioritura tra maggio e giugno, ma in estate si è accanito sulle olivete abbandonate o poco coltivate». Insomma, secondo l’agronoma, «chi ha fatto qualche lavorazione sul terreno o sulle piante avrà meno problemi», oltretutto perché «l’olivo regge bene i 40 e anche i 45 gradi, va in dormienza intorno ai 48, e allora scarica i frutti a terra quando ha bisogno di disidratare per portare acqua alla foglia». Lavoro e attesa, dunque, come consigliano antiche saggezze. E l’olio ci sarà. Su un punto tutti concordano: sarà ottimo.


L’esperta «Assurdo voler copiare gli spagnoli»

FIRENZE

Fiammetta Nizzi Grifi, è d’accordo con chi punta sul modello spagnolo e sulla coltivazione superintensiva per rilanciare l’Oliveto Italia?

«No, il mio approccio culturale va in senso contrario. È un punto di vista sbagliato guardare a quello che fanno gli altri pensando di trovarci la nostra soluzione. Dobbiamo metabolizzare problemi e obiettivi invece di parlare per luoghi comuni, i costi di produzione e l’olivo elemento irrinunciabile del paesaggio, l’olio è pagato troppo poco, l’oliveta non la tocco per rispetto a mio nonno… In più, un grosso freno a mano è il ruolo sociale del settore olivicolo concepito per mantenere attivi i vecchi: quando sono arrivate le regole di sicurezza e il divieto della vendita di sfuso, si è cercato di conviverci al limite della legalità, con il rischio dell’abbandono».

Qual è la sua idea?

«Nuovi impianti per avere prodotti che parlano del territorio e dell’ambiente. Gli spagnoli tentano di vendere ai nostri migliori imprenditori il modello superintensivo con l’escamotage di una sorta di «parmesan», di italian sounding grazie a varietà ibride che chiamano lecciana e frantana».

La strada ideale?

«L’abito su misura. L’oliveta sartoriale, mutuata dalla frutticoltura professionale compresa la viticoltura. Conoscenza dell’areale, scelta del numero di piante per ettaro e del sesto di impianto legato alla varietà ideale da piantare previa analisi del territorio, un’analisi attenta per scegliere anche i migliori cloni possibili, concetto che in olivicoltura ancora non c’è. E capire quale mercato si vuole aggredire».

Significa dare prodotti diversi alla grande distribuzione e altri negozi ?

«No, significa studiare insieme ai tecnici il prodotto migliore che garantisca quantità e qualità durevole nel tempo. L’olio deve essere buono anche vicino al secondo anno di vita, il rancido o il riscaldo-due non deve arrivare mai. Con qualche piccolo accorgimento, tipo bottiglie dal collo largo: nello stretto c’è più esposizione all’ossigeno, e fa male».

E nel campo, tornare a lavorazioni tradizionali come l’aratura?

«Sì, perché per il verme dell’ultima generazione della mosca, l’oliva ricca d’olio è tossica. Così cade, e la lavorazione profonda è ideale perché il verme va sotto, subisce il gelo o viene mangiato da altri animali. Ma dipende dai terreni. E il superintensivo con i suoi fili e le strutture tipo vigneto, in realtà danneggia perché fa ombra, e non consente la ricchezza del frutto».

Paolo Pellegrini