L’oliveto Italia batte anche il caldo
Bilancio da 300mila tonnellate di olio
«Ora bisogna investire sulla ricerca»

Paolo Pellegrini

E ALLA FINE la tanto temuta catastrofe magari non ci sarà nemmeno. Certo, non è stata una delle annate migliori, per l’Oliveto Italia: però il gran caldo ha asciugato le olive, c’è meno acqua nel frutto ma c’è più polpa, e la resa è altissima. «Già al 10 ottobre in qualche zona dove si era cominciato a raccogliere, le olive rendevano oltre il 18%, per superare anche il 20; poi magari c’è stato un rallentamento nella crescita, ma non si è scesi sotto il 16,5-17%», è il commento di Piero Gonnelli, produttore – uno dei più grandi della Toscana, con le 45mila piante dell’azienda Santa Tea a Reggello, cuore della Toscana oleicola di qualità – e presidente dell’Aifo, Associazione italiana frantoiani oleari, che raccoglie 560 sui 4mila impianti disseminati per tutta l’Italia dell’oro verde, a rappresentare oltre il 20% dell’intera produzione nazionale «perché circa 300 dei nostri associati – spiega Gonnelli – in realtà sono piccolissimi».

LA FOTOGRAFIA, insomma, racconta di un’annata non grandissima per quantità, ma neppure catastrofica. «Possiamo stimare – avverte ancora Gonnelli – una produzione complessiva sulle 280mila, forse si può arrivare a 320mila tonnellate di olio». Meglio, decisamente meglio della campagna 2016, che aveva fruttato un totale di 182mila tonnellate, certo ben lontane dalle 474mila di un’annata ‘media’ come era stata la precedente. Fotografia che comunque disegna un’Italia a macchia di leopardo, questa dell’olio che si avvia a concludere la stagione della raccolta, già terminata in Sicilia, già molto avanti (oltre la metà) in Toscana come in Liguria e nella zona del Garda «mentre a sud di Foggia si sta cominciando adesso», spiega Gonnelli che mette il dito sulle aree più frustate dalla siccità, come tutto il sud della Puglia, la zona di raccolta dell’oliva coratina «che alla fine rappresenta il vero grande serbatoio dell’Italia oleicola», e per questo «merita ancora un momento di attesa, per capire se alla fine ci potrà essere un certo riequilibrio». Di sicuro, si può già parlare di produzione eccellente dal punto di vista della qualità, se ne sarà accorto chi ha già preparato in casa le prime fettunte, compagne ideali di queste serate strapazzate da venti e nevicate. E di sicuro si può già parlare di prezzi sostenuti, perché le olive costano tanto: si va dai 70 euro al quintale di Puglia, Calabria e Sicilia fino ai 150 euro e forse più di Toscana, Liguria e area del Garda, «e questo – ci aiuta a capire Gonnelli – perché si viene da un’annata praticamente vuota, in cui nessuno aveva olio, e moltissimi tra i coltivatori più piccoli non hanno prodotto per il frantoio ma per sé, finendo con il condizionare il mercato. Coltivatori più piccoli che, è bene ricordarlo, ancora costituiscono in pratica lo scheletro portante dell’Oliveto Italia, con le sue 825mila aziende di cui però appena un terzo, il 37%, risultano competitive sul mercato. L’affresco si completa con qualche altro numero: le 350 cultivardi olivo dei nostri campi sono spalmate su 170 milioni di piante in 2 milioni di ettari, solo la metà come coltura principale, da cui si ottengono oli di alta qualità, con 41 marchi Dop e 1 Igp.

«SERVIREBBERO 150 milioni di nuovi olivi e 25mila addetti in più», sentenzia Gennaro Sicolo, presidente del Cno, Consorzio nazionale olivicoltori. «La realtà è che l’olivicoltura italiana soffre trent’anni di mancanza di investimenti», dice Piero Gonnelli. Riconosce che «sono state fatte cose buone per la tutela, in particolare nel campo della repressione frodi e della tracciabilità del prodotto», ma paradossalmente questo ha scatenato un effetto negativo, «si è arrivati a dimostrare che il nostro prodotto non è più sufficiente». Che fare, quindi? «L’Aifo – osserva Gonnelli – chiede investimenti per la ricerca, perché abbiamo un patrimonio ricchissimo, 530 varietà, che nessuno può vantare al mondo». È la via per non scivolare nella tentazione del superintensivo alla spagnola, «che si potrebbe praticare solo nel Tavoliere», secondo il presidente Aifo, pensando piuttosto a un intensivo a 700 piante per ettaro «in modo – spiega Gonnelli – da abbattere i costi di produzione, oggi pazzeschi, mentre i paesi concorrenti si possono permettere costo del lavoro e dell’energia basso, e nessun vincolo per l’acqua reflua, e così sbarcano nei nostri supermercati a poco più di 3 euro al litro mentre se noi vendiamo a 15 euro realizziamo un margine risicato, del 5%». E allora, un consiglio: compriamo olio buono delle nostre campagne. Magari una goccia in meno, ma buono.


Dal Tg5 alle colline di Fiesole
ultime notizie sul fronte dell’olio
«Salutaris fa rimanere giovani»

Paolo Pellegrini

FIRENZE

OLIO COME nutrimento. E di quelli che fanno bene. E’ la nutraceutica l’arma di Cesare Buonamici, 27mila piante tra le colline di Fiesole e Firenze, insomma l’olio di altissima qualità a un tiro di schioppo dalla Cupola del Brunelleschi. Ovvero, la Toscana dell’eccellenza secondo un progetto, appunto OleoSalusistem varato con la benedizione dell’Unione Europea, il dipartimento Gesaf (Gestione sistemi agrari e forestali) dell’Università di Firenze, l’Anfo (associazione dei frantoi oleari) per la certificazione, e la Mori che ha costruito gli impianti di frangitura. «Il segreto sta tutto nel contenuto delle olive», dice Buonamici, 53 anni, fratello di Cesara, nota giornalista del Tg5, da metà vita ormai impegnato nell’azienda di famiglia, fin dall’inizio della sua avventura convertita all’agricoltura biologica «anche se non ce n’era bisogno – dice – perché qui si sono sempre seguitele regole dell’epoca mezzadrile, dunque le più naturali possibile». Numeri, per capirsi. «La Toscana – dice ancora – conta poco nel panorama nazionale, appena il 4% del prodotto. Questo per la quantità. Ma per la qualità il discorso è differente. Il nostro clima favorisce la concentrazione di acidi oleici, che arrivano a 74-76milligrammi per chilo, mentre negli oli spagnoli non si arriva a 54-55. E l’acido oleico, come si sa, è importante ad esempio per la salute del cuore».

MA CESARE Buonamici, con il suo progetto, è andato oltre. Ed è ancora un numero a farcelo capire. «Siamo arrivati a produrre olio con una concentrazione elevatissima di polifenoli, tra 750 e 950 milligrammi per chilo: sono valori nutraceutici elevati, come assumere fortissime pozioni antiossidanti». E’ l’olio Salutaris, prodotto in quantità non elevata, non oltre due tonnellate per ogni campagna, e venduto in bottigliette da 250 grammi nel circuito Eataly a un prezzo importante, 25-30 euro a bottiglia. Olio che viene da olive di cultivar moraiolo, «eccellente per questo scopo, verificato per l’alto contenuto di polifenoli per frutto»: le olive vengono campionate una volta a settimana, in modo da stabilire a un tempo il giusto momento di maturazione e il contenuto ottimale di sostanze benefiche.

«È UN PRODOTTO – spiega Buonamici – che arriva da piante in genere vecchie, perfino plurisecolari, anche se nel 2005 ho messo a dimora un oliveto nuovo, 700 piante destinate proprio a questo olio». Olivicoltura di alta qualità, dunque: Buonamici mette in commercio numerose etichette, oli quasi “taylor made” dai più acerbi, più verdi e più intensi fino ai più morbidi e soft da fine stagione, secondo i diversi gusti del consumatore finale. E il suo obiettivo di produttore e anima di tante iniziative è chiaro: «Mantenere – dice – l’alta qualità legata al territorio, alla storia di chi produce e alla salute di chi consuma, grazie a un ampio ventaglio di varietà che possano consentire di ottenere un ampio bouquet di aromi, grazie ad architettura degli oliveti che garantiscono un impianto permanente e a piante indenni da patologia, come ce le può fornire il Centro di riproduzione olivicola di Pescia». Ma è importante curare il terreno, quasi tornare a pratiche antiche. Come i laghetti per raccogliere l’acqua piovana. Il futuro con il cuore antico.


Umbria «Produzione giù del 40%, ma qualità al top»

Silvia Angelici

PERUGIA

LA SICCITÀ che quest’estate ha lasciato a secco diverse colture in Umbria ha messo a dieta anche gli oliveti. Gli esperti della Coldiretti parlano di un calo della produzione del 40% rispetto all’anno scorso. Ma i capricci climatici non hanno inciso sulla qualità dell’«oro verde» che, assicurano gli esperti, è veramente al top. Questo anche grazie al sigillo di garanzia che ne attesta l’eccellenza per tutta la regione. La Dop dell’olio umbro, istituita nel 1997, è infatti l’unica denominazione italiana estesa all’intero territorio regionale, che è stato suddiviso in cinque sottozone: Colli Assisi-Spoleto, Colli Martani, Colli del Trasimeno, Colli Amerini e Colli Orvietani. Tornando ai numeri, in Umbria ci sono quasi 8 milioni di piante di olivo, che coprono 30.000 ettari e permettono di produrre mediamente 65.000 quintali di olio. Lo scorso anno (dati Ismea) la produzione si era attestata sui 43mila quintali, quest’anno siamo intorno a 26mila. Stessa previsione da Giulio Scatolini, guru del settore e presidente Aprol-Coldiretti: «Il clima e la forte siccità hanno penalizzato pesantemente l’allegagione, che è la fase iniziale dello sviluppo dei frutti successiva alla fioritura. La fioritura è stata copiosa e anche spettacolare. Purtroppo, però, nei territori dove l’allegagione è arrivata in ritardo, il caldo torrido ha bruciato tutti i fiori prima che si trasformassero in frutti». Detto ciò, «la qualità del nostro extravergine – conclude Scatolini – toccano punte di eccellenza. Anzi, la fioritura anomala ha enfatizzato il tipico sapore amaro-piccante della cultivar principale umbra, che è il Moraiolo». Anche Fedagri-Confcooperative mette la mano sul fuoco sulla bontà del prodotto: associando 9 frantoi nei quali gravitano circa 2.000 produttori di tutte le sottozone di coltivazione, l’associazione ha il polso della situazione. «L’oliva arrivata nei frantoi è la migliore degli ultimi anni: i picchi prolungati di caldo estivo e la siccità – spiega il presidente umbro dell’associazione, Lodovico Mattoni – hanno inciso sulla quantità complessiva, preservando però la crescita dell’oliva da parassiti e malattie come la mosca. Che, negli ultimi anni, erano state presenze costanti in tutte le aree di produzione della regione».

ATTENZIONE però: occhio alla commercializzazione «tarocca» delle etichette e ai prezzi, che inevitabilmente hanno subìto un aumento anche del 20%. «È bene chiarire subito – dice Sergio Maneggia, presidente dell’Oleificio Cooperativo Pozzuolese – che le bottiglie da 0,75 litri di olio extra vergine umbro molto difficilmente potranno essere trovate negli scaffali a meno di 10 euro: al di sotto di tale cifra, dobbiamo alzare le antenne».