DA LUCCA ALLA CONQUISTA DEL MONDO

Sofidel, la multinazionale dei fazzoletti
«Dare incentivi a chi assume immigrati»

Pierfrancesco De Robertis
LUCCA

FATTA A UNO che è appena rientrato dagli Stati Uniti dove ha investito un miliardo di euro in due stabilimenti ad altissimo tasso di innovazione tecnologica, la domanda su come se la passa l’impresa in Italia appare quasi ridondante, o forse inutile. «Vede, in Italia c’è sempre una certa ritrosia a cambiare, a sperimentare strade diverse. Siamo molto centrati sul localismo. Pensiamo che restare piccoli sia bello».

È la vulgata del momento.

«Piccolo ormai non ha senso. Le grandi aziende sono il sistema portante dell’industria moderna, quelle che fanno i numeri, riescono a investire sulla ricerca, esportano, si internazionalizzano. Il resto sono chiacchiere. In Italia con questa storia del piccolo è bello stiamo perdendo un sacco di occasioni». Luigi Lazzareschi è il signor Rotoloni Regina, ad di uno dei maggiori player europei nel settore della carta tissue (quella che va a contatto della persona), inventore di un marchio ormai entrato nel linguaggio comune, e nonostante le sua forte radice lucchese, il maggior comparto italiano per questo genere di lavorazione della carta, passa molto più tempo all’estero, in giro per i suoi stabilimenti in Europa e negli Usa, che in Toscana.

Sofidel è uno dei colossi mondiali del tissue che ogni anno produce quasi 7 miliardi di rotoli di carta ed è presente in numerosi Paesi Ue, eppure si fa strada l’idea che più dell’apertura sono convenienti i muri.

«Guardi, sono un convinto europeista. Il beneficio che ci ha dato e ci dà la circolazione di merci e capitali è enorme. All’inizio degli anni Novanta siamo cresciuti un po’ grazie anche alla svalutazione, certo, ma poi ci siamo ritrovati più poveri. Non scherziamo».

Sofidel lavora molto negli Usa, dove avete aperto o state aprendo importanti stabilimenti, uno in Oklahoma e uno in Ohio. Che cosa pensa della polemica sui dazi Usa?

«Sono del tutto contrario alla politica dei dazi. Rappresentano un danno per le aziende, in particolare quelle europee. Occorre piuttosto creare le condizioni per la libera concorrenza. Peraltro i cinesi, trovando le porte sbarrate in Usa, aumenteranno la loro pressione commerciale verso l’Europa».

Ma ci sono Paesi, come appunto la Cina, che praticano una sorta di concorrenza sleale immettendo nel mercato prodotti che non rispettano l’ambiente e i diritti umani dei lavoratori.

«Lo sappiamo, ma in quel caso basta richiedere certificazioni severe, e farle rispettare. I dazi invece innescano una spirale pericolosa».

Negli ultimi giorni si parla molto di nuove regole per il mondo del lavoro. Il Jobs Act di Renzi vi aveva aiutato?

«Certo, un po’ di flessibilità è utile, anche se a noi come Sofidel più di tanto non riguardava. Su 3/400 nuovi assunti all’anno, solo poche decine sono in Italia».

E delle misure contenute nel decreto dignità presentato da Di Maio, quelle che introducono nuovi vincoli, che cosa pensa?

«Credo che su questo punto Confindustria si sia espressa molto chiaramente. Ma ci dicono che il parere delle grandi organizzazioni non conta. Si torna al discorso su grandi e piccoli fatto in precedenza ».

Lei gira il mondo, e avrà notato come il fenomeno migratorio sia internazionale. È un aiuto o un problema?

«Negli stabilimenti che abbiamo negli Usa ci sono operai di 23 nazionalità differenti. Credo che l’immigrazione possa essere un’opportunità, perché i nuovi arrivati ci risolvono il problema di un aumento della domanda che incide positivamente sulla crescita e perché favorisce l’integrazione. Ma in Italia non l’abbiamo ancora capito bene. Servono nuove regole».

Anche nel mondo del lavoro?

«Anche».

Quali nuove regole servono?

«Se sono un imprenditore, tra un operaio italiano e un operaio tunisino, dico per esempio, assumo l’italiano».

Le daranno del razzista.

«Non è un problema di razzismo, ma solo di guardare in faccia la realtà: tra uno che parla italiano, che conosce la nostra cultura, che sa come si lavora da noi e uno che invece non parla la lingua, che ha altri modi di lavorare, lei chi pensa che a parità di salario un imprenditore finirà per assumere?».

Ma non si può pagare qualcuno di meno a seconda della nazionalità. È contro la Costituzione, gli accordi sindacali…

«Senta, gli immigrati vanno accolti e fatti lavorare ma non si può far finta di non sapere che sono manodopera meno qualificata degli altri. Se vogliamo fare le anime belle possiamo continuare così, se vogliamo risolvere i problemi qualche iniziativa va presa. Spendiamo cinque miliardi per l’accoglienza… »

Che cosa c’entra l’accoglienza?

«Anche farli lavorare è accoglienza ».

Quindi che cosa propone?

«Si potrebbero dare incentivi alle aziende che assumono immigrati. Se costasse di meno prenderli certamente qualche imprenditore lo farebbe. Viaggio molto e vedo che dovunque gli immigrati svolgono le mansioni meno specializzate e remunerate, e molti stati non si fanno problemi a promuovere legislazioni speciali per loro».

Che differenze coglie un grande imprenditore tra operare in Italia o all’estero?

«All’estero avverto un clima più positivo per chi fa impresa. Negli Usa in particolare. Sono portati al nuovo, alla ricerca, sono il Paese delle opportunità e fanno di tutto per mettere chi vuole investire nelle migliori condizioni per farlo».

In Italia non sempre è così, pare il suo non detto.

«Diciamo che da quattro a cinque anni la situazione mi sempre un po’ migliorata. Forse è stata la crisi a farci comprendere quanto abbiamo bisogno di imprenditori che rischiano in proprio per produrre sviluppo».

Di |2018-10-02T09:24:23+00:0009/07/2018|Primo piano|