CREDITO E PIANI DI RISPARMIO

Sprint di Banca Valsabbina
raccolti risparmi per 5 miliardi
L’istituto guida le pmi in Borsa
e lancia i pagamenti smart

Cosimo Firenzani

BRESCIA

SOSTENERE lo sviluppo delle pmi in un momento adatto alla crescita: tassi ai minimi storici, mercati azionari favorevoli e ciclo economico positivo. È il piano della Banca Valsabbina, presente con 70 filiali nel Nord Italia (52 in provincia di Brescia) e 561 dipendenti. Nel 2017, la banca ha erogato 600 milioni di euro alla propria clientela e, per il 2018, l’obiettivo è quello di replicare questo risultato. Sul lato dei risparmi la raccolta totale ha sfiorato i 5 miliardi di euro, mentre il risparmio gestito si sta avvicinando al traguardo del miliardo di euro. Inoltre, Banca Valsabbina ha quasi 8 miliardi di euro di masse gestite, un patrimonio di 382 milioni di euro ed un Cet 1 del 15,17%, coprendo le province di Brescia, Verona, Milano, Monza e Brianza, Bergamo, Trento, Vicenza, Modena e Padova.

LA BANCA punta tanto sulle pmi sfruttando in particolare le agevolazioni previste dalla legge 662/96 e l’importante accordo con il Fondo Europeo per gli Investimenti, che prevede un plafond da 50 milioni di euro a sostegno delle pmi e delle small o mid cap innovative. La banca ha anche lanciato da poco un servizio per accompagnare le pmi italiane nel percorso di quotazione in Borsa. La storia di Banca Valsabbina ha origine nella seconda metà dell’800, quando gli abitanti di Vestone e Nozza, due Comuni della Valsabbia, decidono di dar vita a una comune associazione, fondando la «Società di Mutuo Soccorso». Con la delibera dell’Assemblea straordinaria dei soci del 26 giugno 1949, la Banca ha assunto la denominazione di Banca Cooperativa Valsabbina – Società cooperativa a responsabilità limitata. L’attuale denominazione Banca Valsabbina Scpa viene assunta, invece, nel maggio 2005. Oggi l’istituto bresciano sta vivendo un momento di espansione che consente di presidiare alcune tra le piazze strategiche del panorama economico-finanziario a livello nazionale e caratterizzate da importanti presenze industriali. Negli ultimi 3 anni, infatti, l’Istituto ha assunto oltre 100 dipendenti, con l’obiettivo di fornire un servizio sempre più specializzato e professionale agli oltre 100mila clienti, 6mila dei quali acquisiti nei soli ultimi 12 mesi. Inoltre, dal punto di vista dell’innovazione tecnologica e digitale, Banca Valsabbina ha sottoscritto un accordo con Satispay, il servizio di mobile payment che funziona attraverso una app gratuita, disponibile per qualsiasi smartphone e sistema operativo.

CON SATISPAY è possibile scambiare denaro con i contatti della propria rubrica telefonica, pagare presso esercenti fisici e online convenzionati ed effettuare le ricariche telefoniche. Per gli esercenti fisici e online aderenti al servizio non sono previsti costi di attivazione o canoni mensili ma soltanto una commissione fissa di 0,20 euro per i pagamenti superiori a 10 euro: tutti gli incassi inferiori a questa soglia non hanno alcuna commissione.


Il tesoro dei Pir è a Piazza Affari
Investiti in Borsa 6,8 miliardi
Sostegno all’economia italiana

Andrea Telara

MILANO

UN TESORETTO da 6,8miliardi di euro. È la cifra che è stata investita nei titoli delle piccole e medie aziende di Piazza Affari dai piani individuali di risparmio (Pir), cioè i prodotti finanziari nati agli inizi del 2017 per sostenere l’economia reale e le imprese del made in Italy. Su un patrimonio totale di 15 miliardi di euro a disposizione, i Pir ne hanno destinato un po’ meno della metà alle società quotate su tre diversi listini della borsa di Milano.

IL PRIMO è il Ftse Italia Mid Cap, che raccoglie le aziende a media capitalizzazione, su cui i Pir hanno investito una cifra pari a quasi 4 miliardi di euro. Sfiora invece il miliardo il patrimonio che i piani individuali di risparmio hanno impiegato nel Ftse Italia Small Cap, l’indice che raggruppa i titoli di 129 aziende a bassa capitalizzazione. Oltre 270 milioni di euro dei Pir sono finiti inoltre sull’Aim, il mercato di Piazza Affari nato circa dieci anni fa e riservato alle azioni delle micro cap, le società che capitalizzano pochissimo, spesso soltanto qualche milione di euro. Infine, una somma di 2 miliardi di euro è stata impiegata nell’acquisto di obbligazioni emesse dalle piccole e medie imprese (pmi). Tirando le somme, i piani individuali di risparmio hanno investito nelle pmi italiane, tra azioni e bond, una quota di circa il 43% del loro patrimonio, cioè molto di più del livello minimo imposto loro dalla legge (21%). «L’impatto dei Pir sul mercato azionario italiano, soprattutto sui suoi segmenti meno capitalizzati, è stato positivo», ha detto commentando i dati Alessandro Rota, direttore dell’Ufficio Studi Assogestioni, l’associazione di categoria che raggruppale più importanti società di gestione del risparmio nazionali.

DELLO stesso parere sono più o meno gli analisti di Intermonte che, nelle scorse settimane, hanno pubblicato uno studio sugli effetti che i piani individuali di risparmio hanno avuto sul mercato di Piazza Affari, a circa 12mesi dalla loro introduzione. Secondo gli esperti di Intermonte, i Pir hanno portato sicuramente maggiore liquidità sui listini della borsa di Milano dedicati alle piccole imprese. Nel mercato Aim, per esempio, il volume di scambi giornalieri è salito dai 27 milioni del 2016 agli oltre 165 milioni del 2017.

SEMPRE sull’Aim, lo scorso anno hanno debuttato 23 matricole, cioè società di nuova quotazione, contro le 8 del listino principale. Ben 16 quotazioni su questo mercato sono avvenute nella seconda metà dell’anno, quando il patrimonio dei Pir ha raggiunto una certa consistenza e ha dato finalmente nuova linfa alle azioni delle piccole e medie imprese. Per gli analisti di Intermonte (che hanno collaborato nella loro ricerca con il Politecnico di Milano) i Pir non hanno invece fatto gonfiare le quotazioni dei titoli delle small cap quotate, cioè le società a piccola capitalizzazione.

È VERO che la liquidità complessiva sul mercato è cresciuta ma, se si guardano alle performance del 2017, a detta di Intermonte le azioni delle piccole imprese italiane sono più o meno allo stesso livello di quelle delle loro omologhe tedesche o francesi. Più significativo, secondo gli analisti, è stato invece l’impatto sulle mid cap, le società a media capitalizzazione, in particolare quelle quotate su un particolare mercato, lo Star, che esiste da molti anni e raggruppa diverse eccellenze del made in Italy.

 

Gli analisti Difficile ripetere i numeri del boom, ma l’appeal del prodotto resta alto

MILANO

NEL 2017 hanno rastrellato bel 10,9 miliardi di euro tra gli investitori italiani. Ma quest’anno i Piani individuali di Risparmio (Pir) difficilmente replicheranno la raccolta record dei 12 mesi precedenti. A pensarla così sono gli analisti di Equita Sim, che da tempo seguono con attenzione questi nuovi prodotti finanziari istituiti lo scorso anno per dare un nuovo canale di finanziamento alle piccole e medie imprese.

SECONDO EQUITA, i flussi raccolti nel 2018 dai piani individuali di risparmio scenderanno a 7,8 miliardi, una cifra non trascurabile ma ben lontana dal record registrato nei mesi successivi al debutto. Alla base di questa franata, a detta degli analisti, c’è anche un po’ di «rilassamento» delle reti dei consulenti finanziari che nel 2017 hanno spinto i Pir con grande convinzione, trattandosi dell’ultima novità apparsa sul mercato. Nel medio termine, però, i Piani individuali di risparmio continueranno ad avere grande appeal tra gli investitori: entro il 2021, infatti, gli analisti di Intermonte hanno previsto che il loro patrimonio salga al di sopra dei 60 miliardi di euro. In attesa di vedere se queste previsioni sono azzeccate, una cosa resta certa: le maggiori società di gestione del risparmio italiane, le più grandi reti di consulenti finanziari e adesso anche le compagnie assicurative sembrano intenzionate a puntare ancora con decisione su questa categoria emergente di strumenti finanziari.

PER IL MOMENTO, il mercato dei Pir è dominato sostanzialmente da due player: in testa c’è Banca Mediolanum, che ha una quota di mercato del 23%, seguita dal gruppo Intesa Sanpaolo (con le controllate Eurizon e Fideuram) che raggiunge il 17%. Il primato di Banca Mediolanum deriva però dal fatto che alcuni suoi fondi già esistenti sono diventati Pir compliant, cioè hanno adeguato il loro portafoglio alla normativa prevista per i piani individuali di risparmio.

SE SI GUARDA invece alle nuove risorse raccolte con i Pir dal 2017 in poi, il primato spetta a Intesa Sanpaolo (con una quota di mercato del 25%), anche se il gruppo guidato da Massimo Doris segue non molto distante (con una quota di mercato del 17%). Secondo le rilevazioni di Intermonte, i fondi di investimento Pir compliant esistenti in Italia erano già ben 70 alla fine dell’anno scorso, collocati sia da case d’investimento italiane che straniere. Si tratta per lo più di fondi a gestione attiva, cioè con un money manager che seleziona i titoli vincenti.

Andrea Telara

Di |2018-10-02T09:24:35+00:0023/04/2018|Dossier Economia & Finanza|