CREARSI UN TESORETTO

Rendita futura per la vecchiaia
La carica dei fondi pensione aperti
Un forziere che vale 20 miliardi

Andrea Telara
MILANO

GESTISCONO i soldi di oltre 1,4 milioni di lavoratori, per un totale di circa 19 miliardi di euro. Sono i fondi pensione aperti, una categoria di prodotti finanziari che serve per costruirsi una rendita di scorta in vista della vecchiaia, in modo da integrare i sempre più magri assegni previdenziali dell’Inps. Tra il 2017 e il 2018, il patrimonio dei fondi pensione aperti è cresciuto di circa il 3% (dati Covip), mentre il numero di italiani che ne hanno sottoscritto uno è salito di oltre 50mila unità, rendendo questi strumenti d’investimento sempre più popolari nel nostro Paese.

NON VA DIMENTICATO, però, che i fondi pensione aperti sono soltanto una delle tre categorie di strumenti della previdenza complementare esistenti in Italia (si vedano i box in pagina). La prima è rappresentata dai fondi pensione chiusi, o negoziali, che sono riservati esclusivamente ai lavoratori dipendenti e sono nati in base ad accordi siglati dai sindacati e dalle associazioni imprenditoriali. Poi ci sono i piani individuali pensionistici (pip) creati dalle compagnie assicurative mentre il terzo pilastro della previdenza integrativa italiana è rappresentato appunto dai fondi pensione aperti che sono nati prevalentemente per iniziativa delle società di gestione del risparmio (sgr). Il loro scopo originario era quello di creare una categoria di prodotti previdenziali per i lavoratori autonomi che, a differenza dei dipendenti, non possono accede ai fondi chiusi. Oggi, però, le sgr sono riuscite a piazzare i fondi aperti anche nel portafoglio di oltre 700mila lavoratori subordinati, segno evidente che questi prodotti hanno un certo appeal anche al di fuori del loro bacino di utenza originaria. Ma come funzionano, nello specifico, i fondi della previdenza integrativa? Si tratta, per chi non li conoscesse ancora, di strumenti finanziari in cui un lavoratore versa periodicamente (di solito ogni mese) una parte della propria retribuzione, mettendo in atto un piano di risparmio di lungo periodo.

IL CAPITALE ACCUMULATO viene impiegato sui mercati finanziari (per esempio in azioni, obbligazioni o titoli di Stato), a seconda delle preferenze e della propensione al rischio dello stesso lavoratore. Quando il sottoscrittore del fondo o della polizza raggiunge l’età della pensione (secondo le regole previste per la previdenza pubblica), può trasformare il capitale accumulato, più i rendimenti maturati, in una rendita che integra gli assegni dell’Inps pagati dallo Stato. In alternativa, si può riscattare subito il 50% della somma accumulata e destinare a una pensione di scorta soltanto la restante metà. Non è possibile conoscere a priori l’ammontare della rendita integrativa che verrà incassata durante la terza età. Tutto dipende dalle performance realizzate dal fondo che dipendono a loro volta dall’andamento dei mercati finanziari. Negli ultimi 10 anni, chi ha investito nei fondi pensione aperti ha guadagnano in media il 3% all’anno. Non tutti i prodotti di questa categoria, però, si sono comportati alla stessa maniera. Secondo i dati della società di analisi e ricerca Morningstar, il fondo che ha reso di più negli ultimi 10 anni (dati aggiornati a fine settembre) è stato Allianz Insieme- Linea Azionaria, che ha guadagnato oltre il 7,4% ogni 12 mesi.

SEGUE A BREVE distanza Anima Arti & Mestieri Crescita 25+ A con una performance positiva di oltre il 7% all’anno. In terza posizione si piazza invece il fondo Giustiniano Azionario di Intesa Previdenza che ha avuto un rendimento del 6,2% annuo nell’arco di due lustri.

Piani pensione Attenzione alle commissioni d’ingresso

MILANO

UNA SIGLA di tre lettere, pip, che significa piani individuali pensionistici. È un’altra delle tre categorie di prodotti finanziari (assieme ai fondi pensione aperti o chiusi), che compongono la galassia della previdenza integrativa italiana. Anche i pip, come i fondi aperti e chiusi, servono per costruirsi una pensione di scorta in vista della vecchiaia. A differenza dei fondi, che sono stati creati per lo più dalle società di gestione del risparmio, i pip sono invece polizze assicurative venduti dalle maggiori compagnie previdenziali attive in Italia. Come molte polizze, i piani pensionistici possono includere alcune garanzie tipiche dei prodotti assicurativi, per esempio la protezione dal capitale fino al 100% della somma versata. Questi prodotti, però, hanno non di rado un difetto: sono pieni di voci di costo. Spesso, infatti, non tutto il capitale versato nei pip dai lavoratori viene investito sui mercati finanziari.

UNA QUOTA che può arrivare al 3-5% viene trattenuta dalla compagnia sotto forma di caricamenti iniziali. A questi balzelli si aggiungono poi altre commissioni (nell’ordine dell’1-2%) applicate sui fondi in cui vengono investiti i soldi versati dal futuro pensionato. Prima di sottoscrivere un piano pensionistico è bene passare al setaccio le note informative dei prodotti e pesare sul piatto della bilancia tutte le voci di costo. L’incidenza degli oneri non va mai sottovalutata perché può deprimere i rendimenti. Non a caso, negli ultimi 10 anni il guadagno medio dei piani individuali pensionistici è stato ampiamente inferiore al 3% ogni 12 mesi.

ALCUNI PIP hanno reso però un po’ più della media. È il caso di quelli legati alle Gestioni Separate, cioè a fondi con capitale garantito che investono principalmente in titoli di stato e obbligazioni di alta qualità. I pip classificati come Unit Linked, cioè quelli legati a fondi comuni d’investimento, hanno guadagnato invece mediamente il 2,2% all’anno. a. tel.

Di |2018-10-01T14:17:48+00:0001/10/2018|Dossier Economia & Finanza|