COSA CI ASPETTA DIETRO L’ANGOLO

La crescita è lenta, la rovina veloce
L’effetto Seneca pesa sulla finanza
«Ecco i sistemi vicini al collasso»

Pino Di Blasio

BOLOGNA

L’ HANNO BATTEZZATO «l’effetto Seneca», dandogli molto più rigore scientifico della legge di Murphy. Non foss’altro che, rispetto al teorico del «se una cosa può andare male, lo farà», il filosofo romano precettore di Nerone ha usato parole lapidarie. «La crescita è lenta, ma la rovina è precipitosa» è la frase che fa da guida alle riflessioni del professor Ugo Bardi, docente di Chimica fisica all’università di Firenze, e autore di «The Seneca effect. Why growth is slow but collapse is rapid». Il teorema si può applicare a tutti i sistemi complessi, alle strutture meccaniche, alle civiltà, all’ecosistema planetario e alle fonti di energia. Ma è chiaro che, nei sottosistemi economici, la sua applicazione reale e le sue dimostrazioni diventano ancor più sorprendenti. Soprattutto nel corollario del «dirupo di Seneca», il momento in cui la crisi di un sistema è fragorosa. «Pensando alla situazione mondiale, al riscaldamento globale e all’esaurimento delle risorse, ciò che i modelli ci dicono – è la tesi di Bardi – è che il dirupo Seneca può essere il risultato inevitabile del fatto di mettere troppa pressione su risorse naturali già gravemente impoverite. Dovremmo cercare di sviluppare riserve alternative di risorse come le energie rinnovabili o l’energia nucleare. Allo stesso tempo, dovremmo evitare di sfruttare risorse altamente inquinanti e costose come gli scisti di petrolio e il petrolio in acque profonde. Tutte queste strategie sono ricette per la rovina».

Oltre all’energia, pensa che l’effetto Seneca sia applicabile ad altri eventi economici?

«Nell’economia – risponde Bardi – ne abbiamo visti tantissimi, di dirupi. Il più famoso resta quello della crisi nel ’29. Nel 2008 abbiamo assistito al crash dei mutui subprime; il mercato immobiliare saliva, ha toccato vette altissime e poi ha collassato. Il crac Lehman Brothers è uno degli esempi migliori di un Seneca applicato all’economia finanziaria».

I modelli consentono di identificare l’inizio del dirupo?

«Entro certi limiti questi crolli si possono descrivere, ma non prevedere. Tutti i sistemi hanno un loro punto di equilibrio: quando lo si supera, ogni sistema deve rientrare. L’ha scoperto un docente del Mit negli anni ’60, Jay Forrester, morto nel 2016 a 99 anni. È lui che ha creato la dinamica dei sistemi, scoprendo modi per analizzarli quando andavano oltre il limite».

D’accordo la teoria: ma ci sono altri casi che possono provarla?

«Il crollo del mercato immobiliare si poteva prevedere dieci anni fa. Anche oggi il prezzo delle case in America sale costantemente, sembra vicino all’orlo del dirupo. Prendiamo il caso dei bitcoin: indubbiamente hanno avuto oscillazioni simili all’effetto Seneca. E ci sono i sintomi di un collasso possibile. Ma non si sa né quando avverrà, né di che portata sarà. Perché parliamo di criptovalute basate esclusivamente sulla fiducia dei mercati. Io non so quanto possa valere un bitcoin; mentre a una casa un valore oggettivo si può sempre dare».

È una reazione a catena quello che i modelli prevedono?

«Esatto. Un sistema complesso è unnetwork, che amplifica un segnale che riceve fino a un certo punto, poi collassa. È lo stesso sistema che sta dietro un ordigno atomico, la stessa matematica di una bomba nucleare. Ma spesso noi non riusciamo a capire gli effetti ritardati delle nostre azioni. Il dirupo di Seneca è il risultato delle conseguenze ritardate».

Prendiamo un altro campo critico, la distribuzione della ricchezza. L’1% della popolazione mondiale detiene la stessa ricchezza del restante 99%.

«Anche la distribuzione della ricchezza è un sottosistema interessante per analizzare i modelli che anticipano l’effetto Seneca. Però dobbiamo aggiungere al quadro, una disuguaglianza naturale. In natura non esiste una distribuzione equa, un patrimonio uguale per tutti. L’entropia è massima».

Applica la termodinamica all’economia?

«È quello che ha fatto Forrester, e prima di lui Seneca, anche se non lo sapeva. C’è sempre stata gente più ricca e meno ricca, ma non si è mai arrivati a un punto di disuguaglianza così marcato. Il sistema è potenzialmente instabile, rischia di implodere, ma non saprei quando. Nella storia, però, ogni tanto si tagliano le teste ai re e ai potenti».

 

Crisi aziendali Sul tavolo del ministero restano 162 vertenze aperte

ROMA

L’INCONTRO più recente riguarda la vertenza Trony. Il tavolo al ministero per lo sviluppo economico ha tentato di trovare una soluzione per i 500 dipendenti della Dps group, la società che gestiva i 40 negozi a marchio Trony in Italia, dopo il fallimento deciso dal tribunale di Milano il 16 marzo. Non sarà una trattativa facile, come non lo è nessuna delle 162 crisi aziendali sul tavolo del Mise. Un nutrito pacchetto di vertenze e trattative che ha come posta il futuro di 180mila lavoratori. Secondo i sindacati, il dato è il più alto degli ultimi 6 anni. Dal 2012 il numero dei posti di lavoro a rischio è cresciuto del 37%, anche se il quadro macroeconomico, a detta del ministero, resta di «sostanziale stabilità quantitativa». Ma lo scenario è davvero pesante. Nel 2012 i tavoli aperti al Mise erano 119, i posti di lavoro a rischio 118mila. La media 2012-2017 è di 146 tavoli aperti per 143mila dipendenti interessati. Dal 2016 al 2017 i lavoratori coinvolti sono 25mila in più, rispetto al 2012 sono 62mila in più. Come è possibile questa escalation, in una congiuntura non troppo sfavorevole? Semplice: sono collassate o vicine al punto di rottura grandi imprese come Alitalia, Almaviva e Ilva. Non è che prima se la passassero meglio: solo che non pensavano di bussare al ministero per chiedere aiuto a superare le difficoltà e gestire le vertenze con i dipendenti.

IL GOVERNO, dal canto suo, dà anche i numeri sulle trattative concluse positivamente. Nel biennio 2016-2017 sono state risolte 62 vertenze, 45 siti produttivi sono stati oggetto di nuovi investimenti, 21 tavoli non hanno portato a nessuna soluzione. In media le vertenze durano 28-30 mesi, ma per Alcoa, Lucchini, Fiat Termini Imerese e Ideal Standard sono durate più di 5 anni. E la soluzione trovata, come nel caso Lucchini che si ripresenta sotto la sigla Aferpi, non è stata soddisfacente. Spesso perché, nonostante robuste iniezioni di denaro pubblico, il progetto non è decollato e non ha riassorbito i dipendenti a rischio. In questi sei anni hanno pesato tre crisi sistemiche: quella del bianco, ovvero gli elettrodomestici, che con il caso Embraco hanno registrato un’evoluzione più complessa; quella della siderurgia, che con Ilva e Piombino coinvolge migliaia di lavoratori; e quella dell’automotive, che però ha mostrato negli ultimi mesi una tendenza al miglioramento.

Pino Di Blasio

 

Di |2018-10-02T09:24:40+00:0009/04/2018|Finanza|