Badenoch & Clark punta sulle startup
«Sono innovative, offrono opportunità
I giovani imparino a essere concreti»

Giuseppe Catapano

MILANO

PIETRO Valdes, managing directordiBadenoch& Clark Italia, azienda specializzata nel recruiting di figure manageriali ed executive, una startup può essere vincente grazie all’investimento in risorse umane?

«Le risorse umane non sono l’elemento vincente in assoluto, ma possono essere quello che fa non perdere. Sono quindi un cardine: una delle principali cause del fallimento delle startup è l’incapacità di trovare il talento giusto al posto giusto. In tal caso una buona idea non viene sviluppata in maniera adeguata».

Il prezzo per una scelta sbagliata è comunque altissimo: il fallimento di un’idea anche se buona.

«Infatti proprio questo è uno dei principali motivi per cui falliscono le startup entro il primo anno. L’errore che si può commettere è focalizzarsi troppo sul prodotto o sul servizio e poco sulle persone. Se l’intenzione non è tradotta in fatti concreti dalle persone giuste poi non si realizza».

Il vostro lavoro consiste anche nel trasmettere questo messaggio?

«Soprattutto negli ultimi tre anni ci siamo affiancati in maniera sempre più intensa alle startup per fare del coaching e per fare da guida nella corretta scelta delle risorse umane».

Su quali settori siete più attivi e quali sono i profili professionali più richiesti dalle startup?

«Il digital, innanzitutto. È lì che in Italia si stanno sviluppando le startup più importanti ed è da quel settore che provengono le idee migliori. Le caratteristiche del settore sono la continua evoluzione e la scarsezza di competenze, essendo un comparto nuovo. E se mancano le competenze, bisogna intuire quali persone si adattano meglio all’esigenza della startup. I profili più richiesti sono quelli tecnici e quelli commerciali».

L’importanza delle risorse umane è percepita in maniera più forte rispetto al passato?

«C’è ancora molta strada da fare, l’Italia arriva dopo alcuni Paesi come Inghilterra e Stati Uniti. Un ritardo culturale resta, perché qui si tende a cercare prima di tutto tra le proprie conoscenze e spesso non si sceglie la persona migliore. Ma per quanto riguarda le competenze, la flessibilità e la determinazione a raggiungere un certo obiettivo gli italiani sono vincenti. Quel che è certo è che la corretta gestione delle risorse umane può portare a miglioramenti enormi».

È soprattutto nei giovani che c’è voglia di lavorare nelle startup?

«I giovani sono interessati al nuovo, ma tendono a essere un po’ inconcludenti. Vogliono fare qualcosa di diverso, però peccano di concretezza. Da un lato c’è maggiore capacità di adattarsi, dall’altro minor desiderio di andarsi a integrare in una squadra. Molti giovani sono autonomi e convinti di quello che sanno, anche se hanno molto da imparare».

E i meno giovani associano le startup a un rischio alto?

«La propensione al rischio è alta per i giovani, poi crolla e infine ritorna in età matura. Notiamo che proprio le persone più mature tendono a mettere a disposizione le proprie competenze e hanno meno problemi a rischiare. È difficile che capiti nel digital, mondo nuovo e non adatto ai meno giovani».

Ai ragazzi consiglia di puntare sul digitale?

«Devono piacere i numeri, c’è bisogno di una propensione. E serve una base tecnica di competenze che sono molto spinte. Nel commerciale bisogna avere più sensibilità umane».

Quale è la sua istantanea delle startup?

«È un momento di produzione intensa. Non siamo l’Inghilterra, ma siamo avanti rispetto a qualche anno fa. Oggi il capitale iniziale richiesto è più basso e le startup possono svilupparsi con l’aiuto di fondi, il cui numero è cresciuto. E vedremo quali saranno le conseguenze della Brexit: per l’Italia, e soprattutto per Milano, è un’opportunità enorme di tenersi o attrarre sia startup che capitali».

Sempre più le nuove aziende possono essere occasione importante per chi cerca lavoro?

«Sì, perché aumenteranno».


L’INDAGINE Una campagna di reclutamento sbagliata
può pesare sui bilanci fino a 60mila euro

BADENOCH & Clark ha incontrato le 12 digital companies in gara per ScaleIT 2017 con un workshop su come attrarre talenti e condurre una selezione di successo. Negli ultimi anni il mercato ha evidenziato una crescente centralità del comparto Hr – risorse umane – anche all’interno delle startup digitali. I numeri dicono che il 99% delle startup fallisce entro il primo anno dalla sua costituzione; tra i principali motivi, al terzo posto, c’è proprio la scelta di un team sbagliato. Badenoch & Clark ha definito i costi e gli errori più comuni commessi dalle aziende durante una campagna di selezione. Una campagna di recruiting inefficace costa mediamente all’azienda tra i 30mila e i 60mila euro. Tra fattori principali: il tempo impiegato per la ricerca del candidato e la formazione interna, gli obiettivi non raggiunti, il negativo impatto sul team e il tempo impiegato per la ricerca di una nuova risorsa. Ma quali sono gli errori da non commettere? Non avere una una divisione Hr strutturata, prima di tutto. Una campagna di recruiting efficace richiede, infatti, l’utilizzo di più canali complementari tra loro e soprattutto una rosa minima di 40 candidati per la selezione.