CONFRONTO FRA 1995 e 2017

L’estinzione del «Bot people»
Un tesoro da duemila miliardi
per trader e società di gestione

Andrea Telara

MILANO

buy cialis online new zealand C’ERANO UNA VOLTA i Bot People, i milioni di italiani abituati a investire soltanto nei titoli di Stato, oltre che nell’amatissimo mattone. Da dieci anni a questa parte, complice la crisi economica, il crollo dei tassi d’interesse e le difficoltà del sistema bancario, il portafoglio finanziario dei nostri connazionali si è profondamente trasformato. Secondo i dati della Banca d’Italia, oggi i vecchi e cari Bot, Cct e Btp occupano ormai una quota di appena il 3% sul totale dei risparmi delle famiglie, contro il 9,8% del 2002 e il 6,8% del 2007. Lo stesso declino si registra anche per le obbligazioni  emesse dalle banche, che fino a dieci anni fa erano assai gettonate negli sportelli di qualsiasi istituto di credito: nel 2009, questa categoria di strumenti finanziari rappresentava circa il 10% della ricchezza totale delle famiglie, mentre nel 2017 era relegata a un modestissimo 3,8%.

ANCHE nel caso delle obbligazioni bancarie, ha pesato come un macigno il calo dei tassi d’interesse che ha reso i titoli assai avari di rendimenti. Negli ultimi due anni, però, gli italiani hanno voltato le spalle ai bond per un’altra ragione: dopo il crac finanziario di diverse banche, dal Monte dei Paschi a Banca Etruria passando per le Popolari venete, migliaia di obbligazionisti che avevano investito nei titoli di questi istituti sono rimasti (o hanno rischiato di restare) con un pugno di mosche in mano, sperimentando sulla loro pelle quanto i bond possano essere strumenti finanziari insidiosi e possano far perdere tutto il capitale investito, quando la società che li emette ha i bilanci scassati. Negli ultimi dieci anni è rimasta invece più o meno stabile attorno al 27-28% la quota di ricchezza investita dalle famiglie nei conti correnti e nei depositi. Stesso discorso per le azioni e le partecipazioni societarie, che pesano da anni per circa il 20-22% sul totale dei risparmi degli italiani.

VISTI QUESTI DATI, sorge spontaneo un interrogativo: dove hanno deciso di mettere i loro soldi le famiglie italiane nell’ultimo decennio? I grandi beneficiari della fuga dai Bot sono soprattutto i fondi comuni d’investimento e le polizze assicurative del ramo vita a contenuto finanziario, quelle in cui i risparmiatori versano un capitale che viene gestito dalla stessa compagnia e si rivaluta nel tempo. Nel 2008, la quota dei risparmi degli italiani destinata ai fondi e alle polizze raggiungeva a malapena il 25% mentre oggi supera il 33%, per la gioia delle compagnie assicurative e delle società di gestione del risparmio (dette sgr), che, nell’ultimo decennio, hanno raccolto tra le famiglie miliardi su miliardi e macinato una montagna di profitti. Soltanto nel 2017, secondo i dati dell’associazione di categoria Assogestioni, le sgr del nostro Paese hanno registrato una raccolta netta positiva di quasi 100 miliardi di euro, mentre il loro patrimonio in gestione ha superato i 2.086 miliardi.

LE ABITUDINI di investimento degli italiani, insomma, negli ultimi due lustri sembrano essere radicalmente mutate. Un recente sondaggio realizzato dall’Osservatorio di Sara Assicurazioni, la compagnia assicuratrice ufficiale dell’Automobile Club d’Italia, ha rivelato che più di un risparmiatore su due (per la precisione il 54%) crede ancora nell’investimento immobiliare, sia per avere un bene rifugio per tempi incerti sia come fonte di reddito grazie all’affitto o come un lascito per i figli. Il mattone, insomma, conserva un certo fascino.

 

Contro corrente
di ERNESTO PREATONI

I DEBITI NON SI PAGANO CON IL BLUFF SUL PIL

NEL 2017 il debito pubblico è cresciuto di altri 36 miliardi nonostante la riduzione della spesa per interessi frutto del Qe. Questo dato mi convince sempre di più che il debito sarà l’emergenza della prossima legislatura così come le riforme istituzionali lo erano state in quella appena conclusa. Sulle riforme istituzionali sappiamo com’è andata. Temo che anche sul debito finirà male. Le ricette dei partiti in campagna elettorale sono assurde. Non si salva nessuno. Cercano di mettere insieme promesse chiaramente conflittuali. Non puoi dire che taglierai le tasse, aumenterai i sussidi e contemporaneamente farai scendere il debito. A chi chiede come sia possibile conciliare questi opposti, si dà sempre la stessa risposta: con più crescita. Mi domando sempre se in politica prevalga l’ignoranza o la malafede. Ma di quale crescita stiamo parlando? Per fare tutte le cose che vengono promesse il Pil dovrebbe salire almeno del 7-8%. Invece siamo fermi all’1,4% e quest’anno scenderemo all’1,2%.

ANCHE se credo poco alla rappresentatività del Pil come indicatore della ricchezza nazionale, è chiaro che con questa crescita non potremo mai ripagare il debito. Trovo addirittura insensata la ricetta di Emma Bonino che propone, come soluzione finale, il blocco della spesa pubblica. Mi domando: ma in quale Paese vive? Sarà bene parlare chiaro. Sperare di pagare il debito semplicemente attraverso la maggiore ricchezza creata dall’espansione del Pil è pura illusione. Una finanza così compromessa come quella italiana, storicamente, è stata risanata solo in due modi: una guerra o una grande svalutazione. La prima non è nemmeno da prendere in considerazione. La seconda è impossibile, almeno fino a quando staremo nell’euro. Eppure la scorsa settimana Francesco Giavazzi (inventore della nefasta teoria dell’austerità espansiva) ha sostenuto che il governo sta seguendo le regole del fiscal compact e quindi è sulla strada giusta per rimborsare il debito. Il fatto che il capo dei Bocconi boys sostenga una teoria del genere mi convince ancora di più che siamo nella direzione sbagliata.

 

Di |2018-05-14T13:14:10+00:0020/02/2018|Dossier Economia & Finanza|