COMPARTO CON DIVERSE ‘ANIME’

Il dolce giro d’affari che vale 13 miliardi
Un’azienda su tre produce per l’estero
Zucchero, incognita liberalizzazione

BOLOGNA

IL PANETTONE da 500mila euro, ricoperto da una foglia d’oro da 22 carati e costellato di diamanti, preparato per un multimiliardario indiano dall’artigiano Dario Hartvig nel suo laboratorio di Carmagnola (Torino). Il milione e mezzo di pandori della Melegatti venduti in sole tre settimane grazie al tam tam sui social, per aiutare gli oltre 150 lavoratori della storica azienda dolciaria di Verona, che ha quattro mesi per evitare il fallimento. Sono due facce del Natale 2017, attraverso le lenti di un settore – quello della produzione dolciaria – in cui l’Italia è leader in ambito Ue. I numeri – fonte Aidepi, che rappresenta le industrie della pasta e dei dolci e che, in primavera, si è fusa con Aiipa nell’Unione Italiana Food – non mentono: nel 2016 in Italia sono stati prodotti quasi due milioni di tonnellate di dolci, per un valore di oltre 13 miliardi di euro (+0,8% sul 2015). Di questa cifra, l’export rappresenta circa un terzo, 4 miliardi di euro, ma ha un trend in continua crescita: la propensione delle aziende a produrre per l’estero sfiora infatti il 30%, una delle maggiori del panorama food&beverage. Si tratta di un comparto molto vario e frastagliato. Cinque miliardi di fatturato derivano dalle specialità da forno: l’Italia è in cima alla classifica dei produttori europei (oltre un milione di tonnellate). Tra i prodotti che ‘pesano’ di più – e che recentemente hanno avuto un’impennata importante – c’è il cioccolato, che vale con i suoi derivati poco meno di 5 miliardi di euro (+3,9%). Anche la confetteria dimostra una nuova vitalità, con oltre 100mila tonnellate prodotte in un anno e un valore di oltre un miliardo di euro (+1%). Allo stesso livello come giro d’affari il comparto merendine, dove dominano colossi del made in Italy come Bauli, Barilla e Ferrero, e che è uno dei settori più innovativi, con 20-30 nuovi prodotti sfornati ogni anno che ne affiancano altri sul mercato da decenni.

NON MANCANO i dolci stagionali: sette italiani su 10 anche quest’anno metteranno un panettone o un pandoro sulla tavola imbandita per le feste, con un giro d’affari che quest’anno potrebbe superare i 400 milioni di euro. Specialità – questi della tradizione natalizia, in cui non bisogna dimenticare anche il torrone e le tante leccornie tipiche regionali – che vanno fortissimo anche all’estero: il Paese più goloso dei dolci natalizi made in Italy è la Francia che ne ha comprati 83,1 milioni di euro (pari al 21,8% dell’export di questo tipo di prodotti). Al secondo posto troviamo la Germania con 73,8 milioni (19,4%), e poi il Regno Unito, con 43,2 milioni (11,1%). Ma negli ultimi mesi un incremento particolarmente forte l’avrebbe avuto anche il Giappone, che ha moltiplicato gli ordini di queste specialità. Tra i nuovi trend del comparto – come, del resto, in tutto l’alimentare – ci sono le versioni vegane dei panettoni e pandori: i dolci senza preparazioni animali mirano a quel 2,8% di popolazione adulta che pare orientato verso lo stile di vita vegan. Un discorso a parte merita uno degli elementi essenziali della produzione di dolci: lo zucchero. A ottobre è cessato il regime delle quote di produzione di zucchero: dal 2013, infatti, l’Europa ne controllava la produzione un po’ come fatto con le quote latte. È ancora presto per vedere quali saranno gli effetti di questa liberalizzazione: da un lato i Paesi europei non avranno alcun limite per le esportazioni, dall’altro il mercato Ue fa gola a diversi colossi del settore extra europei.

L’ITALIA – dove il consumo di zucchero si sta contraendo (cresce in controtendenza solo quello di canna, per il suo appeal salutista) – ha un mercato assolutamente particolare: dai 19 stabilimenti che aveva 10 anni fa si è passati a solo due impianti, a Pontelongo in Veneto e Minerbio in Emilia, entrambi della Coprob (Italia Zuccheri), un consorzio che riunisce 7.000 aziende agricole. Eridania, l’altro grande produttore emiliano, è infatti stato acquistato dalla francese Cristal Union che ha completato la scalata proprio quest’anno, pur avendo una partecipazione del 49% dal 2010. Il risultato è che lo zucchero italiano, oggi, copre solo il 16% del fabbisogno nazionale. Un paradosso, se si vuole, per un Paese che ha una tradizione così ‘dolce’.

Di |2018-10-02T09:24:54+00:0019/12/2017|Focus Agroalimentare|