CINA E BORSA NEL MENÙ DI EATALY

Eataly vuole aggiungere la Cina a tavola
«Pronti per la Borsa e i nuovi mercati»

Pino Di Blasio

MILANO

ANDREA GUERRA quasi si stupisce di essere chiamato presidente. Anche se da più di un anno è presidente esecutivo di Eataly, chiamato da Oscar Farinetti dopo il suo incarico, gratuito, di consulente economico dell’allora premier Matteo Renzi. Da numero uno ha appena levato i calici per un bilancio 2017 chiusosi con un fatturato cresciuto del 20%, a quota465milioni dieuro,con33milioni di visitatori in tutti i negozi Eataly nel mondo, un margine operativo di 25 milioni di euro e aperture importanti, tra le quali Los Angeles, Stoccolma e soprattutto Fico Eataly world a Bologna.

Guerra, il numero che sembra farle più piacere è il premio come una delle aziende migliori dove lavorare. Gli 8.600 collaboratori di Eataly sembrano contenti, dopo gli screzi iniziali…

«Mi ha fatto piacere il riconoscimento di azienda friendly con i suoi collaboratori. Se uno pensa all’Italia dell’ultimo decennio, ascolta o legge i discorsi sugli imprenditori e sull’economia del Paese, si accorge che Eataly è una bella risposta a quei problemi. Dieci anni fa apriva il primo negozio, sei anni fa il secondo e il terzo, oggi siamo a quota 25. Siamo un marchio forte in uno dei business più maturi dell’economia, quello del cibo. E siamo diventati forti, eliminando una serie di infrastrutture e introducendo la cultura della terra e della biodiversità».

Le è rimasto qualcosa dello storytelling che ha regalato agli studenti di Torino, di recente?

«Eataly è un marchio che ha delle opinioni, che ha ridato esperienza al cibo. Un brand contemporaneo che ha la vocazione di andare in giro per il mondo. L’ultimo negozio che abbiamo aperto negli Stati Uniti è quello sulla costa ovest, a Los Angeles, 5 mesi fa. Poi abbiamo aperto a Stoccolma due mesi fa. In mezzo c’è stata la grande avventura di Fico».

Non corra, per favore. Torniamo indietro agli Stati Uniti. È il vostro mercato preferito?

«Nel 2018 il fatturato degli Stati Uniti sarà simile o leggermente superiore a quello dell’Italia. Noi abbiamo metà dei nostri negozi qui, negli Usa sono 4. Ma per qualsiasi azienda italiana che abbia una vocazione planetaria, il fatturato interno deve rappresentare il 10-20% dei ricavi complessivi. Basta guardare i numeri, le dimensioni dei mercati, le opportunità, per capire subito che il mondo è molto più grande. Il fatturato di Luxottica, uno dei campioni italiani, è generato in Italia solo per il 5%». Lei parlava di un business maturo, eppure Eataly continua a crescere… «Tutto quello che guadagniamo viene investito in nuovi negozi. E nonostante gli investimenti, riusciamo a produrre anche redditività e flussi di cassa interessanti. La crescita sembra congenita nel business Eataly, che però è spinto a una sfida continua. Anche se gli utili ci danno fiducia sul futuro».

Come presidente, la sua mission è portare Eataly in Borsa. Sarà il 2018 l’anno della quotazione?

«Neanche un mago riuscirebbe a fissare una data per la Borsa. Sono troppe le variabili che incidono. Ma il tema vero è un altro: Eataly, come dicevo, nasce come una sfida aperta. Ha già fatto entrare nel capitale la Tip di Tamburi, che ha il 20%, ha un management terzo, rispetto alla famiglia Farinetti, composto da me e da un gruppo di persone che dà un valore aggiunto a quest’azienda. La quotazione diventa così un punto di partenza perle prossime tappe di un progetto a lungo termine».

Pensa di rinviare ancora?

«Ci quoteremo sicuramente a breve, ma senza ansie. Dobbiamo capire qual è il momento migliore. La Borsa è una trasformazione dell’impresa, la rende osservabile, scrutabile24 ore al giorno. Ti dà un posizionamento diverso sul mercato, ti permette di attrarre talenti nella governance e nel management, di calamitare capitali da tutto il mondo. E quei soldi devono servirti per crescere ancora».

Parla di progetti a lungo termine. Quante aperture avete previsto nei prossimi mesi?

«Nel 2018 sono programmate aperture a Las Vegas, Toronto, Parigi, Emirati Arabi e Verona, oltre ai secondi negozi a Istanbul e San Paolo. Nei prossimi anni contiamo di aprire a Londra, entro il2020, San Francisco, nella Silicon Valley, a Miami, Dallas, Washington, Madrid e Lisbona».

C’è tanto Nord America nei vostri programmi…

«Siamo molto concentrati su Italia e Nord America. Ma siamo in una fase molto avanzata nello studio del mercato cinese, allargato a Hong Kong e Singapore. Oggi sul nostro tavolo è questo il progetto strategico più importante. Ma bisogna selezionare un partner, stiamo discutendo con alcuni soci potenziali. I nuovi consumatori cinesi hanno una grande voglia di Eataly, ci sono però differenze culturali e alimentari sostanziali. Per questo bisogna trovare i punti di aggancio e le diversità, per scoprire l’incrocio giusto tra il modello Eataly e le esigenze dei cinesi».

Le piace Fico a Bologna?

«Io penso che sia un’idea straordinaria, un progetto unico al mondo. Dare visibilità e respiro a quello che c’è dietro il cibo, far vedere le fabbriche, i laboratori, le trasformazioni delle materie prime, mettere in vetrina tutto l’insieme, è una cosa che non ha uguali. Ma come tutti i progetti nuovi e unici, deve avere il suo tempo per crescere e maturare. Avremo delle difficoltà, non c’è dubbio. Per ora i risultati sono sorprendentemente in linea con quanto previsto. E le opportunità dilungo periodo sono ancora più eccitanti».

Torniamo ai dipendenti e a quel premio sul posto migliore dove lavorare. Ricordo che in passato avete avuto problemi con i sindacati e con i contratti…

«Quel premio sancisce la forza di Eataly, fotografa la serenità dell’ambiente di lavoro. Qualche errore si può commettere, soprattutto agli inizi. Basta ammetterlo e ripartire con nuovi slanci. Noi siamo un mondo di servizi e di esperienze, se non dovessimo curare le persone che collaborano con noi, avremmo perso in partenza la nostra sfida».

Lavorare per Eataly è un’emozione?

«Sicuramente è una passione. In questo lavoro le persone sono cruciali. I nostri collaboratori sanno fare tutto, dallo scegliere il taglio migliore della carne a preparare il caffè più buono, a raccontare cosa c’è dietro ogni prodotto. Siamo come fornai, ogni mattina facciamo il nostro pane. E il giorno dopo si ricomincia».

Di |2018-10-02T09:24:32+00:0022/05/2018|Primo piano|