CHIARA PISA

«L’orologio svela la vostra personalità
I grandi brand puntano sui giovani»

Chiara Pisa guida la società di famiglia che si occupa di orologeria e fattura 70 milioni all’anno con una serie di negozi specializzati. «In questi ultimi anni abbiamo notato che sempre più giovani riscoprono il piacere di indossare un bell’orologio e di riscoprire il piacere di sapere cosa ci sia dentro un meccanismo complicato»

Giuliano Molossi

MILANO

SETTANTANOVE anni fa un giovane tecnico orologiaio, Osvaldo Pisa, aprì a Milano una piccola bottega di riparazione di orologi e pendole. Era il 1940, un momento non proprio propizio per intraprendere un’attività commerciale. Eppure, cinque anni più tardi, alla fine della guerra, il bravo e appassionato orologiaio, affiancato dal fratello Ugo, cominciò a raccogliere un certo successo. Tanti apprezzamenti e clienti sempre più numerosi. E’ grazie anche a quei sacrifici e a quella dedizione per il lavoro se quella bottega di 15 metri quadrati è oggi un’azienda affermata, un brand prestigioso, clientela internazionale, 70 milioni di fatturato, 64 dipendenti, vetrine nel quadrilatero della moda, in via Verri, là dove tutto ebbe inizio, e in via Montenapoleone con l’offerta di tutte le più grandi marche, da Rolex a Piaget, da Patek Philippe a Vacheron Costantin.

L’amministratore delegato di Pisa Orologeria è una giovane donna, Chiara Pisa, 37 anni, terza generazione della famiglia di orefici e gioiellieri, che guida l’azienda con la stessa passione dei suoi avi.

Signora Pisa, come si è chiuso il 2018 per il settore dell’orologeria? E per Pisa in particolare?

«È ancora presto per un bilancio definitivo dell’attività del 2018 ma ci riteniamo soddisfatti. È stato un anno di svolta strategica per la maggior parte dei marchi d’alta orologeria a seguito di un periodo di stallo del biennio precedente. Per noi è stato un anno molto importante, con l’apertura delle boutique Vacheron Constantin e A. Lange & Söhne, e con l’inaugurazione del Salone dei Gioielli all’interno del nostro Flagship Store che ci vede impegnati in una vera e propria sfida imprenditoriale».

La recessione non favorisce i consumi. Ne può risentire anche l’alta orologeria?

«I cicli economici prevedono momenti di crisi e di crescita, l’importante è riuscire ad interpretare i momenti di crisi come occasioni per evolvere e crescere anche pensando fuori dagli schemi, soprattutto in un mondo come il nostro, legato al passato e alla tradizione».

Gli orologi belli costano molto. Come si può avvicinare all’alta orologeria chi non ha grandi possibilità economiche?

«Ciò che spesso scoraggia gli acquirenti, soprattutto giovani, è il prezzo di alcune referenze. In questo senso il fatto che molti brand abbiano deciso di ridurre gli entry price è una notizia confortante che ci consente di lavorare su un target nuovo con strumenti di marketing innovativi. Senza dimenticare il nostro impegno nel diffondere la cultura dell’orologeria: senza la passione nessuno prenderebbe mai in considerazione un simile acquisto».

Io ho due figli ventenni. Sono abituati a guardare l’ora sullo smartphone, ma hanno piacere ad avere al polso, di tanto in tanto, un bell’orologio. La sorprende?

«Assolutamente no, anzi. In questi ultimi anni abbiamo notato come siano sempre più i giovani che riscoprono il piacere di indossare un bell’orologio, magari tramandato da un parente, e di riscoprire il piacere di sapere cosa ci sia dentro un meccanismo complicato. Spesso organizziamo dei Watch Lab dedicati agli under 30, dove uniamo la teoria alla pratica, regalando così un’esperienza, a detta di tutti, eccezionalmente piacevole».

Quanto è importante per voi il ruolo dei social network? Si vende di più avendo un bel profilo Instagram?

«Abbiamo intuito fin da subito l’importanza del mondo digitale all’interno del nostro settore e prestiamo grande attenzione a quest’aspetto. Monitoriamo costantemente la nostra presenza online, sia tramite il nostro sito web che tramite i nostri canali social che rappresentano un punto fondamentale di contatto con la nostra clientela, sempre più attiva e ‘digital’».

Guardando l’orologio che uno ha al polso, lei capisce anche di che persona si tratta?

«Sarà per deformazione personale, ma mi cade sempre l’occhio! L’orologio oggi è il tratto distintivo di una persona. Esprime lo stile, gli interessi e persino l’approccio alla vita di tutti i giorni».

Lei cambia l’orologio tutti i giorni o ha un suo preferito?

«Mi piace variare di continuo, è raro vedermi due giorni di seguito con lo stesso orologio. Alterno orologi sportivi ed eleganti, alle volte anche maschili».

Ci sono ancora buone scuole di orologeria? E giovani appassionati?

«Come tutte le professioni artigiane la figura dell’orologiaio è molto ricercata. Definirli semplici artigiani è riduttivo, si parla comunque di veri e propri micro meccanici. Esistono varie scuole di formazione tecnica, soprattutto in Svizzera, e le stesse manifatture investono nella didattica e nei tirocini».

Come riuscite a conciliare tradizione e innovazione?

«È la sfida comune a molte imprese italiane, non solo nel nostro settore: continuare a crescere in un mercato globale cercando di conciliare uno sguardo lucido con un pizzico di azzardo. La tradizione ci ha permesso di raggiungere grandi traguardi, ed è ancora il nostro valore aggiunto».

Quanto pesa la clientela internazionale sul vostro fatturato?

«Come azienda guardiamo oltre i confini nazionali: i nostri clienti sono per il 70% stranieri. Questa particolare conformazione del portfolio clienti rappresenta una sfida e un’opportunità che ci ha spinto a sviluppare nuovi canali e un nuovo modello di business per intercettare esigenze spesso lontane dai nostri canoni culturali. La clientela italiana è comunque un asset importante in quanto assicura rapporti costanti nel tempo, proprio per questo le dedichiamo gran parte dei nostri sforzi di comunicazione».

Di |2019-02-12T10:05:27+00:0012/02/2019|Primo piano|