CESARE VERONA

La penna stilografica ai tempi del tablet
«Abbiamo cambiato per sopravvivere
Ricavi raddoppiati negli ultimi 5 anni»

Viviana Ponchia
TORINO

ÈSTATO il regalo della prima comunione e della cresima, la compagna delle elementari. Ha segnato le svolte importanti della carriera. Ci sono rimasti addosso il profumo di inchiostro e qualche macchia, l’impagabile scricchiolio sul foglio. Ma ha ancora senso una penna stilografica al tempo dei tablet, ora che si strapazzano grammatica e nostalgia sulle tastiere? Cesare Verona, 56 anni, presidente e amministratore delegato di Aurora, fondata nel 1919 dal suo bisnonno come Fabbrica Italiana di Penne a Serbatoio, invita ad allargare la domanda. Ha ancora senso un bell’orologio quando il tempo è dappertutto, in auto e sul telefonino e sulle insegne delle farmacie? Dagli Egizi in poi l’uomo ha mai smesso di coltivare il piacere di portare con sé cose belle? «Ricordo le discussioni famiglia quando ho preso le redini dell’impresa da mio padre Franco. Dicevano: lascia perdere, le penne sono destinate a scomparire. Ho ricomprato le quote dai miei genitori e da mia sorella perché immaginavo tutto il contrario. Avevo in mente un sistema di valori che avrebbe fatto la differenza. Un po’ come è successo con il vinile, con i telai del ‘600 dell’azienda Bonotto, fabbrica lenta che dialoga con l’arte. Sposavo la filosofia di Brunello Cucinelli e di Adriano Olivetti».

Ma ha dovuto sbarazzarsi del passato.

«Per forza. Negli ultimi 5 anni Aurora è cambiata più che in mezzo secolo. Il mio è un clan piemontese attendista per tradizione, del genere ‘esageruma nen’. Viene un momento però in cui la sana saggezza del passo alla volta diventa prigione. Fino alla crisi del 2011 l’età media da noi era 55 anni e la lingua ufficiale il piemontese. Oggi siamo scesi a 31 e parlano tutti inglese. Guardavamo per il 97% all’Italia, adesso l’export è per il 20% in Europa, il 50% in Medio Oriente e Far East, il 30% in America. E’ la regola degli 8mila chilometri: fanno centro le aziende che vanno oltre quella distanza». Però siete rimasti a Torino. Aurora è un’azienda molto integrata dal progetto alle riparazioni. Non esternalizzare è stata un’altra scelta controcorrente. «Volevo che tutta la sapienza restasse qui. La catena del valore era il driver decisivo per la svolta. Ho dovuto prendere decisioni dolorose, licenziare un centinaio di persone. Esternalizzando avrei avuto effetti immediati sul bilancio, ma quello che mi interessava era guardare lontano. Volevo che la produzione restasse tutta italiana. Facciamo a Torino le penne e anche i pennini, che è come dire i 12 cilindri della Ferrari. Quelli che andavano in Polonia e in Brasile mi prendevano in giro. E io pensavo che fossero pazzi loro farsi fregare i brevetti e le macchine all’estero. Quando sono tornati con la coda fra le gambe non ho infierito. Il nostro fatturato in 5 anni è raddoppiato e siamo apprezzati in 50 paesi».

E’ stato considerato un visionario.

«Immaginavo un posto bello, ordinato. Pieno di gioia e armonia. Eravamo costretti a digitalizzare tutto, ma la tecnologia doveva andare a beneficio di un progetto. Oggi i 60 dipendenti Aurora sono orgogliosi di avere la tuta con la bandiera italiana accanto al loro nome. C’è un ragazzo da noi che si chiama Filippo e costruisce penne su misura come abiti, guardando il modo in cui le persone scrivono e stanno sedute. L’Italia è questa, questo si aspetta dal made in Italy il consumatore mondiale».

Aurora è stata fondata nell’anno della Pace di Versailles. Il nome allude?

«Come ‘Rinascente’, credo. Dopo milioni di morti era il tempo della ricostruzione. La mia famiglia è nel commercio dal 1700. E’ stato il bisnonno Cesare a portare in Italia la prima Remington dall’America, quando in Europa non esisteva la macchina per scrivere. Si continuava con la piuma d’oca. Poi arrivarono i soldati dotati di ‘fountain pen’. E siamo arrivati noi con la stilografica».

‘Nel cuore e nelle mani degli italiani dal 1919’, come dice la pubblicità.

«C’è un’altra regola che gli imprenditori non dovrebbero dimenticare: se arrivi alla quinta generazione l’azienda diventa eterna. Perché in cento anni ti capita di tutto: guerre, crisi, casini, figli dotati e figli scemi. Se sopravvivi ti fai gli anticorpi. Io punto a questo ».

Di |2018-11-26T16:59:20+00:0026/11/2018|Imprese|